Lettere Al Futuro

4 giugno 2008

Ayala: «Ecco chi erano Falcone e Borsellino» – In un libro la storia del pool antimafia: «Quando vestimmo Di Lello da sub»

Filed under: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 07:24

PESCARA. Gli amici che non ci sono più, un lungo metabolismo del dolore e della rabbia durato 16 anni prima di questo libro. Un titolo carico di suggestioni: «Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino». Giuseppe Ayala, il componente del pool antimafia di Palermo che negli anni ’80 rappresentò l’accusa nel maxiprocesso a Cosa Nostra, oggi giudice all’Aquila, ne ha di cose da raccontare. Non solo sulla mafia che ha avvelenato la sua Sicilia.
Il libro di Ayala è soprattutto un percorso nei sentimenti, un approfondimento sulle qualità umane, prima ancora che «professionali», dei due amici del pool antimafia. E non solo di loro. Antonino Caponnetto, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Piero Grasso, l’abruzzese Giuseppe Di Lello…, magistrati e colleghi del pool antimafia schierati tutti dalla stessa parte in quegli anni: la lotta all’antistato rappresentato da Cosa Nostra.
Due esplosioni, due amici carissimi che se ne vanno in quell’estate del 1992. Ora quest’omaggio di 200 pagine che fa rivivere non solo il sacrificio eroico di Falcone e Borsellino, quanto le loro passioni private, la goia di vivere, l’ironia. Forse ci volevano proprio 16 anni per affrontare l’argomento da un altro punto di vista.
«Questo libro è stato sempre dentro di me. Molte persone mi hanno spesso solleciatato a scriverlo in tutti questi anni. Dicevano: tu sei stato l’unico a conoscerli così bene, prima o poi lo devi fare. Ma mi rendevo conto che era necessario aspettare che si concludesse la mia carriera parlamentare perché qualcuno non dicesse che Ayala ha utilizzato l’amicizia con Borsellino e Falcone per farsi pubblicità. Dopo mi sono sentito libero e ho capito che era giunto il momento per farlo».
Lei descrive Falcone come un personaggio schivo, riservato. Definisce invece Borsellino più estroverso nei rapporti quotidiani con i colleghi. Ma loro di chi si fidavano veramente?
«E’ proprio così. Nell’ambito del pool antimafia tra di loro c’era un rapporto di fiducia assoluto. Caponetto ha scritto che io ero l’unico della procura di cui Falcone e Borsellino si fidavano».
Ci sono anche degli aneddoti divertenti nel suo libro, efficacissimi per orientare il lettore sulle personalità degli uomini che facevano parte del pool antimafia. L’abruzzese Giuseppe Di Lello vestito da sub all’Asinara è uno di questi. Ci racconta come andò?
«Quello fu uno dei momenti più drammatici per il pool antimafia. Era l’estate del 1985 e dopo l’uccione di Ninni Cassarà lo Stato non si sentì più in grado di proteggere Falcone e Borsellino. Li condusse al supercarcere dell’Asinara. Un giorno Paolo e Giovanni chiesero a me e Di Lello di non lasciarli soli, di andarli a trovare. Li raggiungemmo durante un week-end a bordo di un aerero messo a disposizione dai Servizi. Un viaggio segretissimo. La tensione era altissima. Con una imbacrazione della polizia penitenziaria fummo condotti in una caletta meravigliosa per fare il bagno. Ci tuffammo, poi domandammo a Di Lello: e tu non vieni? Non so nuotare fu la risposta. Fu così che decidemmo di immortalarlo in una foto vestito con l’attrezzatura da sub di Giovanni. La foto è nel mio cassetto, non uscirà mai. Ma da quel momento il clima cambiò. Riuscimmo a portare un po’ di umorismo e di spensieratezza anche il quel clima drammatico.
