Lettere Al Futuro

22 Maggio 2008

Lettera a Napolitano: “No eutanasia: in Italia abbandono e indifferenza, servono assistenza e cure”

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Salvatore Crisafulli, per due anni in coma e in stato vegetativo, con altre novanta famiglie scrive al capo dello Stato per chiedere una riflessione sulla condizione delle persone affette da malattie gravissime e sulla mancata attuazione delle leggi che garantiscono il diritto alla salute sancito dalla Costituzione: “Non vogliamo la dolce morte, ma una vita migliore”. In Italia troppo abbandono e indifferenza: “Il diritto di morire non può diventare la nuova frontiera dei diritti umani”
ROMA - “Il vero dramma non è il cosiddetto stato vegetativo ma quello che ne consegue, cioè l’abbandono e l’indifferenza delle istituzioni e della medicina”: così Salvatore Crisafulli, l’uomo rimasto per due anni in stato vegetativo e recentemente protagonista di uno “sciopero della fame” per rivendicare il diritto ad una assistenza più adeguata, si rivolge al capo dello Stato Giorgio Napolitano in una lettera aperta. Quarantatre anni, catanese, Crisafulli chiede - insieme ad altre novanta persone - una riflessione sulla condizione delle persone affette da malattie gravissime e sulla mancata attuazione delle leggi che garantiscono il diritto alla salute sancito dalla Costituzione:

“Noi amiamo la vita - scrive l’uomo, vittima di un incidente stradale nel 2003, in coma e in stato vegetativo permanente per due anni e poi dal 2005 capace di raccontare muovendo solo gli occhi la sua storia e le emozioni - e vorremmo vedere garantita la nostra voglia di vivere: non si può parlare solo di eutanasia, il diritto di morire non può diventare la nuova frontiera dei diritti umani”. Crisafulli si domanda perché le discussioni “si infiammano quando vengono sollevati casi come quello di Piergiorgio Welby: se lo Stato - afferma - riuscisse a garantire pienamente la tutela della vita, in ogni sua fase della malattia e della disabilità ed anche nella fase insostenibile, credo non esisterebbe alcun fenomeno di eutanasia”. Ma nel nostro paese “tutto grava sulle nostre famiglie”, “non ci sono strutture adatte e non esiste un’assistenza domiciliare”, esiste un grandissimo divario tra nord e sud del paese e si discute da anni solamente di testamento biologico: “Sembra che lo Stato - riassume Crisafulli - sia orientato al riconoscimento del diritto di morire, anche perché non conviene spendere soldi per uno che si trova in cattive condizioni di salute”.

Rivolgendosi direttamente al Presidente della Repubblica, il quale già lo scorso 9 aprile aveva scritto a Crisafulli appellandosi perché si mettessero in atto “più cure per chi lotta per la vita”, il 43enne di Catania afferma: “Temo, presidente, che non ci si voglia più prendere cura delle persone deboli” e che si realizzi nei fatti una “eutanasia passiva dello Stato italiano”, perché la “dolce morte trova spazio dove c’è disperazione, senso di abbandono e sofferenza”. Va dunque ricordato - secondo i firmatari - che lo stato di salute delle persone in stato vegetativo può migliorare nel tempo e che - anche se ogni caso è unico - finchè c’è vita nel corpo di una persona “non si può dire che non ci sia nulla da fare”, ma si deve agire per “trovare la giusta strada” da percorrere. “Bisogna realmente chiedere l’eutanasia?”, domanda Crisafulli. “Io e queste novanta famiglie - risponde - pensiamo di no: pensiamo che occorre prenderci in considerazione, non trattarci come malati terminali, ma assisterci adeguatamente. Ci vuole una nuova coscienza civile di questo gravissimo problema lungamente messo da parte, perché - conclude - a tutti potrebbe capitare il nostro stesso inconveniente”.

