Lettere Al Futuro

30 Aprile 2008

Riacquistare il senso del valore reale delle cose anche attraverso lavoretti e volontariato post-scuola

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foto by Manuela 2005

Dal ” Il Gazzettino ” di mercoledì 30/04/2008 cronaca di Padova

Cosa fare per aiutare i giovani  a capire l’errore che stanno facendo, allontanandosi sempre di più dal vero valore della vita,  perso per strada in questi ultimi anni ,con mille cose futili dando poco risalto alla moralità,alla solidarietà,all’amiciazia e il rispetto per il prossimo.

«I modelli sociali sono sbagliati: i giovani
sanno poco e male cosa sia il volontariato.
Non ho mai visto stuoli di ragazzine
correre dietro ai ragazzi che fanno i volontari,
eroi silenziosi nel campo del sociale,
dell’ambiente; ma ne vediamo tante stare
dietro piuttosto a quelli che fanno il Grande
Fratello o i tronisti!». Sono parole di Stefano
Valdegamberi, assessore regionale alle politiche
sociali, che ha partecipato ieri, all’Istituto
Luigi Einaudi, al convegno “Pensiamo
alla salute: scuola e volontariato insieme per
un corretto stile di vita”, promosso dall’Avis regionale e
finanziato dalla Regione Veneto. «Per promuovere corretti
stili di vita tra i giovani – ha detto Valdegamberi – il volontariato
è lo strumento migliore perché responsabilizza, fa
maturare, educa, rende attenti ai bisogni degli altri. Però la
situazione nella quale viviamo è tutto il contrario. Ma la
colpa degli sballi, della diffusione di alcol e droghe tra i
giovani, dei comportamenti autodistruttivi, della superficialità,
della diseducazione e maleducazione non si può addossare
solo alla famiglia e alla scuola. E’ tutta
la società che deve ripensarsi, mettere in
discussione il sistema, la scaletta di valori, o
meglio di non-valori, su cui si regge. Da
parte loro le famiglie – ha aggiunto l’assessore
devono recuperare responsabilità e
dovere verso i propri figli. Ad esempio, invece
di dare superficialmente paghette che
spesso diventano strumenti di acquisto di
alcol o di droghe che causano danni alla
salute fisica e psichica dei ragazzi, i genitori
dovrebbero riacquistare il senso del valore.
 
si può raggiungere solo con la consapevolezza del senso di
realtà della vita e sperimentando la fatica di ogni giorno, non
facendo di tutto per evitarle. E allora – ha concluso Valdegamberi
avanzo questa amichevole proposta ai genitori 
veneti: organizzate in estate, dopo la scuola, delle esperienze
di lavoro per i vostri ragazzi o delle esperienze di volontariato.
Sarebbero le proposte più adatte per farli crescere
bene, per adottare stili di vita validi ieri come oggi».    
               

28 Aprile 2008

Ma dove sono i genitori? – di Alessandra Graziottin -

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 19:52

 

 

foto by Adriano 2005

dal ” Il Gazzettino ” di lunedì 28/04/2008 Nazionale

di Alessandra Graziottin
 

Non sapevo! Non immaginavo che esistessero malattie così”. Impiegata, 
residente in una grande città del Nord, la signora resta turbata e inorridita 
al sapere che la figlia diciassettenne ha una condilomatosi massiva genitale.
Un’infezione da papillomavirus che ha provocato la comparsa di 
moltissime “verruche veneree”, che richiederanno uno o più interventi laser.
 Con un rischio non trascurabile di recidive. “Ma neanche io sapevo che
esistevano malattie così!” sostiene arrabbiatissima la figlia, come se l’infezione 
fosse colpa del medico che la diagnostica. “Perché proprio a me, 
che ho avuto solo due ragazzi?”. Come questa signora, centinaia di madri (e padri) “non sanno”
E non educano i loro figli, maschi e femmine, all’unica forma di protezione 
blindata attualmente disponibile contro le malattie sessuali: l’uso del 
profilattico sempre, fin dall’inizio del rapporto, in ogni tipo di rapporto, e finché non
si vorranno figli. Punto.”Sono stata con un solo ragazzo e ho 
avuto tutto questo?”. “E’ un ragazzo d’oro, come può avermi passato una malattia?”.
Lo conosco bene, mi fidavo. Davvero quest’infezione alle tube che ho preso può ridurmi la fertilità?”.
Ho avuto pochi rapporti, e già ho una malattia?.Sì, purtroppo sì. Con l’attuale diffusione delle malattie 
sessualmente trasmesse, si può contrarre una malattia fin dal primo rapporto,
se il partner, anche giovanissimo, è portatore sano o affetto (e spesso non lo sa). La promiscuità
 è ormai diffusissima tra i giovani. Non è più possibile fare gli struzzi: “Tanto a mio figlio non capiterà”. “E’ una 
brava ragazza, ha la testa sulle spalle” . La ragazza può essere bravissima,
gentile, ben educata e deliziosa. Ma se non fa usare il profilattico, 
perché è timida, o innamorata, o perché teme il giudizio negativo del ragazzo,
o perché le sembra di rovinare l’atmosfera romantica, può contrarre 
ugualmente una malattia. E il ragazzo può essere bravissimo, ma se ha avuto
apporti non protetti con una ragazza portatrice o affetta, diventerà a 
sua volta un propagatore, spesso inconsapevole e quindi ancora più pericoloso,
di una o più malattie. Il virus, o il batterio, non guarda in faccia 
nessuno, né l’età, né la bravura. Questo è triste, è deprimente, siamo tutti d’accordo.
Ma il rischio esiste, cresce in modo esponenziale tra i 
giovani (con un aumento fino a dieci volte di alcune malattie sessualmente trasmesse, negli ultimi 15 anni) e non accenna a diminuire.

