Lettere Al Futuro

12 Novembre 2009

L’istinto materno e il primo bacio rubato.

Archiviato in: Lettere, PuntoD'Incontro — annuska62 @ 01:00

-Bouguereau_first_kiss

Dopo mesi di assenza eccomi a scrivere nuovamente, forse qualcuno ha gradito il mio silenzio, ma vedere che questo blog rimaneva immobile senza alcuna novità, mi ha spinto ancora una volta ad uscire allo scoperto, lasciandomi alle spalle un periodo non proprio felice.

E’ stato il periodo della “scoperta dell’istinto materno”.

Come????? Dopo 13 anni hai  scoperto finalmente l’istinto materno????

Ebbene si, fin dall’inizio mi sono sentita una madre diversa. Mi avevano detto che l’ istinto mi avrebbe “ investita” fin dal primo momento, o al massimo qualche giorno dopo, invece mi sono ritrovata con questa fagottina che sentivo gia’ una persona a se stante, indipendente, decisa, che non aveva bisogno assoluto di una ” madre felina ”. Così per giorni, ho cercato nel suo sguardo di neonata, nel suo odore da latte, in ogni piega della pelle, nei suoi vagiti qualcosa che risvegliasse il mio istinto materno, ma purtroppo nulla. Io ero la madre, lei la figlia neonata-adulta.  Non voglio sembrare cinica, io l’ho amata, l’ho seguita, mi sono scontrata con lei senza però dipendere dall’istinto, infatti quello non c’era e non l’ho più cercato.

Eppure dopo 13 anni, in seguito ad un suo problema di salute, eccomi all’improvviso ingrovigliata, in un istinto materno che non mi lasciava neppure respirare. Il terrore che qualcosa potesse  ”toccarla” o togliermela per sempre, mi  ha fatto quasi impazzire. Come una tigre in gabbia, ho affrontato visite ed esami, ho aspettato i risultati senza dormire e senza nutrirmi continuando con lei una vita fatta di scherzi , scaramucce e tanto amore, e senza farle respirare la mia angoscia,

Ora che tutto è passato, l’istinto non mi ha più lasciato. Fa parte di me.

Guardo negli occhi la mia bimba già donna, sarei pronta ad innondarla d’amore, vorrei proteggerla ogni istante, ma so che devo lasciarla vivere,  so che devo farmi da parte, per farla sbocciare, farla diventare quello che vuole, la farfalla che sempre ha sognato di diventare, proprio adesso che è il tempo dei primi baci rubati.

P.s. Biri: Vola farfalla è il tuo tempo ( quando vuoi, io ci sarò).

25 Settembre 2009

L’importanza di essere in due (dedicata ad Annuska)

Archiviato in: AngoloRelax, Canzoni, Lettere, PuntoD'Incontro — rossaurashani @ 09:11

Veramente a fare i conti noi saremmo in cinque. Siamo numerosi. Succede in qualche famiglia. Io e te siamo le sorelle. Un po’ mamme e un po’ amiche di questo altro mondo maschile. Oggi però che è il tuo compleanno devo, per forza, perchè ormai troppo tempo è passato, ringraziarti di essere la mia sorellina. Le cose non si capiscono subito. Prima eri troppo piccola. Poi crescendo ti sei data da fare per uscire nel mondo. Da timida ragazzina a donna ironica e colta. Io ero grande e dovevo pensare a te. Oggi sei grande e sei tu a pensare a me. Gran bella cosa quando si cresce, mi guardo bene dal dire: quando si invecchia, di trovare una spalla così vicina su cui poter contare. Abbiamo affrontato insieme molte prove. Ti credevo delicata, facile da spezzare ed eri una roccia. Ti credevo fragile , ed ero pronta  a difenderti  dalla vita e tu ti sei trasformata in un cavaliere impavido pronta a combattere al mio fianco. Che dire? E’ bello avere una sorella. E’ importante avere qualcuno con cui parlare, per raccontare anche le cose più stupide. E’ determinante sorridere di noi e degli altri, anche quando la vita ci prova. Riscalda il cuore sapere che sei a tiro di telefonata. Che su di te posso sempre contare.  Riscalda il cuore sapere che hai un grande cuore. E’ dolce sapere che basta solo una mezza parola e già sappiamo cosa fare.E poi oltre tutto mi hai dato Biri che adoro. Anche un pò figlia mia. Questa  non è cosa da poco non ti sembra? Ora vorrei anche parlare del fatto che mi piace anche quello che scrivi e quello che pensi, essere sorelle non vuol dire pensare alla stessa maniera, ma tra noi  anche questo ha un senso pur se non potevamo saperlo,  non era previsto nel libro della vita. Ricordo i nostri momenti: quando ti preparavi alla maturità e dicevi di essere tranquilla e saltavi dalla sedia quando i toasts uscivano cotti dal tostapane. Ricordo il tuo esame, io dietro a fare il tifo per te e tu lì a vincere la tua timidezza e la tua paura. Ricordo quando portasti quella sera il ragazzo dal sorriso bellissimo, l’ho saputo subito che era dei nostri. Ricordo la nascita di Biri e il tuo coraggio. Ti vedo al telefono ad annunciare una notizia funesta che non avrei mai avuto la forza di dare. Ancora ti penso a fare anche la mia parte, quando ero lontana e non sapevo che avrei dovuto e voluto tornare. Io e te una forza. Tu una forza più di me.

