Lettere Al Futuro

16 Febbraio 2008

Una società eugenetica è una società felice?

Archiviato in: PuntoD'Incontro — violainevercors @ 11:49

Inconsapevolmente ci stiamo avviando verso una società eugenetica e sono molto preoccupata.

Quello che vent’anni fa era anche solo un pensiero da censurare, cioè la possibilità di una società senza disabili o menomati, sta diventando quasi l’aspirazione più interessante del nostro tempo.

Si sbandiera il diritto al figlio e al figlio sano, ma poi bisogna anche capire in cosa consista la “sanità” del figlio, tanto che anche il pericolo di un morbo curabile diventa motivo per abortirlo.

Ma dove sta la sanità? ed è proprio vero che il dna del bambino nel seno materno lo garantirà da eventuali incidenti invalidanti durante la vita?

Come si fa a dire che un figlio che nasce malato dà alla madre più dolore di un figlio che ha un grave incidente che lo costringerà per la vita ad essere disabile?

Che si fa: il disabile non ha comunque diritto a vivere?

Una società che vuole eliminare il dolore e il sacrificio dalla vita è destinata a sparire: alla fine ognuno è in qualche modo di peso all’altro, perché nessun uomo può vivere solo. E allora? eliminiamo tutti, così non c’è più nessuno che disturbi? Cosa resta allora? Vogliamo forse il nulla, la desolazione, la solitudine immensa senza voci umane?

Quanto più umano e bello invece assumersi con coraggio e letizia il dolore, il grande fardello di dolore che ci circonda offrendo il proprio sia pur piccolo contributo, perché siamo tutti fratelli dentro questo grande mare in tempesta che è la nostra società: se ci si sostiene l’un l’altro, se ci si accetta, se si tengono presenti certi bisogni reali di tutti, senza la pretesa di prevaricare sull’altro solo perché è più debole, la vita diventerà certo più accettabile per un maggior numero di persone. E ci scopriremo fratelli.

Il silenzio

Archiviato in: PuntoD'Incontro — rossaurashani @ 10:45

Il silenzio che intendevo è un silenzio fatto di rispetto e di amore….

Esistono momenti dove le parole diventano scambio utile per confrontarci e per condividere, fin dove è possibile,  non possono essere demagogia, pedagogia o sopraffazione, ma solo dialogo e confronto.

Ci sono altri momenti, secondo me, dove le differenze sono tali e le strade sono talmente divergenti, che il silenzio, almeno postumo, è dovuto. Personalmente ritengo che è dovuto per correttezza interiore, ma è solo un’idea personale.

Faccio un esempio banale, semplificato, partendo da un presupposto che, in questi giorni, anima le discussioni nel mondo dei media e web.

Una donna aspetta un figlio, affetto da una malformazione genetica, alla diagnosi (direi piuttosto infausta) questa donna prende una decisione: abortire. Non se la sente di affrontare personalmente i problemi futuri che incontrerà e probabilmente, credo io, si sarà posta la drammatica questione della sofferenza che dovrà sopportare questo figlio, affetto da una sindrome molto debilitante fisicamente e psicologicamente e questa riflessione l’ha condotta a prendere una decisione drastica.

Di fronte a questa condizione io, come madre di un figlio nato fortunatamente sano, mi sono posta delle domande e ho fatto delle considerazioni.
Cosa avrei fatto se fossi stata quella donna?
Premetto, che durante la gravidanza avevo nei confronti di difficoltà e problemi connessi ad un’eventuale “malformazione” del feto e successivamente del bambino stesso, un’apertura totale. Avrei accettato, con totale disponibilità ed amore, un bambino affetto da qualsiasi patologia.
Purtroppo avrei sbagliato, non sapevo e non conoscevo una cosa basilare…. che credo ogni madre conosca solo dopo la nascita del proprio figlio… prima avrei accettato un figlio “diverso” solo per autoreferenza, egoismo e per un’ innata tendenza di molte donna che io chiamo “capacità di sostenere un martirio”, ma non sapevo cosa non avrei mai potuto sopportare e che invece oggi conosco molto bene e questa cosa è il “martirio” di mio figlio.

