Lettere Al Futuro

14 aprile 2008

Da qualche parte ho scritto che gli uomini sono immortali fino a quando non hanno dei figli. Adesso capisco che avevo ragione

Filed under: 1,Lettere — rossaurashani @ 22:46
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Lettera al figlio
Efraim Medina ReyesDa qualche parte ho scritto che gli uomini sono immortali fino a quando non hanno dei figli. Adesso capisco che avevo ragione

Internazionale 739, 10 aprile 2008

Mentre scrivo queste righe, ho la sensazione che qualsiasi cosa io dica verrà usata un giorno contro di me. Sono passati appena quattro mesi dal tuo concepimento e non so ancora di che sesso sarai. I parenti e gli amici scommettono sull’uno o sull’altro, ma io preferisco aspettare la prossima ecografia.

Se sei una bambina e un giorno diventerai una di quelle femministe rompiscatole, voglio mettere in chiaro che anche se qui ti chiamo “figlio” lo faccio senza nessuna intenzione sessista.

Il tuo arrivo in questo mondo non è il frutto di un incontro casuale né della dinamica naturale del matrimonio. È il risultato di una decisione che tua madre e io abbiamo preso e portato avanti nonostante molte difficoltà. Lei è una bella e dolce italiana e io, nel bene e nel male, un meticcio colombiano. La cosa triste è che sarai condannato a fare il tifo per il Junior di Barranquilla o per il Vicenza, che gioca da vari secoli in serie B.

Come tante altre coppie, pensavamo che bastasse desiderare un figlio per averlo all’istante. Ma dopo aver provato per mesi con la vecchia e allegra formula del sesso programmato, la cosa non ci sembrava più così allegra. Non è servito a molto nemmeno fingere di essere amanti furtivi e ancor meno farmi crescere i baffi e mettermi una maschera da Zorro. A quel punto si è scatenata una valanga di consigli, che in pratica si riducevano a due alternative: o diventavamo trapezisti o tua madre trascorreva la notte con le gambe all’aria come un pipistrello.

Ho sempre pensato che mi sarei rotto il legamento crociato in una finale di calcetto da spiaggia e non certo a letto con mia moglie. Così, quando ho scoperto di avere una lesione alla colonna vertebrale, ho capito che era meglio ingoiare il mio ego da macho latino prima di restare invalido.

Il ginecologo ci aveva prescritto una serie di esami e i risultati indicavano che tua madre era perfettamente a posto. Io, invece, avevo una quantità normale di spermatozoi, ma per la maggior parte molto lenti. Chiaramente latinoamericani. Mi hanno ordinato di prendere alcune pasticche per aumentarne la motilità.

Sono passati altri mesi e tua madre era sempre più triste. Allora ho confessato al dottore che quegli spermatozoi provenivano da Città Immobile e che forse era meglio cercare un’altra soluzione. È stato così che l’espressione “inseminazione artificiale” è entrata nelle nostre vite.

Sulle labbra di quel medico italiano suonava piuttosto minacciosa e pensavo che ci avrebbero usati per degli strani esperimenti, così per un po’ ho rinunciato a farti venire al mondo. Poi in Colombia ho incontrato una dottoressa, seria e gentile, che m’ispirava fiducia. Due settimane dopo ero in uno stanzino di una clinica dove dovevo masturbarmi e raccogliere il seme in un contenitore di plastica.

Su un tavolo c’erano alcune riviste di gossip e un numero di Selecciones del Reader’s Digest (a chi era potuto venire in mente?). Nonostante tutto sono riuscito a fare il mio dovere. Il seme sarebbe stato sottoposto a un trattamento speciale per dargli più velocità e iniettarlo poi nella vagina di tua madre.

Da allora sono trascorsi quattro mesi. Vedere la tua prima ecografia ha confermato i miei sospetti su quanto sia irrazionale l’amore di una madre. Era incredibile vederla sorridere mentre sosteneva che quel piccolo extraterrestre in bianco e nero era il nostro prezioso figlio. Non posso negare di aver provato anch’io una strana emozione, ma ho preferito aspettare prima di dare la mia opinione sul tuo aspetto.

