Lettere Al Futuro

16 Maggio 2008

Ammalati di solitudine

Archiviato in: Poesie — abdita @ 16:00

Finalmente mia figlia mi ha permesso di pubblicare qualcosa di quello che lei scrive. Trascrivo senza apportare modifiche.

L’uomo

Tu che parli dell’uomo,
Tu che parli dei suoi sentimenti,
Tu che parli delle sue azioni,
Tu che parli dei suoi pensieri,
Perché non parli di ciò che è?
No, a me interessa l’Ideologia.
Bello dire oggi: “sono un idealista”.
Se lo pronunci a gran voce troverai sicuramente
gente che ti seguirà o gente che si schiererà
dietro nomi differenti:
moralista, rivoluzionario, anticonformista
e quant’ altro.
Purtroppo è così che va il mondo:
ognuno crea un simbolo riguardo a ciò che più gli somiglia
ed ognuno lo sfrutta come attacco/difesa in una società
che sembra voltargli le spalle.
Ma tu, uomo, e non più idealista, moralista,
anticonformista, menefreghista, alcolizzato,
credente o ateo, dimmi chi sei,
chi sei veramente.
Non soffriamo in fin dei conti tutti lo stesso male?
Ci sentiamo incompresi, non amati del tutto,
accantonati a volte, ed infine soli.
È brutto questo male, forse il peggiore che ci sia:
quello di vivere in un posto che dietro una scusa o un’altra
prova a risucchiarti l’unica cosa che ti dice chi sei tu veramente,
senza la quale ti perdi alla ricerca della felicità
senza la quale ti senti smarrito
senza la quale tu non sei più me ed io non sono più te
e finiamo per sentirci ammalati di solitudine,
quella cosa che ci parla con il silenzio delle stelle,
del mare, del sole e della luna: l’AMORE.
Ma come fare a cambiare?
Come fare ad eliminare questo brutto vortice
che ci attira giù in fondo con dolcissime apparenze?
Sei sordo allora?
Non te l’ha detto poco fa la luna?
Non te l’ha detto poco fa il sole?
No te lo stavano dicendo le stelle?
Fa’ come loro:
dimenticati di tutto il resto e
concentrati su ciò che sei.
AMA.

15 Maggio 2008

Università&Etica - Troppe carriere costruite sui meriti…cromosomici

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 08:58

foto by Emilia ( friends 2005 )

da ” Il Gazzettino ” di giovedì 15/05/2008 - cronaca di Pd

di Gregorio Babighian *
Vorrei rivolgere, per quello
che può contare, un plauso al
mio Collega (e compagno di
studi universitari) Prof. Ancona
per quanto riportato dal
Gazzettino. Il Prof. Ancona dà
una ulteriore prova della chiarezza
di idee e del pragmatismo
che gli sono propri quando
esprime e sottolinea con forza
l’urgenza di una presa d’atto,
decisa ed assolutamente limpida,
sulla necessità di definire
un codice etico che deve valere
per l’Università, e non solo. A
fianco di meriti scientifici riconosciuti,
la Facoltà medica padovana
è stata contaminata da
carrierismo per meriti… cromosomici
e da una conflittualità
deteriore che avvelena l’ambiente
di certe strutture, (correttamente
segnalate dal Prof.
Ancona), creando sconcerto,
disappunto e sfiducia nei colleghi
più giovani.
Quando molti anni fa il Prof.
Ancona ed il sottoscritto erano
appunto “colleghi più giovani”,
sarebbe stato disdicevole ed
era del tutto inconsueto che un
figlio prestasse servizio nella
struttura diretta dal “padre”. Di
solito il “padre”, con una sensibilità
oggi scomparsa, chiedeva
ad un Collega di accogliere
il “figlio” nel proprio Istituto almeno
per un periodo di apprendistato,
mettendone in luce,
con obiettività non sospetta,
le eventuali attitudini scientifiche
e capacità cliniche.
Le problematiche citate dal
Prof. Ancona sono ahimè presenti
non solo nella Facoltà
Medica padovana ma anche in
altre Facoltà italiane, mediche
e non: a titolo d’esempio, concorsi
a cattedra di Otorinolaringoiatria
precostituiti nella
scelta del, o dei, vincitori sono
noti, ed hanno formato oggetto
di procedimenti giudiziari di I˚,
II˚ e III˚ grado, ma nulla è
cambiato; smaccato nepotismo
(mogli, amiche, generi, ecc. )
sono noti a tutti, ed hanno avuto
gli onori della stampa, mi
sembra senza smentite. Per la
mia formazione ho avuto il privilegio
di frequentare diverse
strutture all’estero, sia di ricerca
che chirurgiche: lì non tutto
è rose e fiori, ma certo l’etica vi
ha un senso, e non sono ammesse
le storture ed i conflitti
interni ai quali molto spesso
qui assistiamo. Lì Maestri e Allievi
si impegnano, com’è loro
dovere istituzionale. Ed i giovani…
imparano.
* già direttore Otochirurgia      