Noi adulti, noi genitori, noi insegnanti, noi medici, abbiamo tutti una grande
responsabilità. Più di tutti igenitori, a cui compete in primis la 
responsabilità educativa. Ma dove sono i genitori? Troppi padri ancora si aspettano
che i figli imparino da soli, come hanno fatto loro. Purtroppo il 
mondo è cambiato, molti rischi di oggi allora non c’erano, le droghe non c’erano
 o quasi, l’alcool era usato molto meno, l’età del primo rapporto era 
molto più alta, quando c’era un’altra maturità, e le ragazze erano molto più educate
 all’autoprotezione da un’educazione severa e restrittiva. Oggi 
siamo infinitamente più liberi, sessualmente e non, ma se non educhiamo a usare
bene questa libertà, quest’opportunità diventerà (e per molti è 
già diventata) causa di malattia, di dolore, di conseguenze negative per la salute, 
 la fertilità, e lo stesso equilibrio psicofisico, a medio e lungo termine.

In sintesi, gentili lettrici e lettori, parlate con i vostri figli. Parlate chiaro, parlate presto.
. E sorvegliateli. Uso una parola antica, caduta in disuso. Ma 
i pericoli sono reali e non possiamo pensare che un adolescente, solo perché ha
14, 16 o 18 anni, sia in grado di “autogestirsi bene”, come ci 
piace pensare. L’insicurezza, il bisogno di essere accettati dal gruppo,
la paura di essere emarginati, il bisogno di avere un’identità forte, il nostro 
colpevole silenzio educativo, possono portare anche i ragazzi più innocenti 
a fare degli errori madornali. Pericolosi per sé e per gli altri. Basti 
pensare, tra l’altro, ai disastri alla guida, sotto l’effetto di alcool o droghe
.E allora guardateli negli occhi. Ascoltateli. Ma controllate anche l’ora in 
cui rientrano a casa il venerdì o il sabato, e, soprattutto, le condizioni 
 fisiche e mentali in cui rientrano. Non abbiate paura di dare regole chiare e 
farle rispettare. E’ meglio una discussione intensa oggi, e un “no” detto
 con fermezza e fatto rispettare, che un dramma domani.Alessandra Graziottin
                 
                 

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

27 Aprile 2008

Storie di piccole donne

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lago

Clara

Era una sera di settembre ed una piccola donna pensava alla sua amica Clara, sperava che quella sera andasse in piscina con lei, l’acqua era come la rugiada e tutto diventava gioioso e giocondo come quando si era bambini. Purtroppo anche quella sera Clara telefonò per dire che non stava molto bene e non sarebbe andata.

Clara le mancava molto, lei riusciva sempre a capirla ed a volte le faceva scoprire nuovi modi di osservare i problemi, tanto che le difficoltà non erano più insuperabili ma tutto sembrava semplice e raggiungibile senza paura. Il giorno dopo pensò di andare a trovare Clara, la sua casa era piacevole, calda ed avvolgente con i colori luminosi del giallo del grano maturo, le chiese come stava, ma Clara invece di rispondere fece un sorriso incredulo e gli occhi le s’illuminarono dicendo che non sarebbe più venuta in piscina, allora la piccola donna si fece coraggio e balbettando chiese se aspettava un bambino, Clara rispose di sì nascondendo con le mani un sorriso, quasi con la paura che non fosse vero che fosse ancora un sogno. Le due amiche si abbracciarono emozionate e la casa di Clara piano piano divenne un piccolo mondo incantato in attesa di accogliere il suo bambino, era veramente felice, la vita le stava facendo un prezioso regalo inaspettato.

Una sera arrivò una telefonata inquietante, Clara era in ospedale, stava male, molti pensieri si accavallavano nella mente della piccola donna, cercava di convincersi che era solo un malessere passeggero, tutto sarebbe andato bene, non poteva andare male, non alla sua cara amica. Appena entrò in ospedale vide Leo con la mamma di Clara, comprese che qualcosa era successo, chiese a Leo di Clara, lui rispose con un “insomma”, ma quando chiese del bambino, Leo riuscì solo a dire che era “andato”, la voce gli si spense e non riuscì a pronunciare nessun’altra parola. Un’infermiera la fece entrare da Clara e rimase con lei fino al momento del parto.