(21 maggio 200 8) - Tratto da Superabile.it

Superabile è un “Contact Center Integrato” costituito da un portale di informazione e di documentazione sulle tematiche della disabilità, aggiornato quotidianamente (Superabile.it) e un servizio gratuito di consulenza telefonica, il Call Center SuperAbile 800 810 810
 

18 Maggio 2008

” Banche ovunque e “bisi” solo a Lumignano ” sempre di corsa verso il nuovo con la globalizzazione

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 foto by Emilia ( friends 2005 )

da ” Il Gazzettino” di domenica 18/05/2008 cronaca di Vicenza-Bassano

18-mag
L’identikit dell’accattone, incrociato
all’una in pieno centro, non è nuovissimo, ma
nemmeno frequente: italiano sopra i 50, jeans
con gilet e camicia scura, contegno assolutamente
sobrio. Nuova è la motivazione per cui
chiede la carità: «Aiutatemi a fare la spesa al
discount». Intascato l’obolo, chissà se si incammina
davvero verso il supermarket. Dilemma
da cui ne fioriscono altri: single o capofamiglia?
Precario o disoccupato? Vittima di una crisi da
quarta o terza settimana dopo lo “stipendio”?
Di sicuro l’uomo incrocia la folla accalcatasi sull’ingresso
della banca che festeggia l’apertura offrendo salatini e prosecco
ai passanti. Con questo, in un breve tratto di Vicenza
compreso fra corso San Felice e viale Mazzini, sono sette gli
istituti di credito che si giocano la fiducia dei correntisti.
Molti dei quali, dando retta a recenti e attendibili statistiche,
hanno un tenore di vita non così distante da quello del
poveraccio appena incontrato. «Lo sappiamo», spiega la
gentile funzionaria intenta a stappare un’altra bottiglia, «e
infatti questa crescente concorrenza punta a offrire servizi
convenienti a chi è in difficoltà. Noi ci proviamo
restando aperti ogni giorno fino alle sette
di sera, oltre a tutti i sabati mattina».
La percezione è quella di un mercato che,
subendo i contraccolpi continui della recessione
internazionale, tenta azioni di recupero
verso consumatori in difficoltà. Ombrelli a tre
euro dentro l’outlet cinese, portafogli a cinque
sulla bancarella di piazza dei Signori, perfino
occhiali da presbite a meno di dieci dentro i
bar dove li trovi in vendita in mezzo a tartine e tramezzini.
Questi alcuni dei prezzi registrati nelle ultime settimane.
Segnali in arrivo da una Vicenza globalizzata dove il “locale”
sembra arretrare ogni giorno di più. Resistono ancora sagre
come quella dei “bisi”, che per le 12.30 di oggi chiama a
raccolta la consueta moltitudine sotto il tendone allestito a
Lumignano. Se torna il sereno, al pomeriggio si può aggiungere
un’escursione fino al vicino eremo di San Cassiano.
Dove, da più mille anni, chiunque è libero di meditare su ciò
che vuole. Anche sui favolosi piselli del posto. Su piatti di
risi e bisi che rischiano di diventare un lusso.
Stefano Ferrio          
             

15 Maggio 2008

Università&Etica - Troppe carriere costruite sui meriti…cromosomici

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foto by Emilia ( friends 2005 )

da ” Il Gazzettino ” di giovedì 15/05/2008 - cronaca di Pd

di Gregorio Babighian *
Vorrei rivolgere, per quello
che può contare, un plauso al
mio Collega (e compagno di
studi universitari) Prof. Ancona
per quanto riportato dal
Gazzettino. Il Prof. Ancona dà
una ulteriore prova della chiarezza
di idee e del pragmatismo
che gli sono propri quando
esprime e sottolinea con forza
l’urgenza di una presa d’atto,
decisa ed assolutamente limpida,
sulla necessità di definire
un codice etico che deve valere
per l’Università, e non solo. A
fianco di meriti scientifici riconosciuti,
la Facoltà medica padovana
è stata contaminata da
carrierismo per meriti… cromosomici
e da una conflittualità
deteriore che avvelena l’ambiente
di certe strutture, (correttamente
segnalate dal Prof.
Ancona), creando sconcerto,
disappunto e sfiducia nei colleghi
più giovani.
Quando molti anni fa il Prof.
Ancona ed il sottoscritto erano
appunto “colleghi più giovani”,
sarebbe stato disdicevole ed
era del tutto inconsueto che un
figlio prestasse servizio nella
struttura diretta dal “padre”. Di
solito il “padre”, con una sensibilità
oggi scomparsa, chiedeva
ad un Collega di accogliere
il “figlio” nel proprio Istituto almeno
per un periodo di apprendistato,
mettendone in luce,
con obiettività non sospetta,
le eventuali attitudini scientifiche
e capacità cliniche.
Le problematiche citate dal
Prof. Ancona sono ahimè presenti
non solo nella Facoltà
Medica padovana ma anche in
altre Facoltà italiane, mediche
e non: a titolo d’esempio, concorsi
a cattedra di Otorinolaringoiatria
precostituiti nella
scelta del, o dei, vincitori sono
noti, ed hanno formato oggetto
di procedimenti giudiziari di I˚,
II˚ e III˚ grado, ma nulla è
cambiato; smaccato nepotismo
(mogli, amiche, generi, ecc. )
sono noti a tutti, ed hanno avuto
gli onori della stampa, mi
sembra senza smentite. Per la
mia formazione ho avuto il privilegio
di frequentare diverse
strutture all’estero, sia di ricerca
che chirurgiche: lì non tutto
è rose e fiori, ma certo l’etica vi
ha un senso, e non sono ammesse
le storture ed i conflitti
interni ai quali molto spesso
qui assistiamo. Lì Maestri e Allievi
si impegnano, com’è loro
dovere istituzionale. Ed i giovani…
imparano.
* già direttore Otochirurgia      