14 Maggio 2008

Elettroshock: una voce a favore. ”Efficace quando le altre terapie non lo sono”

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 17:45

Intervista allo psichiatra Leonardo Tondo (Centro Lucio Bini): ”Nel trattamento della depressione grave con agitazione e rischio di suicidio, la Tec ha una percentuale di miglioramento superiore a quello delle terapie antidepressive”

ROMA - A 30 anni dalla legge che ha chiuso i manicomi e “umanizzato” i trattamenti di cura per la malattia mentale, l’elettroshock non smette di dividere. Accanto alla folta schiera di medici psichiatri che ne contesta l’uso, c’è chi ne difende l’efficacia, seppur in alcuni limitati casi. Tra questi ultimi, Leonardo Tondo, psichiatra e membro del Centro Lucio Bini.  ancora vivo il dibattito in merito all’uso e l”abuso della terapia elettroconvlusivante: qual è, in sintesi, la sua posizione in merito?
Abuso, non direi proprio. Nessuno psichiatra penserebbe di fare un uso eccessivo o indiscriminato della terapia elettroconvulsivante. Anche il suo uso è molto limitato. Pur essendo un sostenitore del trattamento, non mi capita di consigliarlo più di una volta all’anno. D’altro canto, quando è necessario, è importante sapere che sia un trattamento disponibile. Quali sono i principali effetti positivi che le TEC può ottenere? E quali gli effetti collaterali?
Nel trattamento della depressione grave con agitazione e rischio di suicidio, la TEC ha una percentuale di miglioramento superiore a quello delle terapie antidepressive e inoltre è efficace quando le altre terapie non lo sono. In queste condizioni, non prescriverla al paziente è rischiosissimo; sarà poi il paziente a rifiutarla se non fosse d’accordo. In nazioni dove la malpractice è considerata attentamente, non consigliare la TEC a un paziente con le indicazioni necessarie può creare problemi di natura legale.

Secondo una recente circolare dell’ex-ministro della Salute Bindi, “è solo per un gruppo limitato di pazienti che la terapia elettroconvulsivante si è dimostrata talora efficace in modo convincente, specie nella risoluzione dell’episodio acuto”, peraltro con “frequenti ricadute ed disturbi mnesici circoscritti”. Cosa ne pensa?
L’ex ministro ha ragione sul gruppo limitato di pazienti che dovrebbero effettuarla. Non ha ragione sulla conseguenza della frequenti ricadute e sugli effetti collaterali, veramente limitati.

In Italia la TEC è consentita solo in strutture pubbliche e accreditate e in presenza di determinate condizioni. Ci può dare una stima approssimativa rispetto al ricordso dalla Tec in Italia? Quante persone ogni anno vengono sottoposte a questo trattamento?
Non saprei dare cifre precise, ma credo che forse meno dell’uno per cento dei pazienti con depressione presentino le indicazioni per la terapia. Quante poi siano le persone che ne fanno uso è molto difficile e non so chi potrebbe avere i numeri. Naturalmente, la terapia si pratica anche in strutture private oppure all’estero.