Insomma oggi 25 settembre 2009, oltre a farti i miei auguri di buon compleanno e di un felice futuro volevo dirti che io ho capito quanto è importante essere in due ad affrontare le burrasche della vita e di questo ti sono grata. Certamente ti sarò grata se, oltre alle burrasche, ci daremo da fare per trascorrere insieme anche i momenti di serenità e gioia. Che la vita ci conservi e conservi a lungo tutti quelli a cui vogliamo bene.

Con affetto Ross

23 Settembre 2009

Cara Amica

Archiviato in: Canzoni, Lettere, PuntoD'Incontro — rossaurashani @ 07:47

Rosanna

è triste svegliarsi al mattino e pensare che tu dormi ancora. Non è naturale. E’ duro saperti su quel letto dove un sonno infido non ti lascia spazio ai pensieri ed ai sogni. Ma davvero non sogni? Davvero non senti chi ti tiene la mano? O forse c’è solo quel filo di tepore che ti lega al mondo. Quello è il tuo filo d’Arianna. A quello sei legata. Ti tieni stretta a quel capo sottile e cerchi di trovare la strada per ritornare. Certo sai che il mondo al di là di quel varco ti aspetta, assieme all’affetto, al calore, ai sorrisi di chi ti vuole bene. Io oggi mi accorgo che il risveglio mi è naturale, che sono fortunata per una cosa da nulla, una cosa di tutti i giorni. Che posso pensarti, posso decidere di venire a trovarti stasera, assieme agli amici. Posso cantarti sottovoce la canzone che tu ci avevi promesso. Cantarla con la mia voce debole ed incerta e sperare di sentire ancora la tua voce che mi sostiene. Chiamarti a noi per darci una mano. Per riportarci il dono del canto e del sorriso ancora, insieme. Per ridarci  la profondità di un respiro, quel fiato che ci hai tolto quando quella notte i tuoi occhi si sono assentati un poco dalla vita.

Rosanna, amica mia, sentiamo la tua mancanza, la sentiamo con dolore e nostalgia. Non essere avara dei tuoi sorrisi dolcissimi. Riportaci la gioia e la voglia di fare cose insieme. Siamo qui tutti un po’ sgualciti ad aspettare il tuo ritorno. Non farci attendere. Prendi quel filo e tira. Noi siamo al di là di quel varco. Ascolta le nostre voci che ti chiamano. Ritorna al sole e riportaci il sole. Nulla è più uguale nell’attesa.

Io ci sarò

Ross

6 Agosto 2009

Padre e figlia.

Archiviato in: Lettere — unblogindue @ 10:28

Con un padre litigherai tanto, avrai divergenze di vedute e di principi. Arriverete a insultarvi, a non parlarvi per settimane.

Ma lo difenderai sempre davanti agli altri, a spada tratta, irrazionalmente, perchè è il tuo papà.

Riconoscerai subito il suo profumo sul cuscino, anche se dormirà in un letto diverso, in una casa diversa. Avvertirai con tenerezza gioiosa il suo russare, se sono anni che non dormite nella stessa casa.

Ti intrufolerai nella sua stanza dove tiene i libri e riempirai lo zaino; ma alla porta perderai buona parte del bottino, “questo non l’ho letto, questo nemmeno, questo non me lo ridaresti più”…

A un padre non dirai mai di avere un blog, ma gli farai leggere da un quaderno pezzi che non hai pubblicato.

Per un padre ti preoccuperai, ti agiterai, ti incazzerai.

