IL DOLORE DEL NEONATO

Qualche anno fa lessi con commozione un libro del neonatologo, Carlo Bellieni, L’alba dell’io e mi commosse profondamente lo scoprire che il bimbo, quando è nel seno materno a partire da poche settimane di vita, comincia a percepire il dolore. Nel dibattito attuale particolarmente acceso sul diritto al concepito di venire alla luce si dimentica o si omette questo fatto tragico: che il bimbo prova sofferenza.
Oggi leggo nel blog di Bellieni di un interessante articolo da lui scritto sul dolore del neonato: ne riporto le battute iniziali.
Il dolore del neonato
Il rapporto del neonato con il dolore è estremamente particolare e articolato, dato che sappiamo bene che:1. il neonato sente il dolore in modo più intenso che l’adulto2. il neonato non può esprimere verbalmente le sue necessità e sensazioni3. il neonato ospedalizzato va incontro ad un’alta serie di interventi potenzialmente dolorosi
4. abbiamo a disposizione efficaci strumenti farmacologici e procedure analgesiche per combattere il dolore. Per una rassegna completa ci si può rifare alla recente pubblicazione edita a cura del Gruppo di Studio sul dolore della Società Italiana di Neonatologia1
Curare il dolore
Purtroppo e inspiegabilmente il dolore neonatale è ancora non adeguatamente trattato2; simili risultati vengono anche da una nostra recente indagine italiana3 e da lavori australiani4. Ci si domanda perché il dolore del neonato sia così poco considerato e abbiamo cercato di dare una risposta, che considera vari punti.
1. La stessa definizione della parola “dolore” non si addice al piccolo paziente. Infatti la IASP (Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore) ne ha fissato una definizione che lega la sensazione di dolore alla capacità del paziente di esplicitarlo e di esserne cosciente: questo crea diversi problemi nella sua applicazione al neonato5. Inoltre è difficile poter valutare oggettivamente il dolore mediante scale di misurazione, come avviene nell’adulto: attualmente per il neonato ne esistono oltre 30, ma ancora non si è arrivati ad avere il cosiddetto “golden standard”
2. Confusione tra “dolore” e “sofferenza”: si pensa che i due termini siano un tutt’uno e invece non si distinguono in maniera corretta, con conseguenze spiacevoli, dato che i farmaci analgesici hanno effetto nel primo caso, mentre nel caso di una sofferenza psicologica, da isolamento, delusione ecc. non hanno motivo di essere impiegati. Inoltre, anche il dolore fisico, se non viene approcciato tenendo conto del carico di sofferenza che esso porta con sé, non verrà mai trattato in modo soddisfacente
3. Medicina difensiva6-9: si tratta della tendenza a moltiplicare gli esami che si fanno ad un paziente per evitare il rischio di conseguenze legali, così da poter prevenire ogni possibile lamentela o rivalsa per una possibile trascuratezza, anche se di questi esami (o ricoveri) non c’è stretto e impellente bisogno. È un fenomeno ben descritto in letteratura, che ha un rovescio della medaglia: il rischio che dove non ci sia la possibilità di un contenzioso legale, non ci sia nemmeno un alto livello di attenzione. Un esempio di questo è la cura del dolore nel neonato: difficilmente qualcuno verrà accusato di aver provocato al neonato un dolore non necessario, come invece potrebbe succedere in un adulto (pensiamo al dentista che estraesse un dente senza anestesia); anche le conseguenze fisiche o morali che il dolore suddetto potrà provocare al neonato non sono dimostrabili, dunque il livello di vigilanza rischia di diminuire
4. Alla scarsa capacità di sopravvivere che culturalmente attribuiamo al neonato, specialmente al prematuro, si associa anche una scarsa “umanità”. In altre parole, non ci si vuole affezionare al neonato e per questo non lo si tratta completamente da persona, la quale ha diritto a tutti i comfort, come ogni altro. Ci si limita, e questo è già un buon passo, a curarlo, ma ancora i passi da fare per passare dalla “cure” alla “care” sono tanti. Eppure sappiamo che una cura umanizzata, in particolare centrata sulle esigenze del singolo neonato e della sua famiglia, non solo costituiscono un modo etico di procedere, ma riducono il danno cerebrale5.
Empatia: per curare correttamente bisogna in parte immedesimarsi nel malato. Questo è particolarmente difficile nel caso del paziente preverbaleTutti questi ostacoli vanno vinti e oggi abbiamo gli strumenti per farlo. Trincerarsi dietro l’idea che il dolore non sia trattabile significa vivere la preistoria della neonatologia e non fare gli interessi del paziente.Continua a leggere qui.
Aggiungo la bella foto di una bimba che alla nascita pesava appena 300 grammi, con la domanda accorata del neonatologo: Volete bloccare la medicina che aiuta i piccolissimi?
