Un post di AmicusPlato, che riporta il sempre attuale mito della caverna di platonica memoria, mi ha ricordato un’altra caverna di cui ho letto tempo fa.
Provo a ricordare perché non trovo un link cui rimandare.
Ci troviamo da giorni in una lunghissima grotta alla ricerca di un’uscita.
Camminiamo, camminiamo al buio e siamo sul punto di perdere ogni speranza di salvezza.
A un certo punto, lontano lontano, un puntino, un piccolissimo chiarore.
Qual è l’atteggiamento più ragionevole davanti a quel lieve barlume?
Volgere lo sguardo verso quel presentimento di luce e dirigersi decisamente verso di esso nonostante la distanza, oppure volgere le spalle ad esso e tornarsene indietro?
Mi pare che la posizione più ragionevole sia offerta dalla prima risposta.
Eppure, se questo è comprensibile quando si parla della sopravvivenza fisica, diventa fonte di complicazioni quando ci si trova nel tunnel psicologico di chi è alla ricerca di un vero gusto, di una vera bellezza della vita.
Il presentimento della bellezza, se non addirittura la bellezza stessa, trova in noi una volontà troppo indebolita per essere preso sul serio. Eppure si tratta dell’unica vita che abbiamo! Ma, misteriosamente, la nostra libertà è capace di resistere anche alla bellezza. E così ci priviamo non solo della bellezza, ma anche delle vere gioie che rendono la vita degna di essere vissuta.