Qual è la situazione nel resto d’Europa? C’è più apertura o più chiusura nei confronti di questa terapia?
In Europa, neanche a dirlo, esiste un atteggiamento più libertario e chi vuole sottoporsi alla TEC può farlo. In molte nazioni, comunque, esiste lo stesso pregiudizio che abbiamo noi senza però che i governi perdano tempo su questi argomenti tecnici.

Qual è l’atteggiamento più comune tra i Suoi pazienti rispetto a questa terapia? Paura? Curiosità? C’è qualcuno che richiede espressamente di sottoporvisi?
Nessuno richiede di sottoporvisi ma molti mi chiedono cosa penso della terapia. Paura in alcuni, curiosità in altri.

Elettroshock è un termine appropriato per riferirsi alla Tec?
Ovviamente no perché focalizza l’interesse sulla shock e sulla elettricità, da cui deriva la stupida associazione con la sedia elettrica. L’elettricità, molto diversa da quella casalinga o industriale, serve soltanto a provocare le convulsioni che, fin dalla Grecia Antica, sono sempre state considerate efficaci nella terapia della depressione.

Cosa prevede attualmente la legge italiana? Quali sono le questioni ancora da risolvere? Come spera che si svilupperà il dibattito politico e scientifico nei prossimi anni?
La legge è ferma alla circolare dell’ex ministro Bindi e andrebbe bene se fosse rispettata. Poi nelle realtà regionali o locali, si fa a gara per impedirla. D’altro canto i primari non hanno alcuna voglia di rischiare un qualsiasi problema per poi trovarsi sulla prima pagina dei giornali. (Chiara Ludovisi)

(14 maggio 2008)  tratto da SuperAbile.it  - new

13 Maggio 2008

Storie di (stra)ordinaria solidarietà.

Archiviato in: PuntoD'Incontro — unblogindue @ 10:28

Cari autori di questo splendido progetto, voglio proporvi una storia che ho scritto proprio oggi sul mio blog.

Conosco bene e apprezzo molto la vostra sensibilità e mi piacerebbe un vostro parere.

Un caro abbraccio, Sara

In tempi in cui lo straniero sembra diventato il male assoluto, c’è anche chi non se la sente di voltarsi dall’altra parte di fronte ad una persona in difficoltà. C’è chi davanti ad un bambino rumeno che sotto Natale chiede l’elemosina all’uscita di un supermercato non riesce a mettere a tacere la coscienza dicendosi “non spetta a me pensarci” oppure “che se ne stia nel suo paese”.

La storia che voglio raccontarvi fa scoprire che questa Sassari sonnacchiosa ha un cuore grande e che se qualcuno ha la voglia e la capacità di muoversi, oltre a quella incredibile di coinvolgere gli altri, la solidarietà diventa qualcosa di concreto e non solo elemosina. E tutto ciò lo dimostra.

<<Tutto nasce da una poesia>> dice Paola (non è il suo vero nome, così come gli altri). Nella foga dello shopping natalizio notò un bambino di 9 anni, Cornel, che chiedeva qualche soldino ai clienti di un supermercato. Apparteneva ad una famiglia rumena che abitava a Sorso e che sotto le festività chiedeva sempre l’elemosina per poter comprare qualche dolce.

<<Mi colpirono i suoi occhi bellissimi e la sua educazione - racconta - scoprii che chiedeva in prestito dei libri alla biblioteca comunale.>>.

Paola si tenne in contatto, fece avere qualche aiuto alla famiglia, in una grave situazione. Cornel era assetato di sapere, aveva vinto un premio nazionale di poesia della scuola coi pochi versi de “Il silenzio”:

“L’arancione delle foglie

arde l’aria silenziosa

e va incontro al giorno

come se avessero un appuntamento.

I lunghi nastri di foglie

ondeggiano al ritmo del vento

e cullano il mio riposo.”

Paola fu così colpita che gli chiese se era disposto a smettere di chiedere i soldi in strada se lei lo avesse aiutato. La sua “famiglia allargata” di 40 persone si era nel frattempo trasferita nel centro storico di Sassari.