Farai di tutto per aiutarlo, anche se sai che non puoi.

Con un padre troncherai una telefonata, dieci, cento. Spegnendo il telefono con rabbia.

Vedrai con chiarezza e timore i suoi difetti e le sue colpe immense.

Ma terrai sempre quella foto sulla scrivania. Quella con te bambina. Con quello sguardo rapito che per un’altra donna non ha avuto, non ha, non avrà mai.

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(…oggi avevo necessità di lasciare queste parole, così, senza altre spiegazioni…)

20 Febbraio 2009

They dance alone…. No, anzi io danzerò con loro

Archiviato in: Lettere — annuska62 @ 23:29

Ho sempre avuto un grande rispetto per chi usa l’ironia, nella vita di tutti i giorni. Ho sempre nutrito una sana invidia per tutti quelli che hanno fatto della satira ,una forma di ribellione all’ordine costituito. Ho sempre saputo ridere dei miei difetti e di quelli del mio credo politico, quindi posso ritenermi una persona capace di saper apprezzare l’ironia, la satira, l’umorismo  sotto moltissimi aspetti.

Non mi sono mai offesa, quando qualcuno mi reputa una sporca comunista, perche’ per fortuna nè per l’igiene personale, nè  per i miei principi ideologici ho scheletri nell’armadio,  per la mia  moralità, almeno fino ad ora, non  ho avuto bisogno di  lezioni , ma, sentirmi dire  che sono incapace di capire l’ironia,  di capire il senso del discorso o la “  buttade” questo mi sembra decisamente un’offesa ben più grave.

L”offesa rivolta a quelli che non vogliono capire è semplicemente un paliativo per coprire una sindrome che  ormai ha  colpito chi si ritiene una divinita’, l’ unto dal Signore, unico detentore del potere temporale e perche’ no spirituale. è  difficile per chi si sente invincibile, non sentirsi amato, vezzeggiato dal mondo intero, e’ incomprensibile , non essere considerato brillante, ironico e divertente, anzi essere ripreso, condannato e offeso per ogni quisquilia ironica  emessa.Non mi aggiungerò a tutti quelli che si rifiutano di capire , cercherò  di “mettermi nei suoi panni”, cercherò di reprimere la mia rabbia e la mia incapacita’ di tollerare un’ironia, una  satira e un umorismo nati per nascondere la proprie incapacita’  e solo per denigrare il resto del mondo, e gli dedicherò un video come se fosse un caro amico sempre pronto a tollerare il confronto e accettare l’altrui ironia.

Ci sono balli che raccontano la vita , la morte , ci sono balli che raccontano le emozioni, l’amore e  il silenzio, balli che ti insegnano a crescere, balli che ti aiutano a ricordare, e questo ballo, io ballerò per te ….nel tuo magnifico  mausoleo.

7 Febbraio 2009

Cara dolce figlia violata (lettera per un addio)

Archiviato in: Lettere — rossaurashani @ 00:19

Cara dolce figlia nostra violata,

invochiamo ogni giorno per te il silenzio,  il rispetto, l’amore che solo noi, tua madre e tuo padre, conosciamo così profondamente.

Abbiamo difeso ogni giorno della nostra vita il tuo diritto alla libertà, quella libertà che tu esigevi quando stavi con noi ed oggi che non ci sei più, che non puoi difenderti, che non puoi più gridare, le loro mani sul tuo corpo martoriato e dimenticato da dio , sono l’ultimo peggiore insulto.

Noi grideremo per te fino al nostro ultimo respiro, noi combatteremo per te fino all’esaurimento delle nostre forze, noi vogliamo per te il rispetto, non possiamo accettare che sul tuo corpo si faccia un mercato di parole, chiediamo che finalmente si taccia onorando la tua dignità e il tuo ricordo.

Noi ti abbiamo generato e fatta crescere, noi abbiamo assistito ai tuoi primi passi, alle tue prime parole, ai tuoi giochi di bambina, alle tue prime prove di forza, sei cresciuta libera e autodeterminata, hai sofferto i piccoli insulti della vita pur grandi per la tua giovane età, abbiamo amato il tuo sorriso, il tuo viso aperto, sapevamo la tua forza e il tuo pensiero. Ma un giorno ti abbiamo perduto. Nulla è rimasto di te tranne il ricordo. Su un letto rimane un involucro vuoto, vuoto di sogni, di sorrisi e di gioia, ma sopratutto vuoto di te.

