Da molto tempo aveva un sogno da realizzare, un viaggio in Polonia. Da quando aveva scoperto la storia di Daniella, nonostante fossero trascorsi molti anni, non l’aveva mai dimenticata. Finalmente il suo sogno si avverò e partì con la certezza che ora avrebbe ripercorso il viaggio della giovane vita di Daniella.
Quando arrivò a Cracovia, il cui cuore pulsava nella splendida piazza del mercato, circondata da palazzi colorati che si ergevano verso il cielo, la guardò con occhi incantati da tanta bellezza. Si chiese se in quell’estate del 1939 anche Daniella avesse visto il mondo luminoso come avrebbe dovuto essere per una quattordicenne, alla sua prima escursione con le compagne di classe. Nella piazza del mercato il suo mondo di sogni che il cuore aveva intessuto con i fili d’argento della fantasia, finì per sempre. I soldati tedeschi avevano ordinato agli ebrei di stendersi con la faccia a terra. Improvvisamente la piazza era stata pavimentata di schiene umane e Daniella quando rialzò gli occhi, vide solo terrore e morte. Eppure si riteneva fortunata, il suo diario color porpora con una piastrina di bronzo, le aveva salvato la vita.
Prima di partire per la sua gita tanto desiderata, lo aveva infilato nello zaino che si era caricata sulle spalle e la pallottola aveva sfregiato la piastrina, così la dedica “Alla mia intelligente Daniella, da suo fratello Harry “, fu deturpata per sempre come il resto dei suoi giorni. Continuò la visita della città, cercando il ghetto dove la ragazzina aveva vissuto lavorando nel magazzino degli stracci. Nessuno aveva saputo dire a Daniella da dove venivano quei carichi di vestiti e tanto meno dove erano finite le persone che li avevano indossati.
Il ghetto a Cracovia non esisteva più, era stato cancellato, non aveva ritrovato il luogo dove Daniella invece di andare a scuola e vivere con la gioia della spensieratezza, ogni giorno con la lama di un coltello doveva scucire vestiti che sarebbero stati trasformati in tomaie di zoccoli per chissà chi. La fanciulla ogni volta che vedeva scivolare una lettera od una foto dai vestiti che tagliava pensava ai suoi cari, avrebbe voluto raccoglierli. Ma nessuno poteva toccarli, venivano spazzati via ed ammucchiati in mezzo ai rifiuti. Tanti volti, tante parole, ricordi di momenti felici, tante vite giacevano a terra, per loro era già ieri. Si può cancellare un ghetto dove le vite che ci hanno vissuto sono state private della loro identità e della libertà di esistere. Persone trasformate in ombre terrorizzate giorno e notte con l’incubo di un futuro oscuro. Tutto materialmente si può cancellare, ma non l’essenza di un individuo, essa rimane sempre nella memoria di chi l’ha amato.
Dopo Cracovia continuò il viaggio verso Auschwitz, come vide il famoso cancello, guardò il cielo azzurro, uno stormo di uccellini volavano liberi. Sapeva che non era neanche una piccola parte del pianeta Auschwitz esistito, non avrebbe visto l’inferno che aveva rubato la vita a Daniella, non ci sarebbe stata la neve, il gelo che penetrava nelle baracche e nei corpi con ben poco di umano, non avrebbe visto occhi disperati e terrorizzati, scheletri affamati che lavoravano in mezzo al fango. Cercò di congelare i suoi sentimenti e si disse che non avrebbe pianto. Iniziò a camminare nel campo, aveva una sensazione strana, passeggiare in quel pianeta non era facile, tutto era perfettamente in ordine, ma il ricordo della storia di Daniella continuava a farsi sentire.
Quando entrò nella prima baracca e vide le cuccette di legno, pensò alla prima volta che vi entrò la fanciulla con il numero di matricola tatuato sul petto. Non sentiva il dolore della bruciatura, poiché la vita era sospesa come un filo di lana negli occhi gelidi delle sorveglianti. Forse una di quelle cuccette era la stessa dove in mezzo alla paglia sporca giaceva Renya. Una vecchia con la bocca spalancata, dai denti enormi a cui Daniella regalò la sua pagnotta. Quando Daniella protese le braccia verso la povera Renya per asciugarle le lacrime ed imboccarla, le chiese da dove veniva e quanti anni aveva. La vecchia Renya rispose che non aveva ancora finito la scuola superiore aveva, la stessa età di Daniella. Cosa avevano provato tutte quelle giovani ragazze quando si guardavano in viso, vedevano solo scheletri, dei vecchi scheletri. Dov’erano andati i loro capelli di seta, le guance rosee come una pesca ed occhi sognanti una vita splendente ancora da scoprire. Avrebbe voluto non ricordare, non pensare, ma ormai era entrata e continuò il percorso, anche se le sue gambe volevano uscire e gli occhi guardare il sole e la vita.