14 Maggio 2008

Elettroshock: una voce a favore. ”Efficace quando le altre terapie non lo sono”

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Intervista allo psichiatra Leonardo Tondo (Centro Lucio Bini): ”Nel trattamento della depressione grave con agitazione e rischio di suicidio, la Tec ha una percentuale di miglioramento superiore a quello delle terapie antidepressive”

ROMA - A 30 anni dalla legge che ha chiuso i manicomi e “umanizzato” i trattamenti di cura per la malattia mentale, l’elettroshock non smette di dividere. Accanto alla folta schiera di medici psichiatri che ne contesta l’uso, c’è chi ne difende l’efficacia, seppur in alcuni limitati casi. Tra questi ultimi, Leonardo Tondo, psichiatra e membro del Centro Lucio Bini.  ancora vivo il dibattito in merito all’uso e l”abuso della terapia elettroconvlusivante: qual è, in sintesi, la sua posizione in merito?
Abuso, non direi proprio. Nessuno psichiatra penserebbe di fare un uso eccessivo o indiscriminato della terapia elettroconvulsivante. Anche il suo uso è molto limitato. Pur essendo un sostenitore del trattamento, non mi capita di consigliarlo più di una volta all’anno. D’altro canto, quando è necessario, è importante sapere che sia un trattamento disponibile. Quali sono i principali effetti positivi che le TEC può ottenere? E quali gli effetti collaterali?
Nel trattamento della depressione grave con agitazione e rischio di suicidio, la TEC ha una percentuale di miglioramento superiore a quello delle terapie antidepressive e inoltre è efficace quando le altre terapie non lo sono. In queste condizioni, non prescriverla al paziente è rischiosissimo; sarà poi il paziente a rifiutarla se non fosse d’accordo. In nazioni dove la malpractice è considerata attentamente, non consigliare la TEC a un paziente con le indicazioni necessarie può creare problemi di natura legale.

Secondo una recente circolare dell’ex-ministro della Salute Bindi, “è solo per un gruppo limitato di pazienti che la terapia elettroconvulsivante si è dimostrata talora efficace in modo convincente, specie nella risoluzione dell’episodio acuto”, peraltro con “frequenti ricadute ed disturbi mnesici circoscritti”. Cosa ne pensa?
L’ex ministro ha ragione sul gruppo limitato di pazienti che dovrebbero effettuarla. Non ha ragione sulla conseguenza della frequenti ricadute e sugli effetti collaterali, veramente limitati.

In Italia la TEC è consentita solo in strutture pubbliche e accreditate e in presenza di determinate condizioni. Ci può dare una stima approssimativa rispetto al ricordso dalla Tec in Italia? Quante persone ogni anno vengono sottoposte a questo trattamento?
Non saprei dare cifre precise, ma credo che forse meno dell’uno per cento dei pazienti con depressione presentino le indicazioni per la terapia. Quante poi siano le persone che ne fanno uso è molto difficile e non so chi potrebbe avere i numeri. Naturalmente, la terapia si pratica anche in strutture private oppure all’estero.

Qual è la situazione nel resto d’Europa? C’è più apertura o più chiusura nei confronti di questa terapia?
In Europa, neanche a dirlo, esiste un atteggiamento più libertario e chi vuole sottoporsi alla TEC può farlo. In molte nazioni, comunque, esiste lo stesso pregiudizio che abbiamo noi senza però che i governi perdano tempo su questi argomenti tecnici.