Cornel accettò la proposta di Paola, ma l’impresa da lei proposta era difficile. <<Nessuno ci affitta una casa se sa che siamo rumeni, -  dice Augustina, la mamma di Cornel - la signora Paola è riuscita a convincere alcuni commercianti di mobili ed elettrodomestici ad aiutarci, ma dove stiamo ora c’è spazio a malapena per noi: mangiamo in piedi perchè le sedie non ci stanno, i letti occupano tutta la stanza e ci dormono varie famiglie. Non c’è acqua e la lavatrice che ci hanno regalato non può funzionare. E poi c’è tanta tanta umidità.>>

Così Paola per ora accumula tutto in garage e si batte per trovare loro delle case vere: <<Sono persone oneste che mandano i figli a scuola, rispettano gli accordi e pagano>>, assicura.

Tra i problemi più difficili c’è quello sanitario: lo status di comunitari paradossalmente non aiuta (<<Era meglio quando non erano in Europa e potevano essere assistiti dai medici volontari>>). Diversi bambini sono affetti da patologie che andrebbero immediatamente curate. I problemi sono anche di natura psicologica poichè venire in un paese di cui si ha una certa immagine e poi finire a vivere emarginato provoca certamente dei disagi.

Paola ha scritto lettere a tutte le autorità possibili, anche alla Presidenza della Repubblica, ma senza esito. Allora, li fa visitare da medici amici, anche se la diagnostica poi è impossibile. <<Per fortuna Sassari è generosa - spiega - anche se dai servizi sociali del Comune ci si aspetterebbe qualcosa di più. Fortunatamente al consultorio ci hanno dato una mano per le visite ai più piccoli e, soprattutto, per la contraccezione: ci sono coppie poco più che 20enni con vari figli.>>

Quello che Paola si è messa in testa è <<dare loro non l’elemosina ma le gambe per lavorare da soli>>.

C’è già riuscita con Youssou, un ragazzo senegalese che viveva di espedienti: quando Paola gli ha chiesto cosa avrebbe voluto fare, le rispose che avrebbe voluto <<studiare per diventare un cuoco>>. Detto e fatto: lei lo ha iscritto all’Alberghiero e, per far si che potesse sostentarsi, gli ha trovato un lavoro part-time presso il ristorante La Fenice, che lo ha regolarizzato e assicurato. Youssou è diventato così bravo che ora è richiesto per le stagioni da vari ristoranti della Costa Smeralda. Adesso cammina davvero da solo.

Lo stesso sta cercando di fare con i rumeni. Tre di loro li ha fatti iscrivere alle scuole serali, perchè hanno il titolo di terza media nel loro paese ma la burocrazia gli impedisce di farlo valere in Italia. Tutti i figli vanno a scuola <<ma devono studiare sulle fotocopie o sui vocabolari regalati dagli insegnanti perchè i rimborsi arrivano solo a fine anno.>>

E’ gente che viene dal mondo contadino e tutti gli uomini sono molto capaci in campagna e nella cura dei giardini: Paola gli ha infatti procurato parecchi lavori in questi settori. <<Ma è difficile: loro si accontentano anche di 5-6 euro l’ora, però vogliono l’assicurazione: la controproposta è 5-6 euro l’ora. E basta.>>

<<Le donne sono brave nelle pulizie e possono fare bene le badanti - dice Paola - ma le caratteristiche delle loro case di origine sono diverse. Così ho organizzato dei corsi di gestione domestica, dove insegnamo loro, ad esempio, a pulire un parquet.>> Così anche Oana ha trovato occupazione nella casa di un docente universitario.

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Ora Cornel ha 12 anni e forse comincia a vedere uno spiraglio per una vita diversa. Magari scriverà una poesia che sia un messaggio di speranza e parli di una città che lo ha trattato come tutti gli altri bambini.

Da La Nuova Sardegna.