Lasciateci soli a piangere nostra figlia

Fermate tutti gli orologi
isolate il telefono
fate tacere il cane con un osso succulento.
Chiudete i pianoforti
Si accostino i dolenti.
Incrocino aeroplani, lamentosi, lassù
e scrivano sul cielo il messaggio:
Lei è morta.

25 Gennaio 2009

Il paese dei bambini che non sapevano piangere

Archiviato in: Lettere — mt70 @ 19:56

C’era una volta, lontano da qui, un luogo meraviglioso, pieno di sole, di fiori, di mamme sorridenti, papà forti e bambini felici. In questo posto splendente il sole irraggiava ogni giorno, in un cielo senza nuvole, lo srotolarsi di ore serene, organizzate, perfette, durante le quali nessuno provava preoccupazione, disagio o dolore.

Da molti anni gli adulti avevano trovato il modo di saziare ogni necessità ancora prima che chicchessia potesse arrivare a formularla, e perciò, ogni giorno, in questo mondo perfetto, tutti si svegliavano in una casetta pulita, trovavano la loro bella colazione pronta e indossavano vestiti fragranti di bucato, e tutto questo senza che nessuno dovesse faticare e sudare, ognuno pensava a ciò che desiderava, ed oplà, era già lì!

Ovviamente nessuno desiderava cose come patatine fritte a colazione, o il non andare a scuola, perché il vero desiderio di tutti era che tutti fossero felici, e da stato deciso che la felicità consistesse nell’ordine, nella normalità e nell’uguaglianza, parola desueta e da molto tempo sostituita con omologazione; le mamme e i papà si recavano al lavoro, un lavoro studiato per loro da quando erano piccoli per renderli felici e realizzati, i bambini si recavano a scuola, una scuola immensamente migliore di quella che conoscete, senza insegnanti imperfetti che potevano commettere errori, con invece un bel monitor che spiegava la lezione in modo impeccabile, approvato, studiato, e perfettamente uguale ogni mattina, cosicché tutti potessero conoscere la verità alla stessa maniera, senza sfumature ed ambiguità.

Quando, raramente, un bambino o un adulto si facevano male, non sentivano dolore, perché nel cibo speciali sostanze evitavano questo spiacevole, inutile ed imperfetto inconveniente: essi si recavano, sereni, al primo centro diagnostico, dove venivano riparati nel più breve tempo possibile. Tutto era pulito, lindo, allegro, era il più bel posto del mondo!

Un pomeriggio i bambini tornarono a casa dopo essere stati a scuola , e ognuno di loro non trovò i propri genitori in casa; non che ne avessero bisogno per avere la merenda, o per essere lavati, perché grazie alla loro perfettissima ed organizzatissima società facevano tutto da soli, quanto poi alla nostra strana abitudine per la quale i genitori chiedono ai loro bambini come è andata la loro giornata, da tempo in quel paese così avanzato era stato deciso che fosse una consuetudine superflua, visto e considerato che la risposta per tutti inevitabilmente non poteva che essere ogni giorno“ felicemente e perfettamente”, ma i bambini sapevano, perché lo avevano imparato a scuola, che ci sarebbero dovuti essere, perché così era stato deciso che fosse normale.

Quella sera, comunque, ogni bambino mangiò il proprio cibo buono, si infilò il suo pigiamino pulito, e si mise sotto la sua copertina calda, senza farsi tante domande, perché farsi domande era qualcosa che da tempo era stato deciso essere una cosa inutile, e una gran perdita di tempo.

La mattina successiva si svegliarono, mangiarono la loro buona colazione, si infilarono i loro vestitini puliti, e si recarono a scuola, annotando il fatto che i loro genitori ancora non erano presenti, e che questo non rientrava nella normalità che da tempo era stata decisa.

A scuola, durante il test mattutino di normalità e felicità, a cui ognuno, adulto e bambino veniva sottoposto ogni giorno, tutti i bambini alla domanda: “ Nella vostra casa è tutto normale?” per la prima volta da innumerevoli anni, la risposta non fu un “si!” unanime ma un coro di “no!”: tutti bambini si guardarono tra di loro stupiti nello scoprire che quello che era successo nella propria casa, era successo ad ognuno di loro, e per la prima volta decisero di rivolgersi la parola:

“Anche la tua mamma ed il tuo papà non c’erano a casa ieri pomeriggio?”

“ E’ successo anche a me!”

“ Io mi sono svegliato e non li ho trovati neanche stamattina!”