Il suo viso era spento, senza espressione e senza lacrime, iniziò a raccontare ogni dettaglio della sua triste storia di mamma, la voce senza vibrazioni di tono cercava di contenere i sentimenti come volesse chiudere la porta alla realtà che la aspettava. Stava partorendo un bambino che non avrebbe mai conosciuto, abbracciato, cullato, non avrebbe mai accarezzato i suoi occhi ed il suo volto che tanto aveva immaginato. Il bambino si era addormentato per sempre mentre lei lo portava nel grembo materno, mancavano solo tre mesi e mezzo alla nascita, ma se n’era andato prima. Nessuno se lo sapeva spiegare, Clara non trovò una risposta. Non poteva dare un senso a quello che le era accaduto, semplicemente apparteneva ad uno dei misteri della vita.

Clara tornò a casa con nel cuore conficcata una spada di ghiaccio che ogni mattina puntuale ritrovava al risveglio e la accompagnava tutto il giorno, la notte era diventata un appuntamento ambito, per alcune ore s’illudeva di non sentirla più, scivolando nell’oblio del sonno. I giorni passavano e la piccola donna vicino a Clara si sentiva in colpa ed impotente, non riusciva a rassicurarla e le parole non servivano a niente, avrebbe voluto abbracciarla stretta stretta e possedere una bacchetta magica per cancellare il suo gran dolore. Non le era neppure stata concessa la memoria, non poteva ritrovare i gesti ed i sorrisi del suo bambino nei ricordi.

La piccola Clara cercò a lungo nel suo cuore e là dove la speranza sembrava spenta per sempre, trovò una piccola luce ed iniziò la difficile risalita dal buio. Quando riuscì a salutare il suo bambino ed a lasciarlo andare a giocare felice con piccoli angeli dai boccoli d’oro, il suo cuore si riaprì e fece spazio ad una nuova vita. Un giorno di fine febbraio, mentre le vispe mascherine danzavano tra stelle filanti e coriandoli, arrivò Aurora che dipinse il cielo di Clara e Leo di orizzonti dorati. Una nuova vita iniziò dal coraggio di accettare la perdita e ritrovare la speranza in un mondo di dolore e di gioia.

Nada

La prima volta che vide Nada le sembrò un elfo uscito dai giardini di Kensington, continuava a lavorare veloce senza fermarsi, sorridendo a tutti con grande pazienza. Aiutava tutti, specialmente chi ormai il peso degli anni aveva reso solo e fragile, dimenticando molte volte se stessa, per lei essere utile agli altri era vitale. Ma nel blu profondo dei suoi grandi occhi, nascondeva una profonda tristezza.

Un giorno iniziò a raccontarle la sua storia, storia di dolore, di annientamento, d’identità calpestata. Non era un elfo che si divertiva con Peter Pan e le fate nei giardini di Kensington, ma una piccola donna con tanti sogni traditi. Anche lei, come tante ragazze, era cresciuta aspettando il principe azzurro che la portasse all’altare ed in un giorno di festa incontrò il suo principe che volava su una moto e Nada s’immerse nei suoi occhi, sentì il cuore salpare come una barca nel vento con palpiti d’oro e sogni innocenti fino all’altare. Ma i fiori d’arancio presto appassirono ed insieme ai fiori anche i suoi sogni s’infransero negli scogli della realtà.

Il bel cavaliere non era un principe con un cuore gentile, ma un uomo infelice e pieno di rabbia che per sentirsi importante iniziò a maltrattare Nada, a trafiggerla di offese. Invece di augurarle il buon giorno al mattino, le lanciava la speranza che venisse investita mentre andava al lavoro. La casa dove aveva immaginato bambini giocare con il sorriso del cavaliere che tanto l’aveva incantata, si trasformò in una prigione di violente discussioni ed oggetti volanti che atterravano frantumandosi.

Le promesse sincere di non tuffarsi nell’alcool, ma di trovare un lavoro, puntualmente venivano dimenticate. Nada sentiva che lui aveva bisogno d’aiuto e sperava con il suo amore di salvarlo, in fondo le voleva bene e non poteva vivere senza di lei. Puntualmente dimenticò se stessa per dimostrargli che lo avrebbe reso felice, si caricò il peso di pagare tutti i conti della casa, di soddisfare i regali che lui chiedeva piagnucolando come un bambino, di sopportare le sue ire improvvise, la lapidazione continua di ricatti e squalifiche. Un giorno sostenne che voleva uccidere un bambino, semplicemente perché sventolava la bandiera della squadra di calcio avversaria alla sua.

Nada con il timore di guardare dietro la facciata, iniziò a chiedersi chi era veramente quell’uomo, tutto in lei voleva mentire preferiva continuare a vedere il principe che volava con la moto ed amava solo lei. Ma il cavaliere invece prese il volo per andare oltre Oceano e quando Nada lo chiamò per sentire com’era andato il viaggio verso la sua terra natia che tanto rimpiangeva, le rispose una voce di donna ed all’improvviso comprese che lui non aveva bisogno del suo amore, non era lei che lo doveva salvare. Piano piano nel cuore di Nada si sciolsero i legami di dipendenza ed i sensi di colpa, iniziò a nascere l’amore per se stessa e scelse la solitudine, difficile ed amara nei primi tempi, ma ricucire la propria vita significò riavere la propria vita.

Una sera, con ancora le ceneri del suo dolore nell’anima, andò ad una cena ed incontrò un uomo che non aveva niente di magico, ma semplicemente era un uomo che sapeva amare, capire e vivere la vita insieme con una piccola donna.

