Lettere Al Futuro

9 maggio 2008

Icaro e il suo primo anno alla scuola superiore. La lettera della madre

Filed under: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 11:34

La vicenda di “Icaro”, un ragazzo tredicenne con disabilità grave iscritto al primo anno del Liceo in Scienze sociali: le buone premesse e le speranze, le delusioni e la lotta con il quotidiano. Le difficoltà di comunicazione, le carenze dell’insegnamento, l’apprendimento che si limita alla pura socializzazione e la “concorrenza” con gli altri studenti della classe

Vorrei raccontare le nostre avventure di genitori di ragazzo disabile grave, iscritto al primo anno di scuola superiore… nonché le avventure dell’interessato nella scuola medesima! Dopo la “scoperta” delle capacità di nostro figlio, disabile motorio grave, che non parla, ma scrive con la tecnica della comunicazione facilitata, e data la sua passione per lo studio e il desiderio più volte espresso di fare un giorno il giornalista e lo scrittore, pensavamo di fargli un regalo bellissimo, iscrivendolo alla scuola superiore: i risultati delle scuole medie erano stati incoraggianti!

Dopo esserci guardati un po’ intorno, abbiamo seguito il consiglio della responsabile del settore H dell’Usp di Pisa, e abbiamo scelto l’istituto E. Montale di Pontedera. Prima liceo delle Scienze sociali: il percorso curricolare sembrava fatto apposta per lui! Siamo andati a parlare con la responsabile del gruppo H della scuola e con la preside, presentando con entusiasmo il nostro meraviglioso figlio, che chiamerò Icaro – lo pseudonimo che lui stesso si è scelto tempo fa. Siamo andati così sicuri di lui e di noi stessi da non fare attenzione ai segnali che da subito avrebbero dovuto metterci in allarme: le pretese difficoltà di strutturare prove adatte per lui, l’invito a “pensarci su” prima di comprare i libri di testo, l’annuncio telefonico in una domenica d’estate che drammaticamente ci avvisava che “la sua classe era stata soppressa” e bisognava spostarlo… e le infinite discussioni telefoniche e per posta elettronica al riguardo, perché ci eravamo impuntati a non volerlo spostare, era stato iscritto per tempo e aveva gli stessi diritti dei suoi compagni normodotati… Non avevamo capito, io per prima, mamma “bislacca” (era così fuori dal mio sentire…) che nostro figlio sarebbe stato gradito, certo, in quella scuola, ma solo “a patto che”.

A patto che mettesse da parte le sue potenzialità e le sue “pretese” di apprendimento, e si adattasse a quello che la scuola poteva essere per lui, un buon parcheggio ben organizzato (c’è perfino il bagno attrezzato a pianterreno!) con persone che “affettuosamente” avrebbero “dosato” la sua “socializzazione” con i compagni normodotati, che, loro, avrebbero studiato e imparato. A lui, studiare e imparare, esprimere il proprio pensiero, non doveva interessare. Con la bellezza di tre insegnanti di sostegno (per via delle tre aree didattiche) per 15 ore la settimana e un’assistente all’autonomia per 12, per un totale di 27 ore – un lusso negato a molti, è vero – apprendere e poter dimostrare quanto appreso non doveva essergli concesso: lui, come ai tempi della materna, sarebbe andato a scuola per socializzare. Il famigerato “percorso differenziato”, che consente la frequenza della scuola, sì, ma “in un altro modo”. Soprattutto, quasi esclusivamente, socializzante. Ma che spreco di risorse, quattro persone con relative specializzazioni, quasi esclusivamente per socializzare!

Sono una mamma bislacca, siamo due genitori e un figlio pieni di pretese: e così ci siamo ribellati: nostro figlio vuole studiare e imparare, e noi vogliamo che possa farlo, e che sia messo nelle condizioni di poter esprimere quello che ha ricavato dallo studio e dall’apprendimento, utilizzando le sue modalità di comunicazione. Che però le insegnanti di sostegno non desiderano, o non sono motivate, o non ritengono che sia il caso di apprendere. O non hanno tempo di apprendere.