Si resero conto per la prima volta che esisteva la possibilità che qualcosa non fosse “normale”, anche se non se ne preoccuparono, perché preoccuparsi sarebbe stato oltre che non normale, anche qualcosa di completamente sconosciuto al loro modo di vivere.

Quel pomeriggio comunque tornarono a casa, ebbero il loro cibo buono, si infilarono i loro pigiamini puliti e dormirono sotto le loro calde copertine, soddisfatti del fatto che, nella loro città perfetta, si stava benissimo anche senza mamma e papà, e che fosse probabile che quella fosse una nuova forma di normalità decisa da qualcuno, lo stesso che aveva deciso tutto il resto.

Andarono avanti così per giorni, frequentando la scuola, mangiando il loro cibo buono, indossando i loro vestitini puliti e dormendo sotto le loro copertine calde.

Non mancava loro proprio nulla.

Una mattina a scuola, un bambino disse a voce alta, sconvolgendo l’ordinato svolgimento della lezione:

“Io mi sento strano”.

Tutti si girarono verso di lui, esterrefatti per la situazione di disordine e di totale disubbidienza a tutte le regole da loro imparate a scuola che il bambino aveva creato.

Essendo però bambini, e perciò non completamente ancora educati alla normalità, decisero di seguire la curiosità di sapere in cosa consistesse la sua stranezza, anche perchè avevano letto a scuola della stranezza, intesa come stato di allontanamento dalla normalità, e dalla felicità, ma non avevano mai potuto vedere qualcuno, o qualcosa, strani…

“Cosa vuol dire strano”? ,azzardò una bambina lì vicino.

“Stamattina mi sono svegliato con una parola nella testa, una parola che non riesco ad allontanare dai miei pensieri, e che mi provoca qualcosa dentro, qualcosa che non conosco, che non so definire, se non come strano”.

La bambina chiese ancora: “ Qual è questa parola”?

“E’ la parola perché. Mi chiedo perché ogni giorno mi sveglio, mi alzo, mi infilo i miei vestitini puliti, mangio la mia buona colazione, mi chiedo perché vado a scuola, perché torno a casa, perché dormo sotto le mie copertine calde, perché?”

Un “Ohhhhhhhh” di indignazione e di meraviglia risuonò nella sala della scuola.

“Come perché! Perché è stato deciso così!”

“Si! Così è normale, così è stato deciso, così siamo felici!”

E allora il bambino disse qualcosa di ancora più sconvolgente: “Io non mi sento felice, non mi sento normale, non mi basta più quello che ho, e non so come chiamare lo stato in cui mi trovo, so solo che è differente da come ero prima, e che voglio qualcos’altro, anche se non so cos’è.”

Il silenzio sostituì il borbottio di prima, in effetti anche solo cercare di comprendere cosa stesse cercando di dire il bambino metteva a dura prova tutte le loro certezze, tutto il loro modo di vivere,tutto il loro mondo.

Uno dei bambini più grandi allora disse: “ Andiamo alla Biblioteca, ci hanno insegnato che lì c’è il fondamento della nostra società, forse troveremo una risposta.; anche restando qui, la nostra vita non sarebbe comunque più come quella di prima , non riusciremmo più a dimenticare le parole che abbiamo appena sentito. Inoltre, ve lo devo confessare, anche io comincio a sentirmi così.”

Misero ai voti la cosa, e dopo essersi trovati tutti d’accordo, velocemente si avviarono verso la Biblioteca. Nessuno lo voleva dire a voce alta, ma la stranezza ormai stava contagiando tutti, e quel “perché” batteva nelle tempie dei bambini con un ritmo sempre più martellante, noi potremmo usare la parola angosciante, ma in quel meraviglioso paese tutto ciò che aveva a che fare con il dolore era stato dimenticato da tanto tempo, anzi, per la precisione, la parola angoscia era stata cancellata.

Arrivarono alla Biblioteca, un edificio maestoso, enorme, in cui erano contenuti tutti i libri che nessuno usava più, perché tutto ciò che era necessario sapere era stato deciso, ed insegnato attraverso i monitor.

Infatti la Biblioteca era un luogo accessibile solo a pochissime persone, autorizzate, che avevano dimostrato di essere normali e felici più di tutti gli altri, e che dovevano vegliare affinché tutto ciò che era contenuto nei libri e che era stato deciso essere inutile e dannoso perché allontanava dalla felicità, non fosse conosciuto e non turbasse la meravigliosa quotidianità del loro paese perfetto. Insomma la biblioteca era un luogo proibito, e già il fatto che i bambini avessero deciso di andarci era “strano”. Tutto ormai tendeva alla stranezza, addirittura quel giorno c’era una nuvola in cielo.

