Lettere Al Futuro

30 Marzo 2008

ELOGIO DELL’INESPERIENZA (Gerhard Mumelter – Der Standard- quotidiano Austriaco) tratto da Internazionale

Archiviato in: 1, DemocraziaAlFuturo — rossaurashani @ 23:13
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Tornando da una (breve? almeno per me) vacanza mi sono trovata a leggere questo articolo di un giornalista austriaco sulla campagna elettorale in corso nel nostro Paese. Senza dubbio trovo la chiave di lettura di questo giornalista molto ma molto attenta ed ispirata….

Condivido la sua esortazione nei confronti dei giovani inesperti che sono entrati in politica, solo voi siete il nostro futuro!

” Per Marianna Madia l’esordio in politica è stato tutt’altro che gratificante. La giovane candidata del Partito Democratico ha osato fare un elogio spontaneo dell’inesperienza politica. Apriti cielo! E’ stata sbranata da due caste che brillano di autoreferenzialità e conformismo: giornalisti e politici.

Sia più modesta e non dimentichi l’importanza dell’esperienza! Come quella di De Mita, che ha cambiato partito per ricandidarsi dopo 45 anni in parlamento: esempio più evidente di una casta fin troppo esperta, ma politicamente inefficiente.

E’ un esercizio ipocrita e inutile prendersela con la povera Madia. Perchè i risultati di una classe politica esperta sono davanti agli occhi di tutti: paese in declino, cittadini delusi, poltronite dilagante.

L’esperienza è decisiva? E allora perchè Prodi è caduto quasi nelle stesse circostanze del 1998? E perchè leader navigati come Prodi, D’Alema, Fassino e Rutelli si sono illusi di poter governare con un esercito di 103 ministri e sottosegretari? In Italia l’esperienza politica non serve quasi mai al bene comune. Serve alla partitocrazia, al clientelismo, alla lottizzazione, ai trucchetti parlamentari. Ma tutti sono convinti che il paese non possa rinunciare alla loro preziosa esperienza. C’è chi per rientrare in parlamento ha insistito sulle deroghe come Anna Serafini (moglie di Fassino) , chi ha fatto lo sciopero della sete come Pannella, chi si è affidato ad appelli pubblici come Dalla Chiesa.

Eppure sono i nuovi a preoccupare. I partiti li sorvegliano e distribuiscono kit per evitare errori e gaffe. un esercizio patetico in un paese abituato da anni a scivoloni di ogni tipo.

Che dire di Berlusconi, che scopre dopo 15 mesi che Alitalia è in vendita? E di Fini, che in pochi giorni si è dimenticato di aver definito il partito unico di Berlusconi le “comiche finali”? E di Casini, da vent’anni in politica, che si spaccia per la “vera novità”?

Non si faccia intimidire Marianna Madia. In Italia dove la politica ha inventato la parola “discontinuità” per non parlare di cambiamento, il nuovo ha sempre avuto vita difficile. Ne è la prova vivente il Cavalieri che, a 71 anni e alla sua quinta candidatura, accusa il rivale di 52 anni di rappresentare il vecchio.”

Con questo articolo voglio stimolare tutti i giovani che si credono inadeguati alla politica, a riflettere che con ogni probabilità l’inesperienza con cui devono fare i conti può diventare la loro arma vincente. Non come invito all’arroganza e alla presunzione, bensì come elogio delle qualità insite nella gioventù: il coraggio intrepido, la fantasia inesauribile, la gioiosa innocenza. Basterebbe solo questo a farmi ridare fiducia alla politica.

Purtroppo dalle notizie dell’ultim’ora sorge il sospetto che anche la Marianna benchè giovane ed inesperta sia una Binetti più giovane di 40 anni, la cosa mi ha realmente scombussolata, purtroppo anche la gioventù a quanto pare non è sinonimo di lungimiranza. Come si dice dalle mie parti “non c’è più religione….” ;-)

vedi (http://oknotizie.alice.it/go.php?us=503100788020a9e9)

Madia, una Binetti di 40 anni più giovane

“L’aborto è il fallimento della politica, un fallimento etico, economico, sociale e culturale. Sono certa che se si offrisse loro il giusto sostegno, le donne sceglierebbero tutte per la vita. Non sottoscrivo la moratoria, ma non perché non condivida le analisi di Giuliano Ferrara, anzi: mi pare che quello che dice su questo tema vada proprio verso quella riumanizzazione della vita disumanizzata che ritengo necessaria oggi.

Sono cattolica praticante, e credo che la vita la dà e la toglie Dio, noi non abbiamo diritto di farlo. Quindi dico no all’eutanasia.

Se si parla di famiglia io penso a un uomo e una donna che si sposano e fanno dei figli. Scegliendo per la vita. “

Questa dichiarazione è stata fatta 48 ore fa da Marianna Madia, la capolista del PD per il Lazio, scelta di persona da Walter Veltroni. L’Italia ha così scoperto ciò che, in tutta probabilità, Veltroni già sapeva da tempo: la Madia è una Binetti di 40 anni più giovane.