LIBERI DAL FIGLIO - Ci sono coppie che a procreare non ci pensano proprio

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 06:37

foto by Adriano 2005

 
 
 

 

 da ” Il Gazzettino ” di martedì 13/05/2008  cronaca di Padova

Childfree, liberi dal figlio. Quelli che l’erede
non lo sognano. Che procreare non è
nelle loro corde. Non sentono la spinta verso il
futuro innescata dal sentirsi chiamare “mamma”
o “papà” e di dare il proprio cognome alla
specie, beh non gliene importa nulla. Non che
non possano (anche se alcuni ammettono di
aver combattuto inutilmente contro la sterilità),
più prosaicamente non aspirano ad avere
un pargolo che gironzola per casa. Perchè gli
amori vanno e vengono, in una società sempre
più “liquida” oggi si è innamorati, domani chissà, mentre un
figlio è per sempre. Il 17 per cento delle quarantacinquenni
non ha bambini, e neppure il rammarico di aver perso il treno
biologico, pur essendo spesso vittime della sindrome dell’
eterno rinvio: oggi no, domani nemmeno finchè dopodomani
è troppo tardi. L’identikit delle donne “sollevate dall’ingombro
di un neonato”? Fra i 35 e i 45 anni, prese dalla loro
professione, reddito medio-alto, relazione di coppia soddisfacente,
poco religiose. «Se il momento giusto non arriva mai,
vuol dire che la maternità non è un’urgenza» è l’opinione di
Letizia Mencarini, docente fiorentina di statistica, autrice
con Maria Letizia Tanturri di questo ritratto
delle “non-madri”, emerso da interviste a 850
donne in età fertile, residenti a Padova, Udine,
Firenze, Pesaro, Messina. Una su tre ha confessato
di non aver mai provato a fare un bambino,
nonostante un compagno fisso e nessun
problema economico. E dietro questo procrastinare
si nasconde, più spesso di quanto si
pensi, una decisione ponderata. A Nordest le
coppie senza figli nell’arco di cinque anni hanno
subìto un’impennata, lievitando dal 28,3% al
31,3%. La città più fertile è Treviso, la meno Rovigo. Più
bassa della media regionale (1,26) si attesta anche Padova,
fermandosi a 1,22. La maternità scelta, violata, imposta, repressa,
negata sarà al centro di “Madre de-genere”, maxiconvegno

in aula Nievo al Bo da domani a venerdì. «Vogliamo

 

parlare di maternità nel quotidiano - sostiene la prof. Saveria
Chemotti del comitato scientifico - partendo dalla contestazione
provocatoria delle mamme degeneri che acquistano le
prime pagine della cronaca perchè abbandonano o uccidono
la prole. Noi vogliamo parlare di scelta, desiderio, destino».
F.Cap.              
               
               

12 Maggio 2008

Ratzinger, Carfagna, Mussolini: uno strano trio all’attacco della 194

Archiviato in: 1 — Audrey @ 20:09
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Voglio riportare anche qui su “Lettere”un post che ho scritto oggi  per il mio blog.

Perchè credo che l’argomento sia importante e che, purtroppo, quello che molte/i di noi avevano temuto si stia verificando. Il nuovo governo si è già messo all’opera….

E’ cominciata l’offensiva alla 194.
Il paese è nel pieno di una spaventosa crisi economica, sociale, morale ed etica, ma sembra che modificare in senso restrittivo la 194 vigente, così come è stata legiferata nel 1978 e sancita da un referendum nel lontano 1981, sia per l’Italia una priorità assoluta.

Oggi l’attacco di Ratzinger che durante l’udienza ai rappresentanti del Movimento per la Vita, ha letteralmente dichiarato:

Negli ultimi trent’anni, da quando è stata introdotta la legge 194 che permette l’interruzione di gravidanza, si è creata una mentalità di progressivo svilimento del valore della vita.

La vostra visita - ha detto Ratzinger - cade a trent’anni da quando in Italia venne legalizzato l’aborto ed è vostra intenzione suggerire una riflessione approfondita sugli effetti umani e sociali che la legge ha prodotto nella comunità civile e cristiana durante questo periodo”. .