Qual è l’atteggiamento più comune tra i Suoi pazienti rispetto a questa terapia? Paura? Curiosità? C’è qualcuno che richiede espressamente di sottoporvisi?
Nessuno richiede di sottoporvisi ma molti mi chiedono cosa penso della terapia. Paura in alcuni, curiosità in altri.

Elettroshock è un termine appropriato per riferirsi alla Tec?
Ovviamente no perché focalizza l’interesse sulla shock e sulla elettricità, da cui deriva la stupida associazione con la sedia elettrica. L’elettricità, molto diversa da quella casalinga o industriale, serve soltanto a provocare le convulsioni che, fin dalla Grecia Antica, sono sempre state considerate efficaci nella terapia della depressione.

Cosa prevede attualmente la legge italiana? Quali sono le questioni ancora da risolvere? Come spera che si svilupperà il dibattito politico e scientifico nei prossimi anni?
La legge è ferma alla circolare dell’ex ministro Bindi e andrebbe bene se fosse rispettata. Poi nelle realtà regionali o locali, si fa a gara per impedirla. D’altro canto i primari non hanno alcuna voglia di rischiare un qualsiasi problema per poi trovarsi sulla prima pagina dei giornali. (Chiara Ludovisi)

(14 maggio 2008)  tratto da SuperAbile.it  - new

13 Maggio 2008

Storie di (stra)ordinaria solidarietà.

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Cari autori di questo splendido progetto, voglio proporvi una storia che ho scritto proprio oggi sul mio blog.

Conosco bene e apprezzo molto la vostra sensibilità e mi piacerebbe un vostro parere.

Un caro abbraccio, Sara

In tempi in cui lo straniero sembra diventato il male assoluto, c’è anche chi non se la sente di voltarsi dall’altra parte di fronte ad una persona in difficoltà. C’è chi davanti ad un bambino rumeno che sotto Natale chiede l’elemosina all’uscita di un supermercato non riesce a mettere a tacere la coscienza dicendosi “non spetta a me pensarci” oppure “che se ne stia nel suo paese”.

La storia che voglio raccontarvi fa scoprire che questa Sassari sonnacchiosa ha un cuore grande e che se qualcuno ha la voglia e la capacità di muoversi, oltre a quella incredibile di coinvolgere gli altri, la solidarietà diventa qualcosa di concreto e non solo elemosina. E tutto ciò lo dimostra.

<<Tutto nasce da una poesia>> dice Paola (non è il suo vero nome, così come gli altri). Nella foga dello shopping natalizio notò un bambino di 9 anni, Cornel, che chiedeva qualche soldino ai clienti di un supermercato. Apparteneva ad una famiglia rumena che abitava a Sorso e che sotto le festività chiedeva sempre l’elemosina per poter comprare qualche dolce.

<<Mi colpirono i suoi occhi bellissimi e la sua educazione - racconta - scoprii che chiedeva in prestito dei libri alla biblioteca comunale.>>.

Paola si tenne in contatto, fece avere qualche aiuto alla famiglia, in una grave situazione. Cornel era assetato di sapere, aveva vinto un premio nazionale di poesia della scuola coi pochi versi de “Il silenzio”:

“L’arancione delle foglie

arde l’aria silenziosa

e va incontro al giorno

come se avessero un appuntamento.

I lunghi nastri di foglie

ondeggiano al ritmo del vento

e cullano il mio riposo.”

Paola fu così colpita che gli chiese se era disposto a smettere di chiedere i soldi in strada se lei lo avesse aiutato. La sua “famiglia allargata” di 40 persone si era nel frattempo trasferita nel centro storico di Sassari.

Cornel accettò la proposta di Paola, ma l’impresa da lei proposta era difficile. <<Nessuno ci affitta una casa se sa che siamo rumeni, -  dice Augustina, la mamma di Cornel - la signora Paola è riuscita a convincere alcuni commercianti di mobili ed elettrodomestici ad aiutarci, ma dove stiamo ora c’è spazio a malapena per noi: mangiamo in piedi perchè le sedie non ci stanno, i letti occupano tutta la stanza e ci dormono varie famiglie. Non c’è acqua e la lavatrice che ci hanno regalato non può funzionare. E poi c’è tanta tanta umidità.>>

Così Paola per ora accumula tutto in garage e si batte per trovare loro delle case vere: <<Sono persone oneste che mandano i figli a scuola, rispettano gli accordi e pagano>>, assicura.