A 48 ore di distanza, le uniche due reazioni dal di dentro del PD sono quelle di Cristiana Alicata e Andrea Benedino, ossia una lesbica e un gay. Complimenti al resto del partito democratico.

(da Anelli di Fumo)

Vecchi amici

Archiviato in: Poesie — mt70 @ 11:52
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Figure grigie in girotondo danzano e mi sussurrano con il loro gelido soffio una nenia delirante.

Gocce acide bruciando scendono, nasce una stalattite blu nell’anima.

Quando la febbre diviene insopportabile vanno via,

il silenzio è compiuto e completo, neanche questi vecchi amici rimangono a tenermi compagnia.

C’era una Bambola ad Auschwitz

Archiviato in: SalaLetture — pcdazero @ 00:05
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Da molto tempo aveva un sogno da realizzare, un viaggio in Polonia. Da quando aveva scoperto la storia di Daniella, nonostante fossero trascorsi molti anni, non l’aveva mai dimenticata. Finalmente il suo sogno si avverò e partì con la certezza che ora avrebbe ripercorso il viaggio della giovane vita di Daniella.

Quando arrivò a Cracovia, il cui cuore pulsava nella splendida piazza del mercato, circondata da palazzi colorati che si ergevano verso il cielo, la guardò con occhi incantati da tanta bellezza. Si chiese se in quell’estate del 1939 anche Daniella avesse visto il mondo luminoso come avrebbe dovuto essere per una quattordicenne, alla sua prima escursione con le compagne di classe. Nella piazza del mercato il suo mondo di sogni che il cuore aveva intessuto con i fili d’argento della fantasia, finì per sempre. I soldati tedeschi avevano ordinato agli ebrei di stendersi con la faccia a terra. Improvvisamente la piazza era stata pavimentata di schiene umane e Daniella quando rialzò gli occhi, vide solo terrore e morte. Eppure si riteneva fortunata, il suo diario color porpora con una piastrina di bronzo, le aveva salvato la vita.

Prima di partire per la sua gita tanto desiderata, lo aveva infilato nello zaino che si era caricata sulle spalle e la pallottola aveva sfregiato la piastrina, così la dedica “Alla mia intelligente Daniella, da suo fratello Harry “, fu deturpata per sempre come il resto dei suoi giorni. Continuò la visita della città, cercando il ghetto dove la ragazzina aveva vissuto lavorando nel magazzino degli stracci. Nessuno aveva saputo dire a Daniella da dove venivano quei carichi di vestiti e tanto meno dove erano finite le persone che li avevano indossati.

Il ghetto a Cracovia non esisteva più, era stato cancellato, non aveva ritrovato il luogo dove Daniella invece di andare a scuola e vivere con la gioia della spensieratezza, ogni giorno con la lama di un coltello doveva scucire vestiti che sarebbero stati trasformati in tomaie di zoccoli per chissà chi. La fanciulla ogni volta che vedeva scivolare una lettera od una foto dai vestiti che tagliava pensava ai suoi cari, avrebbe voluto raccoglierli. Ma nessuno poteva toccarli, venivano spazzati via ed ammucchiati in mezzo ai rifiuti. Tanti volti, tante parole, ricordi di momenti felici, tante vite giacevano a terra, per loro era già ieri. Si può cancellare un ghetto dove le vite che ci hanno vissuto sono state private della loro identità e della libertà di esistere. Persone trasformate in ombre terrorizzate giorno e notte con l’incubo di un futuro oscuro. Tutto materialmente si può cancellare, ma non l’essenza di un individuo, essa rimane sempre nella memoria di chi l’ha amato.

Dopo Cracovia continuò il viaggio verso Auschwitz, come vide il famoso cancello, guardò il cielo azzurro, uno stormo di uccellini volavano liberi. Sapeva che non era neanche una piccola parte del pianeta Auschwitz esistito, non avrebbe visto l’inferno che aveva rubato la vita a Daniella, non ci sarebbe stata la neve, il gelo che penetrava nelle baracche e nei corpi con ben poco di umano, non avrebbe visto occhi disperati e terrorizzati, scheletri affamati che lavoravano in mezzo al fango. Cercò di congelare i suoi sentimenti e si disse che non avrebbe pianto. Iniziò a camminare nel campo, aveva una sensazione strana, passeggiare in quel pianeta non era facile, tutto era perfettamente in ordine, ma il ricordo della storia di Daniella continuava a farsi sentire.