Cecilia

Cecilia aveva la musica che come un ruscello le scorreva incessantemente nell’anima ed una vita vissuta in paesi lontani, prima di conoscere l’isola da dove avevano avuto origine le sue radici. Il paese che la vide nascere si affacciava sulla Porta delle Lagrime e guardava il Mar Rosso ed il Mare Arabico, ma un giorno dovette lasciarlo con l’unica colpa d’essere straniera. Cecilia approdò poi nel Transvaal dove tutto luccicava di diamanti ed oro e del colore dell’apartheid.

Gli uomini non erano tutti uguali sotto lo stesso cielo ma erano distinti per colore e così appartenevano al colore della ricchezza o a quello della povertà. Quando dopo un tormentato cammino, attraverso un rovesciamento di Stato anche i bianchi dovettero accettare che non esisteva solo il colore della neve, Cecilia dovette abbandonare tutto ancora una volta. Ogni paese che aveva dovuto salutare per lei era stato un abbandono forzato, intriso di arrivederci sapendo che non ci sarebbe mai stato un ritorno, ma il distacco da chi amava e da tutto ciò di cui si era circondata. La musica cresceva con lei e leniva il dolore delle separazioni che la vita le regalava, il suo talento la fece accogliere in un’orchestra sinfonica, dove suonava tra il profumo delle zagare e l‘arte barocca, cullata dalle onde del Mediterraneo.

Un giorno trovò un amore sincero che sapeva cogliere la dolcezza della musica del suo cuore ed arricchirla del lato più spirituale della vita, imparò a distinguere la luce che illuminava l’essenza delle persone. Lei aveva sempre un gesto di comprensione e sosteneva che tristezza e la disperazione vengono da Dio, come la forza umana in tutta la sua bellezza. Ma un’altra sofferenza stava aspettando la piccola donna, scoprì che il suo corpo non era più immutabile, la malattia si era insinuata dentro e non sapeva dove il pericolo poteva portarla. Cecilia non si pensò mai come essere debole ma forte, seppe ascoltare chi già aveva attraversato il male che lasciava l’incertezza del futuro e ne fece tesoro, affrontò la lunga strada che l’aspettava con serenità.

Si sentì amata e confortata da vecchi e nuovi affetti che non sapeva di avere, trasformò la sua esperienza dolorosa in un cammino di crescita e comprensione verso chi ogni giorno incontrava. Questa crescita non bastò per lei, il suo corpo iniziava appena appena a sentirsi libero dalla sofferenza quando la colpì la notizia devastante che anche il suo papà si ritrovava a combattere con lo stesso male. Cecilia raccolse le sue forze e volò nell’isola dove i suoi genitori avevano ritrovato le radici di una beata infanzia. Aiutò la mamma ad accompagnare il padre nel tormento della malattia, ma per lui non c’era speranza, il suo cammino si stata concludendo ed avrebbe lasciato questa vita per una nuova vita.

Un’altra separazione aspettava Cecilia, ma per lei la vita era in ogni caso immensa ed aiutò il padre ad accogliere con coraggio il suo tramonto ed a prendere coscienza dell’infinito. Cecilia ha sempre saputo che chi ci lascia lo ritroviamo comunque nei nostri gesti nelle nostre parole: questo è il segreto della memoria, così non ci sentiamo mai soli.

Dora

Lo squillo del telefono la sorprese e si chiese chi poteva essere a quell’ora tarda della sera, corse a rispondere e sentì la voce dolcissima di Dora. Lei iniziò subito a scusarsi per non averla chiamata prima, purtroppo come sempre aveva molti impegni. Ora all’improvviso era arrivata Natasha, un dono dall’Ucraina. Natasha, come tanti bambini che vivono in orfanotrofio, aveva fatto un lungo viaggio per vivere un’estate da sogno con una signora Italiana che l’aveva richiesta. Lei era felice, finalmente si sentiva desiderata ma la signora, appena fece la sua conoscenza, si spaventò e chiese aiuto a Dora. Non comprese che la durezza e l’ostinazione della bambina erano una difesa verso il mondo, lei non era protetta da una mamma o da un papà, era sola, senza sicurezze, senza amore.

Dora, piuttosto di vedere Natasha ancora una volta soffrire, decise di occuparsi anche lei della bambina. Avrebbe tanto voluto avere dei figli, ma non sempre nella vita i desideri si realizzano. Forse per la piccola donna questa era l’unica opportunità di essere mamma per un’estate.

Non la sorprese più di tanto la scelta di Dora, conosceva profondamente la sua capacità di essere avvolgente e calorosa, come il fuoco del camino che ti accoglie dopo una giornata difficile e fredda. Dora la invitò a conoscere Natasha la sera successiva ed appena entrò nel cortile della sua casa, la trovò sulla porta ad attenderla, come se avesse paura che la sua amica non volesse conoscere una bambina venuta dall’orfanotrofio. Lei sorrise e disse tranquillizzando Dora: “assolutamente no”, anche lei si sentiva sempre orfana e rifiutata, era come un marchio indelebile che nascondeva come un segreto nel profondo del suo cuore.