Ma niente paura donne italiane, non temete, abbiamo o no un neo ministra delle Pari Opportunità, fresca fresca di nomina, preposta appositamente ed istituzionalmente a difenderci?
Ed infatti, ecco che la Mara desnuda non tarda a far sentire la sua voce:

“il problema non e’ discutere la 194, ma applicare la cultura della vita che in questi trent’anni, come dice giustamente il Papa, e’ stata svilita. Serve una normativa a favore della famiglia che incentivi le nascite e a favore delle donne affinche’ rinuncino ad abortire”.

Allora..a parte che in confronto a questa dichiarazione, le note “divergenze parallele” di Moro erano di una linearità e conseguenzialità logica cristallina, vorrei mettere in risalto la subitanea prova di servile ossequio da parte della Ministra nei confronti del Papa, e sorge spontanea una domanda…
Ma la Carfagna lo ha mai letto il testo della 194 integralmente?????
Anzi, nemmeno integralmente, perchè basterebbe limitarsi al titolo della legge

NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITA’ E SULL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA

e all’
Articolo 1

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.

Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Vi rendete conto? Abbiamo una ministra per le Pari Opportunità che dimostra in maniera inequivocabile di non conoscere nemmeno una legge emanata dallo Stato Italiano a tutela della salute delle donne italiane.

Dulcis in fundo, non poteva mancare l’onorevole Mussolini:
“Quando si parla di famiglia e di maternità anche l’attuale legge 194 deve poter essere messa in discussione. Infatti, non si aiuta di certo il percorso a sostegno della vita eliminando argomenti scomodi o eludendo uno dei contenuti essenziali del dibattito”: lo ha dichiarato Alessandra Mussolini, segretario nazionale di Azione Sociale, in riferimento a quanto affermato dal neoministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna.