So che ti trovi perfettamente a tuo agio lì dentro e malgrado la tua incoscienza spero che te la stia godendo, perché questi nove mesi saranno forse le tue uniche vere vacanze: il mondo qui fuori è pericoloso, stupido e implacabile. Ma se eviterai di leggere Paulo Coelho, di ascoltare il reggaeton e di vedere i programmi del mattino alla tv, il mondo può anche essere un posto meraviglioso. Si tratta, figlio mio, di vivere. E vivere è quasi sempre un lusso.

Probabilmente nascerai nel nord Italia, in un luogo confortevole, fragrante e sicuro. Ma dall’altra parte del mare ti aspetta la Colombia. Ti diranno che è un paese orribile, dove c’è una guerra interminabile e dove vivono i politici più corrotti del pianeta. Ti parleranno di sequestri, narcotraffico e prostituzione.

Tutto quello che ti diranno, disgraziatamente, è vero. Ed è proprio lì che ti porterò appena sarai pronto ad affrontare dodici ore di aereo. Ti chiederai perché sto programmando di portarti in quella specie d’inferno, visto che ancora non mi hai fatto passare nemmeno una notte insonne. Non ho una risposta chiara.

So solo che sono tuo padre e che quel paese spaventoso è l’unico posto dove non mi sento fuori luogo e la felicità mi sfiora. Metà della tua famiglia viene da lì, la metà dei tuoi geni, la metà degli amici che avrai un giorno. La Colombia è parte del tuo sangue e del tuo nome e la amerai irrimediabilmente.

Il mio affetto per te è forte anche se ancora un po’ astratto. Ci avviciniamo in silenzio l’uno all’altro, come in un sogno. Sapere che esisti mi libera dal peso di essere me stesso e mi fa venire in mente progetti nuovi e sconosciuti. So che sono responsabile di quello che sarà di te e che questo è un mondo del cazzo per crescere, ma per quanto ne sappiamo è anche l’unico dove le api ronzano e i passeri ridono.

Sapere che sarai qui rafforzerà il mio legame con la vita, il dolore e i servizi pubblici. Fino a ieri ero preparato ad affrontare i miei timori, ora dovrò imparare tutto di nuovo e, credimi, a parte la mia squadra di calcio e il mio paese non cercherò di importi molte altre cose. Non ho mai creduto che uno debba essere amato semplicemente per il fatto di essere com’è. Credo invece nell’amore che si costruisce e si rafforza in quest’avventura unica che è la vita.

Suppongo che essere per metà italiano avrà i suoi vantaggi, però sono sicuro che ti divertirai di più con la tua metà colombiana. Non posso negare che il mio è un paese difficile e neanche che sono rabbiosamente orgoglioso di essere nato lì. La cosa sicura è che ho aspettato tutti questi anni prima di avere un figlio perché volevo garantirgli una vita migliore della mia ed evitargli pericoli e privazioni.

Non penso di essermi sbagliato: è solo che le mie garanzie non garantiscono nulla. Il mondo è un posto pericoloso e l’unica cosa che possiamo fare per quelli che amiamo è amarli. Sono cresciuto senza sicurezze e con molte privazioni, ma sono diventato forte insieme ai miei fratelli, protetto dall’indistruttibile amore di mia madre.

Tua nonna è una persona fantastica, fatta di un legno pregiato e con un’anima che conosce tutte le stagioni. Da lei imparerai che “uno non sa mai quello che possiede fino a quando non soffre a causa sua”.

Decidere di avere un figlio significa credere implicitamente che esiste ancora la possibilità di sognare. Guardo gli occhi di tua madre illuminati dalla tua presenza: giorno dopo giorno la invadi, diventi il centro della sua vita e tutto il resto passa in secondo piano. Ho sempre saputo che, se mai avessi avuto un figlio, la cosa più importante era incontrare una buona madre.

E in questo senso non potresti essere più fortunato. Lei e io sappiamo che ci unirai al di là del tempo e dell’amore. Il destino degli esseri umani è fragile e i cuori cambiano, si sa, ma in te ci ritroveremo sempre. Non so che tipo di persona sarai, mi spaventa sentir dire che molto dipenderà da me. Ma è ancora presto per spaventarmi.