Subito chiese a Dora la storia di Natasha. Purtroppo la bambina parlava un Italiano stentato, e lei non sapeva molto della sua vita, aveva compreso che i genitori la picchiavano, in quanto annegavano i loro problemi nel vino ed il fratello più grande aveva chiamato la polizia, così i due bambini più piccoli, Natasha ed Alioscia, erano stati allontanati ed assegnati a due orfanotrofi diversi. Purtroppo nessuno si preoccupò di loro, i bambini furono divisi -se fossero rimasti insieme almeno un pezzettino della loro famiglia avrebbero potuto ritrovarla l’uno nell’altra.

All’improvviso sentirono un bussare incessante alla porta e Natasha entrò come il vento frizzante ed allegro dell’estate. Lei la salutò e si presentò con un sorriso ed alla vista del suo bellissimo visetto dolce e caparbio, dove l’anima si rifletteva in due occhi di mare e cielo, con sua grande sorpresa non riuscì a trattenere le lacrime. Dora cercò di giustificarla con la bambina, spiegando che la sua amica era semplicemente commossa per aver fatto la sua conoscenza. Non riusciva a calmare il dolore, non capiva perché la vita fosse così ingiusta, una bambina di otto anni aveva il diritto di avere una mamma, come poteva essere abbandonata. Si chiedeva perché tanti bambini sono costretti a vivere senza quel legame più importante della vita, da dove cresce l’essenza dell’anima e la capacità di amare senza paura. A poco a poco si avvicinò a Natasha ed incominciò ad accarezzarla, era un piccolo cucciolo che voleva vivere appartenendo a qualcuno, sentirsi importante e protetta, non dover più essere una bambina aggressiva, solo per conquistarsi un giocattolo per un’ora.

Chissà se coccolare la bambina sarebbe stato un allargare la sua ferita di orfana, ma poi comprese che forse questo breve affetto si sarebbe trasformato in un caro ricordo che le avrebbe riscaldato il cuore nei momenti più tristi.

Dora, con la tenerezza, le carezze, la complicità e l’affetto riuscì ad essere per un’estate come l’acqua nel cuore assetato di Natasha. La bambina con lo sguardo impietrito e senza far trapelare la sua disperazione, dovette ripartire, la sua vacanza d’amore era finita e per Dora, dopo essere stata madre, si preparava il dolore più devastante della vita, doveva dire addio alla sua mamma.

All’improvviso si ammalò e rapidamente scivolò nel coma profondo, la paura allagò il cuore di Dora e come la speranza di specchiarsi ancora negli occhi della mamma si assottigliava, il dolore acuto le paralizzava l’anima. Una domenica mattina, la piccola donna andò dalla sua amica, entrò in giardino senza parlare, l’estate stava finendo, per lei era iniziata con l’essere madre e finiva con il perdere la madre. Le disse che non riusciva a pensare, si sentiva un’ombra, ora aveva solo suo fratello ed un padre padrone che solo la sua mamma riusciva a controllare. Non sentiva niente era agghiacciata, aveva fatto l’errore di credere che una mamma potesse morire a novant’ anni.

L’amore della madre è sempre gratuito, non averlo più è perdere sé stessi, le radici, la sicurezza, la consolazione, la terra, il cielo stellato, la madre è l’inizio e la fine di tutto.

© Gianella Galuppo

25 Aprile 2008

Comandante “Orfeo”, 93 anni, due gambe e un bastone….

Archiviato in: DemocraziaAlFuturo — rossaurashani @ 14:23
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Stamattina l’ho conosciuto: Mario Dalla Venezia, Brigata Garibaldi, compagnia F.Biancotto, classe 1915, 93 anni, due gambe stanche ed un bastone… abbiamo parlato insieme per un lungo tratto del “Percorso della Memoria”, che si snoda per Venezia toccando luoghi legati alla Resistenza fino a raggiungere il Campo del Ghetto, il primo ghetto ebraico purtroppo, che nacque proprio qui in questa città.

“Orfeo” mi racconta che il 25 aprile lui era in carcere già da un mese e mezzo e quando fu liberato, dovette imbacuccarsi dentro ad una sciarpa perchè le sevizie che aveva ricevuto gli aveva sfondato un timpano e sbriciolato uno zigomo rendendogli un occhio quasi inservibile. “Mi picchiavano da dietro, sulle orecchie, con un sacchetto di sabbia, fino a farmele sanguinare, avevo due bistecche, vede come sono grandi e schiacciate?” Me le mostra ridendo. Penso: strano lo racconta come se questo non fosse successo a lui.

Mi racconta anche chi l’ha tradito, ma non porta rancore, dice a quel tempo la gente faceva qualsiasi cosa per mangiare. Mi racconta che i partigiani di Venezia avevano una situazione diversa, molti non potevano nascondersi in montagna, dovevano comunque e sempre mostrare la loro faccia oppure nascondersi dentro a case di parenti e amici, al massimo in campagna, Mi racconta che nelle nostre montagne vicine, nel Cansiglio, c’erano molti combattenti che si nascondevano , ma che mancavano delle cose più elementari, per esempio avevano un paio di scarpe in due, quindi venivano usate solo da chi faceva la sentinella. Un giorno venne a sapere che suo padre, ignaro, doveva trasportare un carico di scarpe (di una grossa ditta della provincia), pertanto loro come se fossero in un gioco, incaricarono un “ladro” di mestiere a rubare le scarpe, senza però far scoprire la merce che mancava, anche per non mettere in difficoltà il padre. Riuscirono a fornire scarpe per tutta la compagnia, mandando le staffette donne con un paio di scarpe alla volta su in montagna.

