Caro papà, ti scrivo …. (Lettere al passato)
Caro papà, ti scrivo, anche se oggi che non ci sei più e dopo così tanto tempo. Questa lettera è il segno che l’irrisolto fra noi non è ancora risolto, anche se ormai la mia ragione è scesa a patti con il mio cuore.
Non provo dolore per la tua assenza, la nostra storia non ce lo consente, provo piuttosto un sordo rimpianto per non aver avuto più tempo per conoscerti (col mio cuore di donna) e per perdonarti (con quello da bambina).
Oggi comprendo, con la ragione, la tua figura di padre inflessibile e padrone, eri un uomo di altri tempi, provato dalla guerra e dalla prigionia, approdato alla famiglia con una donna più giovane, innamorata e tanto spaventata. Hai avuto cinque figli, tante responsabilità, tante fatiche e per giunta non ti sei fatto mancare una figlia che ha messo a dura prova la tua autorità.
Sono stata l’unica che hai tenuto in braccio e con cui burberamente hai giocato, lo dice anche oggi la mamma, ma lei non si ricorda più che lo facevi perchè io te lo imponevo, perchè ti salivo in braccio a forza e non mi facevo allontanare, perchè ti costringevo ad un’attenzione che tu forse non provavi, perchè con te mi sentivo come un animaletto insignificante ma che sopportavi perchè in qualche modo lusingava il tuo orgoglio di uomo.
Volevo essere un maschio per rivaleggiare con mio fratello più grande che era il tuo erede, il tuo orgoglio, ma tu non mi vedevi. Crescevo senza smancerie, veloce ed essenziale, per soddisfare il tuo amor proprio, ma tu non mi vedevi. Brava a scuola, anche se ribelle, pronta di intelletto e di parola, ma tu non mi vedevi. Poi, la famiglia si ampliò, nacquero i miei fratelli, i figli del caso, quelli che mi hanno dato la forza di crescere e di evolvermi, non più la creatura che pendeva dalla tua bocca o da un tuo gesto, ma la gatta che protegge i suoi gattini. Non mi vedevi e la consolazione era che non ero più l’unica.
Ti parlavo per interposta persona, e questo durò per anni e anche tu rispondevi attraverso mia madre, non mi potevi accettare perchè avresti dovuto capitolare ad una vile debolezza . Allo stesso modo che usavi per allontanarmi quando ti chiedevo una carezza. Avevo avuto bisogno di te, ma ormai era cosa passata, ero oltre, entrata nel mio futuro, senza di te.
Papà, quanti anni hai perso dell’infanzia dei tuoi figli, a quante cose hai rinunciato dell’amore della mamma, quante aspettative e delusioni intorno a te, ma tu non hai saputo mai parlare d’amore, parlare da padre, condividere da marito, comunicare.
I tuoi silenzi ci ferivano le tue parole ci uccidevano. Ho dovuto crescere per trovare la chiave, diventare donna, allontanarmi da te e finalmente incontrarti…. Eri all’ospedale, di fronte ad una grave operazione, ricordi? La mamma era appena tornata a casa dallo stesso ospedale, dopo un grave intervento. Nessuno poteva assisterti, se non la figlia ribelle, quella con cui non hai mai parlato. Ti dissi: “ Vedi papà, tu ci hai sempre allontanato, hai sempre pensato che eri tu che ci avevi dato la vita e che sei tu a dover provvedere a noi, ma si arriva ad un’età in cui tu, genitore, diventi figlio dei tuoi stessi figli, se hai investito in loro, ti viene riconosciuto e ritornato, se tutto questo è un involucro vuoto, solo vuoto puoi avere.”
Mistero della paura e del male. Diventasti un altro, un uomo avvicinabile, anche, quasi, pronto al sorriso, Dio o il caso ti aveva ridato la parola, ti aveva cambiato gli occhi, ti aveva donato una bocca.
Furono i nostri figli a conoscerti di più ed era già molto. Ma perchè non ti sei liberato del tuo involucro quanto te lo chiedevamo noi e ne avevamo bisogno? Perchè penso ancora che ti devo perdonare? Perchè pensavo di essere passata oltre ed invece non era così?
Oggi mi accorgo anche del mio errore, forse se avessi insistito, se non mi fossi stancata, se avessi lottato di più per entrare nella tua corazza, se ti avessi ascoltato quando chiedevi un aiuto per lasciare indietro il passato, se avessi avuto la coscienza della tua sconfitta, oggi ti piangerei come il padre perduto, con il languore di una figlia dolente e non con la rabbia di una bambina delusa.
Mi hai insegnato la rettitudine, l’onesta, la perseveranza, la dedizione per il lavoro, la critica, l’autonomia e in contrappunto la battaglia per l’amore, per la giustizia, la forza della comprensione, la dolcezza, l’introspezione, il valore degli affetti. A questo punto cosa posso dire: “Grazie, papà, per quello che mi hai dato e per tutto quello che ti ho rubato e scusa se sarò sempre la tua figlia ribelle, la tua peggiore nemica, in tutto questo leggici l’amore inespresso dei nostri due cuori in burrasca.”
Tua figlia
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