Quando entrò nella prima baracca e vide le cuccette di legno, pensò alla prima volta che vi entrò la fanciulla con il numero di matricola tatuato sul petto. Non sentiva il dolore della bruciatura, poiché la vita era sospesa come un filo di lana negli occhi gelidi delle sorveglianti. Forse una di quelle cuccette era la stessa dove in mezzo alla paglia sporca giaceva Renya. Una vecchia con la bocca spalancata, dai denti enormi a cui Daniella regalò la sua pagnotta. Quando Daniella protese le braccia verso la povera Renya per asciugarle le lacrime ed imboccarla, le chiese da dove veniva e quanti anni aveva. La vecchia Renya rispose che non aveva ancora finito la scuola superiore aveva, la stessa età di Daniella. Cosa avevano provato tutte quelle giovani ragazze quando si guardavano in viso, vedevano solo scheletri, dei vecchi scheletri. Dov’erano andati i loro capelli di seta, le guance rosee come una pesca ed occhi sognanti una vita splendente ancora da scoprire. Avrebbe voluto non ricordare, non pensare, ma ormai era entrata e continuò il percorso, anche se le sue gambe volevano uscire e gli occhi guardare il sole e la vita.

Arrivò alla baracca chiamata “Istituto d’Igiene e di Ricerche scientifiche”, ma non era accessibile al pubblico. Chiuse gli occhi e le sembrò di vedere Daniella nel momento del suo risveglio dentro ad una gabbia, legata ad una sbarra di ferro con le ginocchia alzate e dolori lancinanti nella parte inferiore della spina dorsale. Intorno a sé tante gabbie con tante giovani donne, dove i loro organi femminili erano usati nelle più impensabili e spaventose sperimentazioni. A loro veniva strappato il dono di essere madre per amore. Daniella fu destinata alla “Divisione della gioia”, le cui baracche erano dipinte di rosa con i fiori rossi e le tendine ed erano chiamate “la casa delle bambole”. Nella “casa delle bambole”, i corpi delle ragazze erano ben sorvegliati per mantenerli sani ed integri. Se un soldato tedesco non era soddisfatto del “trattenimento”, il destino delle fanciulle era segnato e dalla “casa delle bambole” svanivano come farfalle che volavano per un breve attimo. Continuava ad osservare quei volti appesi ai muri resi tutti uguali, senza capelli, stessi occhi infossati dilaniati dalla paura e dalle loro labbra sembrava uscisse una domanda “perché tutto questo? Quando finirà?”

Dalle loro valigie con gli indirizzi ancora scritti sopra, dai loro occhiali ammucchiati, dai loro capelli tagliati, era come se delle voci sussurrassero le loro storie, chi erano stati, cosa facevano chi avevano amato. Ogni creatura finita in quell’inferno non poteva più amare, ridere, correre, cantare con gioia e libertà, erano diventati nullità. Non riusciva più a trattenere le lacrime, cercò di stringere il cuore in una morsa di indifferenza, si chiedeva in nome di cosa era avvenuto l’annientamento di tutti quegli esseri.

Quando entrò nella camera a gas, avrebbe voluto gridare, tanto era agghiacciante quella tomba tetra e mostruosa. Chissà quante “bambole” erano entrate in quella tomba ed erano uscite sopra ad un carrello per essere inghiottite dai forni crematori e scomparire per sempre. Non riuscì mai più a dimenticare l’odore forte dei corpi bruciati nonostante gli anni trascorsi, le pareti ne erano ancora impregnate. La piccola Daniella non passò dalla camera a gas, lei scelse di andarsene libera; dopo essere riuscita a rivedere il suo amato fratello Harry, decise di regalare una licenza premio ad una sentinella.

In una notte di luna piena, abbandonò per sempre la “casa delle bambole”, non attese che la cogliesse la morte. Avrebbe portato con sé la sua identità, il suo cuore di adolescente ricco di bellezza, di sogni e dell’amore che aveva ricevuto nella sua famiglia felice. Avrebbe lasciato in regalo alla “casa delle bambole” il suo corpo di “bambola”. Così nella notte una sentinella prese lentamente la mira su quella delicata figura di angelo bianco che camminava sicura, illuminata dalla luce della luna verso il cielo . Ed in cambio di uno sparo, avrebbe ricevuto un encomio perché uccidere, significava avere una licenza premio e magari abbracciare la propria madre, o la propria sposa, accompagnare in chiesa i propri figli. Quando sentì il rumore stridente del carrello scorrere sulle rotaie del forno crematorio, si scosse all’improvviso, si girò per fuggire, ma si fermò, prese coscienza che quel viaggio non l’avrebbe mai più dimenticato.

Da tempo aveva smesso di chiedere al Signore perché succedevano tante crudeltà. Pensava che nella vita tutto ci aiutava a crescere. Quel dolore però era infinito e pesante, non sarebbe mai stato rimosso, chi era l’uomo? Che uomini erano stati? Cosa aveva significato per loro sopraffare ed annientare tante creature? Chissà se dopo tanta devastazione erano riusciti ad amare ancora? Se ne andò da quell’inferno, con il cuore bloccato. Non riuscì a parlare per diverse ore, si asciugò le lacrime di nascosto. Piano piano, le salì una preghiera dall’anima, affinché il Signore non abbandonasse più l’uomo alla mostruosità dell’onnipotenza ed al nulla assoluto del pianeta Auschwitz.

© Gianella Galuppo

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