Ridacchia divertito ai suoi ricordi, chissà quante storie mi potrebbe raccontare ed io non mi stancherei di ascoltarle.

Ma il percorso è lungo e oggi fa caldo, lui suda si vede che è stanco, ma non vuole mollare. Io dico: “Signor Mario, non esageri, si tenga in vita il più a lungo possibile, anche questo vuol dire resistere. Ricordi sempre e non smetta mai di parlarne! “. Mi fa cenno di sì, mi guarda e mi sorride, col suo viso pieno di rughe, mi dà la mano e mi dice: ” Arrivederci!” e tutti e due ci diciamo “Grazie!”, ma io ho più ragioni per ringraziare, davvero molte di più.

Eravamo partiti in trecento (giovani e forti?), un numero sparuto per una festa del 25 di Aprile, alcune bandiere di varie provenienze tutte dietro alle “colonnelle” dell’ANPI, ma, incredibile, lungo la strada la gente affluiva, a decine, a centinaia, un fiume umano allegro e canterino si snoda per la città. Ora mi ricordo un’altra importante ragione per cui io amo tanto Venezia. “Ciao…” “Ciao…” Tanta gente si conosce, si mescola chiacchiera,i bambini si rincorrono, l’aria è festosa, amichevole….

Si arriva in Campo al Ghetto dove c’è la Sinagoga, si depone una corona d’alloro, si alzano le bandiere, si applaude, qualcuno parla dal palco : una ragazza giovane, Il Rabbino capo, anche il nostro Sindaco che fa un discorso così appassionato e accorato che restiamo, lì, basiti. Ma come dov’è finito il distacco del filosofo? Quello dell’intellettuale cinico? “Ehi è tornato il nostro Sindaco… è tornato e noi ne andiamo fieri, perchè ha parlato come uno di noi, ha parlato a noi e tutti lo abbiamo capito” ( ha detto una sola parola difficile “metafisica”, ma la sapevo e quindi l’ho perdonato).

Adesso è finita la gente resta a parlare alcuni vanno… “Dai andiamo a prendere uno “spritz?” ,”Come no!” “E’ bello trovarsi, almeno fino a che questa festa non viene annullata”, ” Seeehhhh hai voglia!”

Prendo la strada di casa con il sole nel cuore, chiamo mio figlio a Firenze, risponde: “Sono anch’io in piazza con l’ANPI, mamma, e siamo in tanti….torno domenica, a presto, ti voglio bene.”

questi due link riguardano il fondo: convitto scuola F.Biancotto che si prodigò per raccogliere e far studiare i figli dei partigiani

Insmli.sys6.file&Obj=@Insmlid.pft&Opt=get&Type=Doc&Id=025335

quest’altro Link riguarda la Beffa del Teatro Goldoni di Venezia , Brigata Garibaldi , F.Biancotto.

Goldoni.htm

24 Aprile 2008

Il Sindaco non vuol che cantiamo, dispetto gli facciamo, cantiamo di più….

Archiviato in: Canzoni — rossaurashani @ 22:34
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In barba a tutti i sindaci sardi e a quelli padani

25 aprile 2008 – Tina Merlin, una donna, una voce libera….

Archiviato in: 1, DemocraziaAlFuturo — rossaurashani @ 16:31
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Vorrei farvi partecipi di un cattivo presagio, che forse non ho motivo di provare, a cui forse voi non vorrete credere, ma quest’anno la giornata del 25 aprile sembra abbia  dei connotati diversi, sembra quasi che stia sfumando i suoi contorni, stia diventando evanescente, sempre più intangibile fino a scomparire.

Proprio per questa mia sensazione di perdita, tendo fortemente a cercare degli appigli, cerco di attaccarmi con tutte le forse alla “memoria” facendo di tutto per non dimenticare….

45 anni di sistanza dalla tragedia del Vajont e a 65 dall’inizio della lotta di liberazione, è giusto accostare queste due date, commemorarle insieme, sopratutto per farci capire, se le motivazioni della Resistenza hanno un senso, al dilà delle celebrazioni.

Oggi per non dimenticare vi farò conoscere Tina Merlin, una donna del nostro tempo.

25-aprile-2008-tina-merlin-tutta-una-vita-per-la-resistenza

Chi conosce Tina Merlin?

Qualcuno azzarda: “Quella delle Case Chiuse?”

No quella della Case chiuse si chiamava Lina Merlin ed era un’ Onorevole.

E allora chi è? Solo qualcuno che abita nel Veneto, la ricorda, e se lo fa ci mette una buona dose di rammarico, non rimpianto e nemmeno rabbia, solo rassegnato rammarico.