I bambini si sentivano sperduti di fronte a quelle pareti infinite coperte di libri, e non sapevano proprio cosa, e dove, cercare.

Uno di loro pensò bene di dirigersi verso una parete con una scritta : “STORIE PER BAMBINI”.

Chissà, forse lì c’era di qualcosa di utile.

C’erano tante storie che parlavano di bambini senza mamme e papà, ed in ognuna di quelle storie i bambini erano tristi…una parola che non conoscevano, e che ricorreva in molti libri…era tutto molto difficile per loro, però dopo aver letto tanti libri, avevano capito tre cose; i bambini senza genitori sono tristi…quindi forse la loro stranezza si chiamava tristezza, perché anche loro erano senza genitori…e poi avevano letto che i genitori cacciavano via la tristezza “consolando” i bambini, un’altra parola sconosciuta di cui non comprendevano il significato, sapevano solo che la consolazione funziona solo se qualcuno ti vuole bene…ma arrivati a questo punto il libro sarebbe potuto anche essere stato scritto in arabo, e la loro comprensione sarebbe stata la stessa; infine che, anche se non capivano perché, era necessario cercare, e trovare, le loro mamme e i loro papà perché loro avevano questa capacità di far sparire la tristezza.

In realtà nei libri c’era anche scritto che i bambini tristi piangono, ma che cosa volesse dire piangere non l’aveva capito proprio nessuno, ed era in assoluto la cosa più oscura tra tutte quelle che avevano letto.

Cominciarono a chiedersi per la prima volta dove potessero trovarsi i loro genitori, ma non si domandarono perché non lo avessero fatto prima.

La loro tristezza aumentava, e non vedevano l’ora che qualcuno potesse dare loro un po’ di sollievo, perché non erano abituati a chiedersi il perché delle cose, né a sentire così forte il bisogno di qualcosa.

Al centro della loro città c’era un palazzo nel quale gli adulti ogni giorno si riunivano per ripetere a voce alta quanto fossero felici, e decisero di andare lì per cercarli.

Si incamminarono per i viali della città, in silenzio, con tante domande in testa, e non si accorsero che per la prima volta nella loro vita avevano fame, si sentivano stanchi, e sentivano anche freddo, perché si stava facendo sera; non se ne accorsero perché , da quella mattina, provavano anche un altro tipo di fame, di freddo e di stanchezza, una fame più forte e un freddo più intenso di quelli che si possono placare con cibo buono e copertine calde, e una stanchezza che non va via dormendo, ma solo ricevendo risposte.

Entrarono nel palazzo e si diressero verso l’aula magna, e nel silenzio più assoluto ne aprirono la grande porta, davanti a loro un spettacolo inaspettato, incredibile, e scintillante: centinaia e centinaia di bozzoli , apparentemente di cristallo, pendevano dalle pareti, e in questi bozzoli traslucidi, c’erano i loro genitori, che dormivano.

Dopo un primo momento di stupore, ognuno si diresse verso i propri, e facendosi aiutare dai compagni, li staccò dalle pareti, e li poggiarono a terra.

Così facendo scoprirono che i bozzoli non erano di cristallo ma di ghiaccio, e infatti erano freddissimi, anzi tutta la stanza era freddissima. I bambini cominciarono a battere le manine sui bozzoli per chiamare i loro genitori:

“Mamma, papà!”

“Svegliatevi!”

“Uscite di lì!”

“Dovete aiutarci!”

“Dovete consolarci!”

“Siamo tristi!”

“Voi DOVETE farlo!!!”

Non ricevettero risposta, le mamme e i papà non si mossero, e i bambini non sapevano cosa fare, si sentivano assalire dal grande freddo della stanza, e dal grande freddo della disperazione. Chi li avrebbe aiutati, chi li avrebbe consolati? Perché non potevano smettere di chiedersi perché ? Non riuscivano a comprendere che un loro desiderio non fosse esaudito immediatamente, il loro non era forse un meraviglioso perfetto paese?

Dopo molte ore di richieste, di tentativi, di prove, erano esausti, provati oltre ogni limite.