Siamo ormai ad aprile avanzato, e quel poco che si è ottenuto è stato grazie alla caparbietà di nostro figlio, convinto dei propri diritti e appassionato dello studio; alla nostra continua, estenuante battaglia contro l’ignoranza, la discriminazione, e, ci pare, anche qualche dispetto; e alla prudente buona volontà dell’assistente all’autonomia, che avendo anche compiti di intervento nella relazione e comunicazione, cautamente, è riuscita ad avvicinarsi a nostro figlio e, in parte, al suo modo di comunicare. Ma attenzione che la scuola non sempre la utilizza per la comunicazione e la relazione, almeno con gli insegnanti; così, a volte, l’assistente si trova a dover fare da “testimone” alle verifiche a cui il giovane Icaro deve arrangiarsi a rispondere, magari senza che l’insegnante (anche di sostegno), oltre a non conoscere a tutt’oggi le sue modalità di comunicazione, abbia la più pallida idea di come si strutturi una prova equipollente diretta ad un ragazzo con la sua patologia.

In sostanza, se nostro figlio ha un modo speciale di comunicare, affar suo: pare che nessuno sia obbligato ad impararlo, tanto meno le insegnanti di sostegno. È lui che deve adattarsi alle modalità di comunicazione delle insegnanti, e non viceversa. E dargli un assistente alla comunicazione a orario pieno? Mah… I competenti (!) uffici, dalla dirigente scolastica in su, non hanno ancora deciso se gli spetta. E intanto che decidono, (non si sa per quale anno scolastico, ormai), Icaro deve fare lo slalom tra le difficoltà d’ogni genere che gli vengono messe davanti. Per il resto, noi genitori siamo stati accusati di tutto: compreso il fatto di esercitare su nostro figlio “pressioni psicologiche” tali da mandarlo a scuola stanco e provocargli (noi?) atteggiamenti di rifiuto (a qual fine non si sa). In compenso, a casa ci attiviamo a turno per aiutarlo nello studio, rispiegandogli le materie scolastiche (che per fortuna tra tutti e due riusciamo per ora ad affrontare tutte: diritto allo studio sì, ma solo con genitori istruiti…) e facendogli fare compiti ed esercitazioni… oltre ai numerosi esercizi riabilitativi per aiutarlo a migliorare ancora la qualità della vita.

C’è una circolare del lontano 1988 che dice che “l’integrazione scolastica degli alunni con handicap (….) non può (…) limitarsi alla semplice “socializzazione in presenza, ma deve garantire, di regola, apprendimenti globalmente rapportabili all’insegnamento impartito a tutti gli alunni di quel determinato indirizzo di studi”. Significativo quanto messo invece per iscritto dalla preside della scuola frequentata da Icaro, vent’anni dopo: “Accanto al diritto di ** di veder riconosciuti “quegli aspetti relativi all’accoglienza, al rispetto, all’attenzione, alla partecipazione che devono essere adeguati alle singole situazioni personali…” la scuola, quale titolare del processo insegnamento apprendimento, deve difendere anche per la salvaguardia del diritto ad apprendere degli altri 25 ragazzi della prima…. e delle rispettive loro individualità”. Insomma, gli altri 25 ragazzi hanno diritto ad apprendere, ad essere seguiti individualmente. Icaro ha diritto a tante cose, giustissime per carità, ma ad apprendere non sembra… anzi… a leggere bene, sembrerebbe che la sua presenza, certamente a causa dei suoi bislacchi e invadenti genitori e alla loro passione per le battaglie contro i mulini a vento, sia piuttosto un ostacolo al diritto allo studio degli altri… Ma allora, esiste davvero, nelle scuole superiori, la pretesa “integrazione” scolastica del “disabile”?

E mi viene da pensare che i limiti per nostro figlio non siano tanto dovuti al suo handicap, quanto alla “dura realtà” della scuola che evidentemente intende prepararlo alla “dura realtà” sociale, in cui i diritti saranno anche uguali per tutti, l’importante è che non ci si infilino dentro anche i “diversi”….. (Rossella Monaco)

Tratto da  ” SuperAbile.it   del 28/04/2008
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