Era una donna, prima di tutto, figlia della povertà delle nostre montagne, una che non aveva potuto studiare, ma che nella sua vita non si era mai rassegnata al suo destino. Ultima figlia di una nidiata di fratelli emigrati per guadagnarsi un tozzo di pane. Lei fa la “serva” a Milano, ma rientra a casa sua in montagna dopo i primi bormbardamenti. Lei e il fratello Toni, lasciano la madre disperata e vanno in montagna, questa volta quell’”altra montagna” quella dei partigiani. Il fratello ci lascia la vita e lei fa la staffetta. La sua resistenza è quella che fanno le donne,  correndo da una parte all’altra della sua amata montagna a portare ordini.

Finisce la guerra, ma la sua resistenza non è un capitolo chiuso, combatte strenuamente per la causa dell’emancipazione femminile, che fa propria superando i complessi che la soffocano derivanti dall’origine sociale e dall’educazione ricevuta nell’umile ambiente dov’è nata.

Malgrado la sua scarsa formazione scolastica, dopo aver scelto la causa politica degli umili e dei diseredati, le viene offerto di scrivere per l’Unità. Da modesta donna di servizio a giornalista. Sarà proprio questo il suo destino di donna resistente fino al termine ultimo.

Tina conosce la sua terra dove “le radici terrestri e le radici celesti si uniscono senza usurpare gli altri limiti”, conosce le sue origini e le rispetta, le ama.

A questo punto entra in scena un altro nome, forse più conosciuto: Vajont.

Ricordate la diga costruita nella valle sopra Logarone? Una notte, il 9 ottobre 1963, un’enorme pezzo del Monte Toc precipita sull’invaso costruito come bacino idroelettrico dalla SADE, l’acqua spinta da quella massa che si è staccata, supera la diga e cancella tre paesi: Erto, Casso e Longarone, più di duemila persone vengono cancellate da una forza pari a quella di una bomba atomica.

“In una serata di tiepido autunno in pochi secondi duemila persone – uomini, donne, bambini – venivano sacrificati sull’altare del profitto al quale anche la scienza ufficiale aveva dato una mano, nascondendo agli Enti Locali e perfino al Governo le prove che sul Vajon sarebbe accaduto un disastro.”

“Ho seguito la vicenda dell’invaso del Vajont con passione non solo di giornalista, ma di figlia di questo popolo contadino e montanaro che si ribella alla restorica delle “virtù tradizionali” che mal nasconde il cinismo dello sfruttamento più spietato. Con questo cuore ho seguito tutte le vicissitudini, le resistenze, le paure dei montanari di Erto contro la SADE, non per impedire di costruire il grande bacino idroelettrico del Vajont, ma per impedire di compiere un delitto.”

Per anni Tina Merlin denuncia nel suo giornale, fatti che erano la premonizione di “una morte annunciata”. Tentando di portare all’opinione pubblica l’immagine di un territorio condotto volutamente o irresponsabilmente in una situazione di estremo pericolo, dove nessuno si curava  di valutare la gravità delle conseguenze e riteneva opportuno mettersi contro il potere.

Dice ancora Tina: “L’esperienza della vita che è storia collettiva, deve pur lasciare traccia d’insegnamento a chi viene dopo per suggerire forme più avanzate di civiltà e di convivenza umana. Che oggi,  appunto, non riguardano solo un paese, ma il mondo.”

Per chi non lo sapesse la SADE oggi si chiama E.N.E.L.

Tina Merlin muore il 22 dicembre 1991, e con lei viene a mancare una grande donna, una voce libera del nostro tempo. La voce di chi per tutta la vita ha perscorso la strada della resistenza anche se a volte in solitudine,  masticando il senso della sconfitta….

Link - Associazione Culturale Tina Merlin    http://www.tinamerlin.it/

Oltre il limite

Archiviato in: Poesie — abdita @ 14:18

Ulisse,
guardati, sei vecchio.
Il tuo volto si è fatto scuro
ora ci sono le rughe:
quelle di chi cerca
e non ha ancora trovato.
Fermati,
non partire di nuovo,
non andare al di là della notte.
Il fascino dell’ignoto ti attrae,
ma l’orizzonte lo sai,
è irraggiungibile.

Sono tornato indietro:
ho capito che non mi sarebbe bastato.
La libertà? Forse.
Essere un altro in un’altra storia:
ecco cosa vorrei.

Ulisse,
guardati, sei vecchio.
La tua vista non arriva
dove arrivano i tuoi sogni.
Le tue mani segnate
dal sale e dalla fatica
non possono contenere
l’immensità dell’oceano.
Siediti,
ascolta e riposa,
parole nuove
sto tessendo per te.

Sono tornato indietro:
non andrò più via.
Ma continuerò a cercare
ciò che sfugge all’intelligenza:
non posso rinunciare a conoscere, a capire.