Tra i problemi più difficili c’è quello sanitario: lo status di comunitari paradossalmente non aiuta (<<Era meglio quando non erano in Europa e potevano essere assistiti dai medici volontari>>). Diversi bambini sono affetti da patologie che andrebbero immediatamente curate. I problemi sono anche di natura psicologica poichè venire in un paese di cui si ha una certa immagine e poi finire a vivere emarginato provoca certamente dei disagi.

Paola ha scritto lettere a tutte le autorità possibili, anche alla Presidenza della Repubblica, ma senza esito. Allora, li fa visitare da medici amici, anche se la diagnostica poi è impossibile. <<Per fortuna Sassari è generosa - spiega - anche se dai servizi sociali del Comune ci si aspetterebbe qualcosa di più. Fortunatamente al consultorio ci hanno dato una mano per le visite ai più piccoli e, soprattutto, per la contraccezione: ci sono coppie poco più che 20enni con vari figli.>>

Quello che Paola si è messa in testa è <<dare loro non l’elemosina ma le gambe per lavorare da soli>>.

C’è già riuscita con Youssou, un ragazzo senegalese che viveva di espedienti: quando Paola gli ha chiesto cosa avrebbe voluto fare, le rispose che avrebbe voluto <<studiare per diventare un cuoco>>. Detto e fatto: lei lo ha iscritto all’Alberghiero e, per far si che potesse sostentarsi, gli ha trovato un lavoro part-time presso il ristorante La Fenice, che lo ha regolarizzato e assicurato. Youssou è diventato così bravo che ora è richiesto per le stagioni da vari ristoranti della Costa Smeralda. Adesso cammina davvero da solo.

Lo stesso sta cercando di fare con i rumeni. Tre di loro li ha fatti iscrivere alle scuole serali, perchè hanno il titolo di terza media nel loro paese ma la burocrazia gli impedisce di farlo valere in Italia. Tutti i figli vanno a scuola <<ma devono studiare sulle fotocopie o sui vocabolari regalati dagli insegnanti perchè i rimborsi arrivano solo a fine anno.>>

E’ gente che viene dal mondo contadino e tutti gli uomini sono molto capaci in campagna e nella cura dei giardini: Paola gli ha infatti procurato parecchi lavori in questi settori. <<Ma è difficile: loro si accontentano anche di 5-6 euro l’ora, però vogliono l’assicurazione: la controproposta è 5-6 euro l’ora. E basta.>>

<<Le donne sono brave nelle pulizie e possono fare bene le badanti - dice Paola - ma le caratteristiche delle loro case di origine sono diverse. Così ho organizzato dei corsi di gestione domestica, dove insegnamo loro, ad esempio, a pulire un parquet.>> Così anche Oana ha trovato occupazione nella casa di un docente universitario.

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Ora Cornel ha 12 anni e forse comincia a vedere uno spiraglio per una vita diversa. Magari scriverà una poesia che sia un messaggio di speranza e parli di una città che lo ha trattato come tutti gli altri bambini.

Da La Nuova Sardegna.

LIBERI DAL FIGLIO - Ci sono coppie che a procreare non ci pensano proprio

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 06:37

foto by Adriano 2005

 
 
 

 

 da ” Il Gazzettino ” di martedì 13/05/2008  cronaca di Padova

Childfree, liberi dal figlio. Quelli che l’erede
non lo sognano. Che procreare non è
nelle loro corde. Non sentono la spinta verso il
futuro innescata dal sentirsi chiamare “mamma”
o “papà” e di dare il proprio cognome alla
specie, beh non gliene importa nulla. Non che
non possano (anche se alcuni ammettono di
aver combattuto inutilmente contro la sterilità),
più prosaicamente non aspirano ad avere
un pargolo che gironzola per casa. Perchè gli
amori vanno e vengono, in una società sempre
più “liquida” oggi si è innamorati, domani chissà, mentre un
figlio è per sempre. Il 17 per cento delle quarantacinquenni
non ha bambini, e neppure il rammarico di aver perso il treno
biologico, pur essendo spesso vittime della sindrome dell’
eterno rinvio: oggi no, domani nemmeno finchè dopodomani
è troppo tardi. L’identikit delle donne “sollevate dall’ingombro
di un neonato”? Fra i 35 e i 45 anni, prese dalla loro
professione, reddito medio-alto, relazione di coppia soddisfacente,
poco religiose. «Se il momento giusto non arriva mai,
vuol dire che la maternità non è un’urgenza» è l’opinione di
Letizia Mencarini, docente fiorentina di statistica, autrice
con Maria Letizia Tanturri di questo ritratto
delle “non-madri”, emerso da interviste a 850
donne in età fertile, residenti a Padova, Udine,
Firenze, Pesaro, Messina. Una su tre ha confessato
di non aver mai provato a fare un bambino,
nonostante un compagno fisso e nessun
problema economico. E dietro questo procrastinare
si nasconde, più spesso di quanto si
pensi, una decisione ponderata. A Nordest le
coppie senza figli nell’arco di cinque anni hanno
subìto un’impennata, lievitando dal 28,3% al
31,3%. La città più fertile è Treviso, la meno Rovigo. Più
bassa della media regionale (1,26) si attesta anche Padova,
fermandosi a 1,22. La maternità scelta, violata, imposta, repressa,
negata sarà al centro di “Madre de-genere”, maxiconvegno