Ricordiamoci che questo è solo l’inizio…

Nati prematuri,vita in salita - di Alessandra Graziottin

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 14:48

Che cosa succede ad un bambino prematuro? Subisce un
trauma tremendo: perché nasce impreparato alla vita, ed è
costretto a restare solo, in un nido supertecnico che di umano
ha ben poco. Catapultato fuori dal liquido amniotico, dove si
muoveva in pace, privato di tutte le sensazioni e le emozioni
che gli arrivavano attraverso la madre, il bambino prematuro
resta disperatamente solo. Tecnologie sofisticate consentono
oggi di rianimare e tenere in vita bambini anche piccolissimi,
alla 24a settimana di gestazione, che restano per mesi nelle
unità di cura intensiva. Soli per la maggior parte del tempo,
con contatti fuggevoli, limitati e associati di regola a manovre
invasive e dolorose (prelievi, intubazioni, sondini vari).l prezzo della prematurità, spesso, è molto alto: gravi lesioni cerebrali, deficit intellettivi e motori, legati alle cause della prematurità, oltre che alla nascita anticipata. Anche quando gli esiti cerebrali sono buoni, tuttavia, la prematurità e la solitudine ad essa associata comportano comunque una maggiore vulnerabilità a disturbi affettivi, e, soprattutto, alla depressione. Basti dire che il rischio di depressione negli adolescenti che erano nati prematuri è di 11 volte superiore rispetto ai bambini nati a termine. Di fatto, l’onda lunga della ferita emotiva dovuta ad una prolungata ospedalizzazione senza conforto affettivo, senza la mamma per la maggior parte del tempo, può segnare tutto il futuro del bambino. Qual è il punto? Il dramma del prematuro non è solo la vulnerabilità biologica, ma la grande solitudine affettiva. E’ possibile ridurre questa profonda infelicità, che aggiunge dolore fisico ed emotivo ad una nascita già traumatica? Sì: con le “mamme canguro”, pratica che in alcune neonatologie è possibile da alcuni anni. La mamma tiene il bambino sul seno, a contatto con la propria pelle, e gli parla e lo accarezza, per una o più ore al giorno. Questo ha già dato risultati straordinari: i bambini accarezzati maturano prima, raggiungono prima l’autonomia respiratoria, crescono meglio di peso, dormono meglio, hanno indici di crescita psichica migliori. Insomma hanno tutti gli indici biologici e comportamentali più favorevoli. Ma si può fare molto di più: affinché le pratiche pionieristiche e positive di alcuni centri pilota diventino pragmatica dell’accudimento dei prematuri in tutte le nostre neonatologie. Seguendo l’esempio della neonatologia dell’Ospedale Sant’Anna di Torino, che in questi giorni ha reso possibile l’accesso ai prematuri 24 ore su 24. Questo consente la massima flessibilità di orari e, soprattutto, la possibilità che le mamme (o i padri) che lo desiderano possano stare a contatto di pelle con il piccolo per molte più ore al giorno, mattino e sera, per esempio, o anche durante la notte. Oppure durante le manovre invasive e dolorose. Uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista “Pain” da De Sousa Freire e collaboratori ha dimostrato che se il prematuro sta in braccio alla mamma mentre viene effettuato un prelievo doloroso mostra segni di dolore significativamente più bassi rispetto ai piccoli cui la manovra viene praticata nella culla, anche quando al bambino viene data acqua e zucchero prima del prelievo. La presenza rassicurante della madre dovrebbe essere garantita in tutte le situazioni in cui il bambino è ospedalizzato, ancora più quando viene sottoposto a manovre dolorose. Perché il dolore è pesante in sé. E perché i bambini, anche piccolissimi, ricordano. Non ricordano forse l’evento specifico con le modalità con cui lo fa l’adulto, ma ricordano emozioni, sensazioni, atmosfere, odori. E il dolore non confortato, non consolato, non attenuato dalla presenza amorosa della mamma è l’esperienza più atroce e indimenticabile che un bambino possa fare. Ovvio, dirà qualcuno. Mica tanto: se per decenni i prematuri sono rimasti e restano ancor oggi isolati per la gran parte del tempo nelle neonatologie di tutto il mondo, significa che il loro bisogno affettivo è stato trascurato a favore di cure crescentemente tecnologiche, molto efficaci ma poco umane.Perché questo? Storicamente, il primo obiettivo della neonatologia è stato aumentare la sopravvivenza dei prematuri, attraverso l’ospedalizzazione e la crescente professionalità delle cure. Fino agli anni Ottanta, l’obiettivo dei neonatologi era individuare terapie sempre più efficaci per salvare i piccoli, nelle migliori condizioni fisiche possibili, con la massima attenzione a evitare le infezioni, garantire il raggiungimento dell’autonomia respiratoria e limitare i danni cerebrali e somatici. Questo però è avvenuto al prezzo di una prolungata separazione tra la mamma e il piccolo, per paura soprattutto delle infezioni, proprio nella fase più critica della vita. Una separazione pesantissima per entrambi, perché va a ledere il bisogno di attaccamento che è alla base di un amore materno di qualità, per creare quel calore, quella tenerezza, quella dedizione che (solo) il contatto precoce col piccolo può dare. Per il piccolo, il trauma è ancora maggiore: senza la mamma vicino, senza il contatto della sua pelle, senza il suo odore, senza la sua voce, il bambino non riceve quel nutrimento affettivo, quella rassicurazione, quella dolcezza che sono altrettanto importanti delle cure fisiche. Tanto vero che anche quando le cose vanno bene da un punto di vista strettamente biologico, quella solitudine prolungata, interrotta solo da cure invasive, può segnare per sempre il futuro del piccolo. D’altra parte, mettiamoci nei panni di un prematuro che piange, che subisce manovre dolorose più volte al giorno, che ha disperatamente bisogno di qualcuno che gli voglia bene, che lo coccoli e lo consoli, e resta solo, per la maggior parte del tempo, per mesi e mesi. Come pensare che questo non lasci cicatrici permanenti nella sua mente e nel suo cuore?E allora, che cosa possiamo fare, in concreto? Rendere sempre più umano il periodo dopo la nascita prematura, per mamma e bambino. E riflettere su quanto i piccoli abbiano bisogno del contatto di pelle con la madre, anche se nati a termine. Perché solo quel calore, quel profumo di mamma, quella voce possono consolare e dare fiducia nella vita, altrettanto (e forse più) del cibo. L’amore che cura è prezioso ad ogni età, ma soprattutto per i più piccoli. E dobbiamo ripensare anche alle separazioni precoci e prolungate, quando le mamme riprendono (troppo) presto il lavoro, e per il bambino comincia lo stress continuo di asilo-nido e baby-sitter. Almeno la sera, e la notte nel lettone, teniamo il bambino a contatto di pelle. L’amore che cura non ha bisogno solo di dolci parole, ma di un contatto reale e prolungato con la mamma, perché questo è il bisogno primario del neonato, prematuro o nato a termine che sia: un bisogno insopprimibile e ineludibile, se vogliamo che cresca felice. O almeno sicuro e sereno.  Alessandra Graziottinda ” Il Gazzettino ” di Lunedì 12/05/2008 cronaca Nazionale
             