Arrivò alla baracca chiamata “Istituto d’Igiene e di Ricerche scientifiche”, ma non era accessibile al pubblico. Chiuse gli occhi e le sembrò di vedere Daniella nel momento del suo risveglio dentro ad una gabbia, legata ad una sbarra di ferro con le ginocchia alzate e dolori lancinanti nella parte inferiore della spina dorsale. Intorno a sé tante gabbie con tante giovani donne, dove i loro organi femminili erano usati nelle più impensabili e spaventose sperimentazioni. A loro veniva strappato il dono di essere madre per amore. Daniella fu destinata alla “Divisione della gioia”, le cui baracche erano dipinte di rosa con i fiori rossi e le tendine ed erano chiamate “la casa delle bambole”. Nella “casa delle bambole”, i corpi delle ragazze erano ben sorvegliati per mantenerli sani ed integri. Se un soldato tedesco non era soddisfatto del “trattenimento”, il destino delle fanciulle era segnato e dalla “casa delle bambole” svanivano come farfalle che volavano per un breve attimo. Continuava ad osservare quei volti appesi ai muri resi tutti uguali, senza capelli, stessi occhi infossati dilaniati dalla paura e dalle loro labbra sembrava uscisse una domanda “perché tutto questo? Quando finirà?”
Dalle loro valigie con gli indirizzi ancora scritti sopra, dai loro occhiali ammucchiati, dai loro capelli tagliati, era come se delle voci sussurrassero le loro storie, chi erano stati, cosa facevano chi avevano amato. Ogni creatura finita in quell’inferno non poteva più amare, ridere, correre, cantare con gioia e libertà, erano diventati nullità. Non riusciva più a trattenere le lacrime, cercò di stringere il cuore in una morsa di indifferenza, si chiedeva in nome di cosa era avvenuto l’annientamento di tutti quegli esseri.
Quando entrò nella camera a gas, avrebbe voluto gridare, tanto era agghiacciante quella tomba tetra e mostruosa. Chissà quante “bambole” erano entrate in quella tomba ed erano uscite sopra ad un carrello per essere inghiottite dai forni crematori e scomparire per sempre. Non riuscì mai più a dimenticare l’odore forte dei corpi bruciati nonostante gli anni trascorsi, le pareti ne erano ancora impregnate. La piccola Daniella non passò dalla camera a gas, lei scelse di andarsene libera; dopo essere riuscita a rivedere il suo amato fratello Harry, decise di regalare una licenza premio ad una sentinella.
In una notte di luna piena, abbandonò per sempre la “casa delle bambole”, non attese che la cogliesse la morte. Avrebbe portato con sé la sua identità, il suo cuore di adolescente ricco di bellezza, di sogni e dell’amore che aveva ricevuto nella sua famiglia felice. Avrebbe lasciato in regalo alla “casa delle bambole” il suo corpo di “bambola”. Così nella notte una sentinella prese lentamente la mira su quella delicata figura di angelo bianco che camminava sicura, illuminata dalla luce della luna verso il cielo . Ed in cambio di uno sparo, avrebbe ricevuto un encomio perché uccidere, significava avere una licenza premio e magari abbracciare la propria madre, o la propria sposa, accompagnare in chiesa i propri figli. Quando sentì il rumore stridente del carrello scorrere sulle rotaie del forno crematorio, si scosse all’improvviso, si girò per fuggire, ma si fermò, prese coscienza che quel viaggio non l’avrebbe mai più dimenticato.
Da tempo aveva smesso di chiedere al Signore perché succedevano tante crudeltà. Pensava che nella vita tutto ci aiutava a crescere. Quel dolore però era infinito e pesante, non sarebbe mai stato rimosso, chi era l’uomo? Che uomini erano stati? Cosa aveva significato per loro sopraffare ed annientare tante creature? Chissà se dopo tanta devastazione erano riusciti ad amare ancora? Se ne andò da quell’inferno, con il cuore bloccato. Non riuscì a parlare per diverse ore, si asciugò le lacrime di nascosto. Piano piano, le salì una preghiera dall’anima, affinché il Signore non abbandonasse più l’uomo alla mostruosità dell’onnipotenza ed al nulla assoluto del pianeta Auschwitz.
© Gianella Galuppo