in aula Nievo al Bo da domani a venerdì. «Vogliamo

 

parlare di maternità nel quotidiano - sostiene la prof. Saveria
Chemotti del comitato scientifico - partendo dalla contestazione
provocatoria delle mamme degeneri che acquistano le
prime pagine della cronaca perchè abbandonano o uccidono
la prole. Noi vogliamo parlare di scelta, desiderio, destino».
F.Cap.              
               
               

12 Maggio 2008

Nati prematuri,vita in salita - di Alessandra Graziottin

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 14:48

Che cosa succede ad un bambino prematuro? Subisce un
trauma tremendo: perché nasce impreparato alla vita, ed è
costretto a restare solo, in un nido supertecnico che di umano
ha ben poco. Catapultato fuori dal liquido amniotico, dove si
muoveva in pace, privato di tutte le sensazioni e le emozioni
che gli arrivavano attraverso la madre, il bambino prematuro
resta disperatamente solo. Tecnologie sofisticate consentono
oggi di rianimare e tenere in vita bambini anche piccolissimi,
alla 24a settimana di gestazione, che restano per mesi nelle
unità di cura intensiva. Soli per la maggior parte del tempo,
con contatti fuggevoli, limitati e associati di regola a manovre
invasive e dolorose (prelievi, intubazioni, sondini vari).l prezzo della prematurità, spesso, è molto alto: gravi lesioni cerebrali, deficit intellettivi e motori, legati alle cause della prematurità, oltre che alla nascita anticipata. Anche quando gli esiti cerebrali sono buoni, tuttavia, la prematurità e la solitudine ad essa associata comportano comunque una maggiore vulnerabilità a disturbi affettivi, e, soprattutto, alla depressione. Basti dire che il rischio di depressione negli adolescenti che erano nati prematuri è di 11 volte superiore rispetto ai bambini nati a termine. Di fatto, l’onda lunga della ferita emotiva dovuta ad una prolungata ospedalizzazione senza conforto affettivo, senza la mamma per la maggior parte del tempo, può segnare tutto il futuro del bambino. Qual è il punto? Il dramma del prematuro non è solo la vulnerabilità biologica, ma la grande solitudine affettiva. E’ possibile ridurre questa profonda infelicità, che aggiunge dolore fisico ed emotivo ad una nascita già traumatica? Sì: con le “mamme canguro”, pratica che in alcune neonatologie è possibile da alcuni anni. La mamma tiene il bambino sul seno, a contatto con la propria pelle, e gli parla e lo accarezza, per una o più ore al giorno. Questo ha già dato risultati straordinari: i bambini accarezzati maturano prima, raggiungono prima l’autonomia respiratoria, crescono meglio di peso, dormono meglio, hanno indici di crescita psichica migliori. Insomma hanno tutti gli indici biologici e comportamentali più favorevoli. Ma si può fare molto di più: affinché le pratiche pionieristiche e positive di alcuni centri pilota diventino pragmatica dell’accudimento dei prematuri in tutte le nostre neonatologie. Seguendo l’esempio della neonatologia dell’Ospedale Sant’Anna di Torino, che in questi giorni ha reso possibile l’accesso ai prematuri 24 ore su 24. Questo consente la massima flessibilità di orari e, soprattutto, la possibilità che le mamme (o i padri) che lo desiderano possano stare a contatto di pelle con il piccolo per molte più ore al giorno, mattino e sera,