Con la conoscenza, avuta dall’esperienza, dell’amore che una madre è disposta a dare al proprio figlio, dimenticandosi totalmente di se stessa, io, come quella donna, avrei deciso di abortire e assicuro che non sarebbe stata sicuramente la scelta più facile.

Pertanto ritengo, che qualsiasi giudizio, espresso in questo frangente, sia totalmente soggettivo e non possa far parte della ” morale comune” (qualsiasi essa sia). Ritengo che parlare di questo o altri casi simili, non conduca a maggior rispetto delle idee, perchè queste idee si sfaccettano a seconda del vissuto di chi ne parla. Ritengo, a mio avviso, che una scelta così intima meriti rispetto e se personalmente avessi scelto una strada diversa, riconoscerei almeno un diritto a questa donna: IL RISPETTO DEL SILENZIO.

La fede o la non fede fa parte del credo personale, fa parte del vissuto di una persona, fa parte dell’insieme di regole che un essere umano si impone. Questo insieme di condizioni, non può o non deve essere condizionante per gli altri. Quello che i credenti non voglio intendere è che gli altri non hanno bisogno della loro morale e del loro dio, ma possono aver bisogno di sostegno e aiuto e di partecipazione pratica all’amore universale.
L’anima non è merce di scambio e sopratutto le parole non possono essere “catene” per l’umanità.

Il silenzio non è fallimento, il silenzio è rispetto.

Senza la minima animosità e voglia di prevaricazione
Ross

La Fede

Archiviato in: PuntoD'Incontro — rossaurashani @ 01:07

Fede


“La fede religiosa è inestirpabile, perché siamo creature ancora in evoluzione.

Non si estinguerà mai, o almeno non si estinguerà finché non vinceremo la paura della morte, del buio, dell’ignoranza e degli altri.

Per questo motivo, non la proibirei anche se ne avessi la possibilità. Molto generoso da parte mia, potreste pensare. Ma il religioso mi garantirebbe la stessa indulgenza? Lo chiedo perché c’è una differenza tra me e i miei amici religiosi, e gli amici schietti e seri sono sufficientemente onesti da ammetterla.

Sarei davvero felice di andare al bar mitzvah dei loro figli, di ammirare le loro cattedrali gotiche, di rispettare la loro ‘credenza’ che il Corano sia stato dettato, ma esclusivamente in arabo, a un profeta illetterato. (…) E se capita continuerò a farlo senza insistere sulla cortese condizione reciproca, e cioè che essi a loro volta mi lascino in pace. Ma questo, in definitiva, la religione è incapace di farlo”.

Christopher Hitchens, Dio non è grande, Einaudi 2007.

In questo libro credo ci sia una grande verità, tra la fede agnostica e la fede religiosa c’è un’enorme differenza, questa differenza purtroppo si vede misurando il grado di  intolleranza che divide queste due categorie dell’umanità.

Gli agnostici convivono con il mondo intero chi invece professa una fede religiosa, si trova bene solo con il suo simile o cofedele. L’agnostico non professa e non insegna la sua non fede mentre il religioso ne fa un suo diritto e cerca proseliti e adesioni in continuazione. Molto spesso la impone e crede di aver ragione e di possedere la verità assoluta. Peccato che di verità per loro ce ne sia più di una…. comunque……

Esiste anche una via di mezzo i credenti agnostici, questi si barcamenano seguendo una religione abbozzata a loro uso e consumo. Usano una fede elastica che consente loro di sopravvivere in un mondo di contraddizioni.

Questa storia, come dice l’autore, non ha una fine, finchè il mondo non supererà le sue paure più profonde, non c’è modo per liberarlo dalle sue catene, gli agnostici saranno continuamente attaccati dai fondamentalisti, che vogliono fare proseliti a tutti i costi e fino a che non si troveranno con le spalle al muro non inizieranno una guerra laica.

Ma che noia queste guerre ideologiche, con tante cose migliori da fare, atti di vera carità (senza pelo) e di umanità senza imposizione. Fossimo veramente fratelli rispettosi del nostro prossimo, delle altrui dignità e delle libertà individuali che rispettano anche le tu scelte. Fossimo certi di essere tutti nella stessa barca…… come prova d’amore non sarebbe male qualche volta regalare il silenzio.

Rossaura

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