             

 

 

 

10 Maggio 2008

Come di consueto, la seconda domenica di maggio è dedicata alla ricorrenza della Festa della Mamma.

Archiviato in: 1 — adriano49 @ 11:31

foto by Adriano 2006

 

Come di consueto, la seconda domenica di maggio è dedicata alla ricorrenza della Festa della Mamma.
La festa ha radici molto antiche, legate al culto delle divinità della fertilità, che veniva ricordata proprio nel periodo di passaggio dall’inverno alla primavera, quando il mondo contadino cominciava a raccogliere i frutti della terra risvegliatasi dal letargo.

A togliere i connotati di festa religiosa, contribuì Julia Ward Howe, attivista pacifista e abolizionista della schiavitù che nel 1870 propose di fatto l’istituzione del Mother’s Day (Giorno della madre), come momento di riflessione contro la guerra, che nel ‘14 con Wilson divenne espressione pubblica di amore e gratitudine per le madri e speranza per la pace.   ( tratto da Disabili.com)

dedicata a tutte le MAMME la poesia ” Mia Madre….Pensando ” di Elia Bacchiega

Raccoglievi fiori

come doglie di parto

preghiere senza fede,

trovavi coraggio

nei lembi consulti di povertà

scavando sangue dal granito

unghie,mani sporche

di terra antica

nel dolore

che ripetutamente trovavi.

Irriconoscente

ti ho amata a modo mio

cieco dal calore lontano

e lunga scia di perdoni

che madre e figlio comprendono.

E’ rimasto nel tavolo

solo traccie di farina e sudore

il silenzio dei tuoi pensieri

l’urlo delleragioni

i pianti che nessuno sentiva

e mio padre a guardare.

Le poesie sono queste

mai dette,mai scritte

rime imprigionate nei ricordi

senza un violino che suona.

Nei rimasti fiori da cogliere

capisco perchè

non ti ho mai sentito cantare…..

 poesia tratta da (  Elia Bacchiega - “Quando i sogni diventano parole ” Veniglia Editrice

“Angeli senza ali, e vestiti da infermiere “

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 06:35

 foto by Manuela 2006

da “Il Gazzettino ” di sabato 10/05/2008 - cronaca di Vicenza

 

10-mag
Angeli senza ali. Gli unici che in realtà
incontriamo durante questa vita. Angeli che,
pur privi di pennute propaggini, volano fino a
toccare lo stesso la nostra intimità. Come gli
alpini che fino a domani si radunano a Bassano,
capaci di riempire il mondo della loro generosità.
Come i poeti a cui lo sciopero delle Ferrovie
ieri ha impedito di donare i propri versi ai
viaggiatori della stazione di Vicenza, secondo
quanto previsto da un festival itinerante. Implumi cherubini
come Michela, Clara e Caterina, infermiere del reparto di
ginecologia all’ospedale San Bortolo.
Ha in mente soprattutto loro, assieme ai dottori Bordin e
Tomaini che l’hanno operata, la signora Antonella Paiusco, 31
anni, commessa, sposata con Federico Gazzetta, impiegato.
Allettata nella sua casa di Laghetto, così spiega il perché:
«Tutto comincia una settimana fa quando, incinta da poche