Sei figlio di due culture, di due lingue, di due storie e negli aeroporti potrai fare la fila riservata agli europei, mentre a me verranno ispezionate perfino le budella. Molti sono convinti che la vita sia come un ippodromo e che ognuno debba solo fare il suo giro. Invece non tutti i cavalli ce la fanno e gli imprevisti sono inevitabili.

Per questo voglio dirti che non so se avrò sempre le risposte alle tue domande (quindi comincia ad abituarti agli esempi con gli ippodromi e i passeri che ridono). Poco tempo fa qualcuno mi ha chiesto se mi aspettavo qualcosa da te: avrei voluto dargli un pugno in faccia. Non ho mai sopportato chi si aspetta qualcosa da me, e quello che mi aspetto da te è che non sopporterai mai chi si aspetta qualcosa da te.

Guardo il giardino che circonda casa nostra. Gonzalo, il nostro labrador di due anni, corre da una parte all’altra inseguendo gli insetti. Alcuni pini in fondo chiudono lo spazio. Le voci dei vicini che parlano del tempo si perdono nella brezza del tramonto e un’intensa paura di morire mi stringe l’anima.

Da qualche parte ho scritto che gli uomini sono immortali fino a quando non hanno dei figli. Avevo ragione. Da quando ho saputo che ci sei, ogni secondo conta. Non chiedo molto, solo di essere qui quando arriverai e di non andarmene fino a che non sarai al sicuro.

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3 commenti »

  1. Questa lettera e’ un bellissimo messaggio d’amore. Difficilmente un uomo, e per di più latino americano, si spoglia della sua maschera per donarci un’immagine così dolce, sensibile e responsabile sulla futura nascita del figlio/a.
    Complimenti al nuovo padre,e a chi ci ha riportato la lettera

    Commento di annuska62 — 15 aprile 2008 @ 10:07 | Rispondi

  2. <>
    Verissimo!
    Quando ero studentessa fuori sede ho diviso la casa con un musicista colombiano per tre anni e mi ha insegnato molto, soprattutto l’allegria, l’ospitalità e la solidarietà. Grazie a lui la nostra casa era aperta a tutti, ospitavamo spesso persone che conosceva nei luoghi più disparati e che provenivano da tutto il mondo, l’ora di cena era sempre una piccola festa.
    Lui e i suoi amici latinoamericani mi insegnarono a ballare salsa e merengue, mi insegnarono lo spagnolo, mi portarono in giro per la penisola ai concerti di Joe Arroyo, Celia Cruz e Tito Puente ma mi fecero scoprire anche Youssou N’Dour (parlo del 1987) in un’esibizione memorabile…
    Quando il mio amico mi raccontava della nonna india e della sua famiglia comprendevo ancora meglio da dove nascesse il realismo magico di Marquez… e grazie a lui mi sono liberata dei tantissimi pregiudizi di noi occidentali.

    Efraim Medina Reyes è l’altra faccia della Colombia, quella giovane, spregiudicata e irriverente che vuole giustamente rompere con i vecchi schemi.

    La Colombia non è solo narcotraffico come gli italiani non sono tutti mafiosi.

    E questa lettera d’amore per il suo bambino ne è l’esempio.

    Commento di marisauno — 16 aprile 2008 @ 09:13 | Rispondi

  3. @ annuska e marisa

    La lettera mi è piaciuta molto certo per l’autoironia ma sopratutto per la riflessione relativa a quanto ci sentiamo immortali quando non abbiamo figli, e invece quanto ci sentiamo vulnerabili quando diventiamo genitori… ricordo che quando nacque mio figlio pensai di farrmi un’assicurazione a suo nome, cosa che non avrei mai pensato di fare in nessun altro momento della mia vita precedente.

    Altre sono le priorità che cambiano, alcune che diventano inutili e poco interessanti e altre che diventano primarie e insopprimibili. Comunque è il momento più fecondo della nostra vita.

    Commento di rossaura — 16 aprile 2008 @ 16:16 | Rispondi


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