                                           Abdita
 

23 Aprile 2008

Duru duru duru duru stai

Archiviato in: Poesie — mt70 @ 19:20

 

 

Questa filastrocca me la cantavano la mia mamma e la mia nonna quando ero piccolissima, tenendomi a cavalcioni, mi è molto cara:

 

Duru duru duru duru stai
custa pippia no si morjat mai
mellus chi si morjat una vitelledda
ca sa vitelledda si dd’eus a pappai
e a chini a chini dd’eus a donai
a unu a unu chi tenit dinai
a unu a unu chi tenit muneda
ca dd’at a bestiri de oru e de seda
ca dd’at a portai a su baddu a baddai
Duru duru duru duru stai

 

 Traduzione

Duru duru duru duru stai

questa bambina non morirà mai

è meglio che muoia una vitellina

perchè il suo destino è di essere mangiata

e a chi e a chi  la darò in sposa

a uno che abbia molto denaro

a uno che abbia molti soldi

che la coprirà di oro e di seta

che la porterà a ballare

duru duru duru duru stai

Relazione annuale sulla 194. Alcune considerazioni sul perchè questa legge va tutelata e difesa

Archiviato in: PuntoD'Incontro — Audrey @ 09:32
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E’ stata pubblicata ieri la “Relazione annuale sull’applicazione della Legge 194” riguardo gli anni 2006 2007.

http://www.borsaitaliana.reuters.it/news/newsArticle.aspx?type=topNews&storyID=2008-04-22T103114Z_01_POL237680_RTRIDST_0_OITTP-SALUTE-ABORTO-RELAZIONE.XML

Livia Turco ha messo in evidenza 3 fatti fondamentali che emergono dall’analisi dei dati rilevati:

1)     nel 2007 il ricorso all’IDG è ulteriormente diminuito di un 3% rispetto all’anno precedente. Ricordiamo che dal 1982, anno in cui è entrata in vigore la 194,  il calo è stato del 61,4%.

2)     Il calo è più forte tra le italiane (- 3,7% rispetto al 2005 e -61,4% rispetto al 1982). Mentre nelle cittadine straniere si conferma l’incremento del ricorso all’IVG (+ 4,5% rispetto al 2005)

3)     Aumenta l’obiezione di coscienza tra i ginecologi, in particolare al Sud.

 

A mio parere il dato più rilevante tra i 3 è il trend contrastante tra italiani e cittadine straniere: nel 2006 il numero di aborti tra le donne italiane è stato pari a 90.587 (il 3,7% in meno del 2005), mentre tra le donne straniere sono state pari a 40.431 nel 2006 (+4,5% rispetto al 2005), pari al 31,6% del totale (nel 2005 erano il 29,6%).

 

Vorrei sottolineare la percentuale del 31, 6 % di donne straniere sul numero totale di IDG operate, quando la percentuale di donne straniere sul totale della popolazione femminile presente in Italia, oscilla tra un 5% (ufficiale) ed un più probabile 10 % (effettivo)  considerando le clandestine.

Questo sta ancora una volta a dimostraci:

a)     la 194 ha operato in maniera buona ed efficace verso le donne del nostre paese, riuscendo a diffondere una cultura della prevenzione e della consapevolezza della procreazione, e dimostrandosi una legge non semplicemente e ciecamente abortista come qualcuno (un nome a caso..Ferrara) vuol far passare;

b)     la 194 è a tutela soprattutto di soggetti culturalmente, economicamente e socialmente deboli, che vanno a loro volta aiutate e supportate così come è stato fatto dal 1982 per le donne italiane, nel rispetto di quei cambiamenti a cui il nostro paese sta andando inevitabilmente ncontro, da un punto di vista etnico, sociologico ed antropologico. Lega volente o nolente J

Ricordiamoci o (per chi è troppo giovane per farlo) facciamoci raccontare dalle ns mamme, zie, amiche insegnanti, cosa era l’Italia prima del 1982, cosa erano le donne italiane allora, quando in questo paese venivano praticati 1 milione di aborti clandestini, e ricorrere all’IDG era considerata comune prassi anticoncezionale, con gravi danni alla salute femminile.

Ricordiamocelo e difendiamo la 194 proprio per quelle donne cittadine straniere che ricordano tanto le italiane prima del 1982.

 

 

 

21 Aprile 2008

Non siamo degne neppure di una sepoltura…….

Archiviato in: PuntoD'Incontro — annuska62 @ 22:26

Siamo nel XXI secolo.

 La donna dopo anni di dure battaglie pensa di aver raggiunto un  ruolo determinante nella societa’ moderna. Qualcosa, anzi piu’ di qualcosa, mi dice che siamo ferme ancora all’eta’ della pietra. In Italia, come in moltissimi altri stati, violenze, maltrattamenti, discriminazioni sono all’ordine del giorno, sembra impossibile, ma nulla riesce a far capire alla mente maschile che non siamo  oggetti, oggetti per il piacere, oggetti da insultare, oggetti da violentare, oggetti da comandare.

E’ possibile che a nessun uomo venga in mente di mettersi nei nostri panni anche solo per poche ore? Come reagirebbe un uomo al nostro posto? Sarebbe capace di non reagire con la violenza?

Chiedo al sesso maschile, un favore, per una volta mettetevi in una qualsiasi situazione che affrontiamo noi donne tutti i giorni e poi pensate a come reagireste.

Tutto questo preambolo, per dirvi :e’ vero alla violenza non si puo’ripondere con la violenza ma  permettetemi un vaffanc…. a volte ci sta benissimo, e se avrete il buon senso di continuare questo post leggete il resto vi fara’ capire  da dove nasce  la mia rabbia  

vergognoso  click( foto non adatte a persone  particolarmente sensibili)

 

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