Il bambino che per primo si era sentito triste, era il più triste di tutti, ma aveva improvvisamente assunto un atteggiamento determinato e risoluto, come di chi ha finalmente chiare le cose; si avvicinò verso gli involucri di ghiaccio che contenevano i suoi genitori e li abbracciò:

“ Voi non mi potete consolare, ma io voglio consolare voi, perché ora ho capito, il ghiaccio che vi avvolge è lo stesso freddo che sento io, la stessa tristezza moltiplicata per mille volte, ora capisco ciò che ho letto, e capisco che quello che volevo era piangere, piangere non perché non mi potete aiutare, ma piangere perché vi voglio bene e non lo potete sapere, piangere perché senza una mamma e un papà non voglio cibo buono, non voglio vestitini puliti e copertine calde. Sono triste perché senza qualcuno a cui voler bene non c’è un motivo per svegliarsi, non c’è un motivo per alzarsi, non c’è un motivo per rimanere vivi “

E cominciò a singhiozzare, mentre le sue lacrime cadevano sul ghiaccio e lo scioglievano.

Tutti i bambini fecero lo stesso, cominciarono a piangere un pianto forte, inconsolabile, rumoroso, disordinato , imperfetto, pieno di dolore, anzi pieno di amore.

Perché nessuno aveva insegnato loro ad amare, ma l’Amore era ancora vivo dentro di loro, esseri ancora imperfetti, ancora non completamente istruiti alla normalità, e non aspettava che la gelida diga si incrinasse per uscire fuori, caldo e vivo ed irrefrenabile.

E le lacrime calde inondarono la stanza e sciolsero il ghiaccio, e le mamme e i papà si svegliarono e cominciarono a piangere anche loro, anche se non capivano nulla di ciò che era successo. Tutti si abbracciavano piangendo, tutti ridevano fra le lacrime, tutti erano in balia di emozioni forti e contrastanti, nuove e dolorose; tutti sapevano che la vita di prima era finita e che un’altra sarebbe cominciata, sconosciuta, piena di domande , piena di perché, piena di errori, senza nessuno che avrebbe deciso cosa era bello e cosa era giusto, senza certezze, ma piena di amore.

Quella sera piovve.

16 Gennaio 2009

LETTERA APERTA AD UN AMICO ( In attesa di un angelo)

Archiviato in: Lettere — annuska62 @ 01:29

Vorrei dirti tante cose , vorrei dirti parole utili ad accompagnarti in questo periodo di attesa, ma sono sicura che sbaglierei qualcosa e distruggerei per sempre questa atmosfera  particolare . Così  ho pensanto  di dedicarti questo video che spero potrà “scortarti” in questa nuova avventura.

Ps.E’ un video amatoriale, ma qui c’e'  tutto quello che posso augurarti per il futuro,anzi augurarvi.

ANGELO

Questo leggero e delicato battito d’ali

ti insegnerà  a volare, o almeno a desiderare di volare,

ti insegnerà ad amare la libertà e la giustizia

l’amore per la pace e la solidarietà

ti insegnerà l’amore per la bellezza, l’arte e le natura,

la dolcezza , la curiosità ed il rispetto

ti renderà forte e coraggioso

ti porterà a non dimenticare

ne’  a tradire, né asservire

 e ti saprà far affrontare,

questa difficile e meravigliosa  strada  che e’…….. LA VITA.

6 Gennaio 2009

Non voglio essere complice di questo sterminio!

Archiviato in: Lettere — annuska62 @ 20:28

Mentre la befana svolazzava sui nostri cieli stellati per portare ai nostri figli un pò di dolci e giochi, completamenti superflui, a Gaza migliaia di bambini, si rivolgevano al cielo, pregando di non ricevere più nulla.

Esausti, da  lungi mesi di stenti e assedio, i bambini palestinesi aspettavano l’arrivo di un nuovo anno, carico di novita’.

La notizia che alcune organizzazioni umanitarie erano riuscite a rompere, via mare ,l’assedio israeliano, avevano fatto loro, ben sperare .

Ogni giorno scrutavano il mare e la terra sperando in aiuti , aspettavano e speravano.

 Si sa la diplomazia internazionale ci mette un po’ a mettersi all’opera, ma poi…..

Poi più nulla.

Loro continuavano ad aspettare,  continuavano la loro dura vita in quella striscia, dove essere bambini non è  un gioco, dove la vita non ha alcun valore, dove gli adulti decidono di toglierti  ogni diritto, ogni volonta’, ogni desiderio, dove la tua innocenza viene violata in ogni istante, dove il tuo mondo e’ costretto a soccombere per volonta’ dei grandi.

Un giorno qualcosa mutò. Lunghe strisce bianche solcarono il cielo, doni argentati calarono sulle case, universita’ ,ospedali portando boati ed infine il silenzio.Per giorni interi il cielo vomitò i suoi  ricordi, mentre bimbi pietrificati dall’orrore e dalla paura si spogliarono per sempre della loro infanzia.

Qualcuno sperava ancora, in un miracolo possibile.

Un giorno qualcosa muto’. Il cielo smise di spargere i suoi lampi accecanti, ma la terra tremo’ lo stesso . File interrotte di carri armati  sostituirono i bombardamenti. Nulla si sarebbe salvato.

Non c’era un posto dove nascondersi, il cielo era nemico, la terra era nemica, nessuno rispettava la vita.

Ogni cosa era lo specchio del destino riservato a  questi  piccoli figli dimenticati.

Ma loro sperano, aspettano e sperano .

Questa notte, qualcuno ancora piangera’, qualcuno ancora preghera’ , qualcuno si chiedera’ il perche’ di tutto questo, e tutti ci chiederanno di far cessare per sempre l’arrivo dei doni.

7 Dicembre 2008

Risposta a “Carissimo Scrooge, il Natale si avvicina”

Archiviato in: 1, Lettere — rossaurashani @ 15:11

abdita

Mi spiace caro Ebenezer Scrooge, ma non mi sei simpatico, non mi unisco agli auguri di Abdita che è troppo buona e vede in te quello che con molta difficoltà anche Dickens ha cercato di vedere.

Sei tu che hai, per il tuo sporco interesse, levato il fuoco dal camino, il cibo dai piatti, i regali da sotto l’albero e le coperte dai letti nelle case di molte persone, hai creato un mondo a tua immagine e somiglianza, avaro ed egoista, dove il rapporto con gli altri è soltanto valutato a seconda del ritorno in denaro che dà.

Tu non vivrai un Natale triste, da solo, nel tuo grattacielo di New York o nella tua Villa nell’interland milanese, tu avrai una ricca famiglia allargata, avrai molti amici comperati col denaro, avrai ammiratori e successo…. mentre i tuoi ex dipendenti, le tue segretarie bruttine ma brave, quei poveracci che ti hanno creduto e che si sono indebitati per far girare l’economia, comprando l’inutile e cambiando il necessario, quelli che han creduto nei tuoi sorrisi a 24 carati, i semplici insomma, che volevano metterti sul gradino più alto, perchè tu sei il “Capo” e se non ne hai la statura almeno ne hai il denaro…. quei semplici, dicevo, avranno un Natale infame.

Molti hanno le lettere di licenziamento in mano, molti le aspettano con terrore, altri e sono molti non vedranno i loro contratti rinnovati, mentre ci sarà chi batte a tutte le porte per provare, inutilmente, a trovare un lavoro qualsiasi per dare pane alla famiglia.

Caro Ebenezer, caro si fa per dire, questo l’hai voluto tu, pensando ad una economia che ti avrebbe reso più ricco, se non il più ricco, a te parole come stagnazione o recessione, fanno un baffo, ridi del disagio degli altri, perchè il tuo agio si fa ogni giorno più grande, il divario è talmente vasto che non vedi più l’altra sponda.

La notte di Natale i tuoi figli avranno il Babbo Natale che si aspettano e tu riceverai gli onori che ti sono dovuti, non avrai fantasmi dei Natale passati che ti rovineranno i sogni, dormirai sereno con la testa su due guanciali e niente turberà la tua serena vita di uomo di successo.

Nessun pensiero per tutto il resto, nessun rimorso, nessuna giustizia nè divina nè terrena, nessun piccolo topolino zoppo farà mancare qualche colpo al tuo cuore di pietra.

Mi spiace, c’è chi è più buono di me, e anche se non lo meriti ti manda gli auguri di Natale. Io non posso farlo perchè non credo che troverai difficoltà a entrare nel regno dei cieli, non credo che improvvisamente ti trasformerai nel cammello che vuole passare dentro la cruna dell’ago. Credo invece che tu sia più buono di chi delinque per poter accedere alle risorse che non ha, da chi sfrutta il corpo degli altri e da chi lo vende, da chi smercia droga o da chi si guadagna il pane tirando il carretto e bestemmiando come un turco…. (ammesso che i turchi bestemmino). Pertanto, te lo dico di cuore, di getto, entusiasta, senza rete e senza vergogna….. Scrooge mavvvvaffffannn……….

Ross

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