Gustosissime anche le prime parole del libro, quando descrive il suo rientro in magistratura dopo tanti anni di parlamento in cui gli capitò di dover redigere una sentenza di condanna per furto aggravato di nove galline ovaiole e un gallo. Racconta che scoppiò a ridere e di «avere sentito Giovanni e Paolo farlo con me». E’ successo all’Aquila, vero?
«Sì. Era un appello ad una sentenza di condanna per furto aggravato, in quanto era stata forzata la porta del pollaio. Io scoppiai in una risata incontenibile, sotto lo sguardo imbarazzato del procuratore. E lo giuro, vidi ridere con me anche Giovanni e Paolo in quel momento…».
Eravate come una famiglia in quegli anni del pool, una famiglia chiamata a difendersi non solo dalla minaccia sempre in agguato di Cosa Nostra. La politica, lo stesso Csm: o erano neutrali, «nel migliore dei casi» come scrive lei nel libro, o vi giudicavano degli utopisti. Forse degli esaltati se non dei simboli da abbattere.
«Ne abbiamo viste di tutti i colori. Gli attacchi ci venivano da settori opachi della politica, quelli più collusi con la mafia, e anche da quella parte della magistratura che magari ci stimava ma non ci amava. Eravamo portatori di un metodo nuovo. A dare fastidio era soprattutto il nostro modello di efficienza organizzativo basato sul merito».
Restando al libro: la borsa che Aldo Moro aveva con sé al momento del sequestro? Mai trovata. Il computer di Giovanni Falcone? Ripulito. L’agenda rossa di Paolo Borsellino? Scomparsa. Sono parole sue. Stato e antistato, qualche volta la linea di confine si mescola, o sparisce.
«Evito sempre di aprire quella porta dove si nasconde una certa dietrologia. Però i fatti sono fatti, e io ho smesso di credere alle coincidenze dalla quinta elementare».
Lei fu il primo ad interrogare Tommaso Buscetta. Anche lui, a suo modo, un personaggio unico. Che ricordo ha?
«Buscetta è la dimostrazione che la classe dirigente di Cosa Nostra era selezionata sul serio. Non a caso, pur essendo il criminale che era, e questo non bisogna mai dimenticarlo, aveva quel carisma. Buscetta era un uomo di una intelligenza raffinata. Si fidò ciecamente di Falcone».
«La voglia di schierasi». E’ uno dei capitoli del suo libro. Esiste ancora secondo lei questa voglia nella sua Sicilia e, più in generale, in un Paese che sembra avere smarrito la strada delle grandi battaglie ideali?
«Non si può nascondere che oggi ci sono dei segnali nuovi molto significativi. Alcuni imprenditori che si ribellano con coraggio al racket; la Confindustria, le associazioni di volontariato. Sarebbe da ciechi non vedere questi segnali. Ma che tutto questo possa segnare la voglia di ribellarsi non lo so. Stanno cercando di scrivere una pagina nuova, io spero sempre di leggerla».
Falcone diceva che tutto ha un inizio e una fine, anche la mafia. Lei però sembra pensarla come Leonardo Sciascia che definiva Palermo «irredemibile».
«Temo che avesse ragione lui. Ma anche Falcone aveva ragione. La mafia non è un fenomeno metafisico, il problema è capire quado arriverà la fine».
Falcone aveva anche una visione tutta personale sul ruolo della magistratura, aveva le sue idee riformiste.
«C’è una parte del libro in cui vengono riportate una serie di riflessioni sulla magistratura, sulla giustizia, sul ruolo del pubblico ministero. Ho riportato il pensiero di Giovanni Falcone su questi argomenti, e la cosa più incredibile è la straordinaria attualità dei concetti che lui esprimeva in quegli anni».

Saverio Occhiuto ( da L’Espresso – il Centro ” del 03/06/2008 )

 

 

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4 commenti »

  1. Una bella testimonianza. Un inchino a questi due grandi italiani.

    .-(

    Commento di Comicomix — 4 giugno 2008 @ 09:12 | Rispondi

  2. La mafia non è un fenomeno metafisico: va inquisita, va isolata, va combattura, va estirpata. Eppure non è solo una piovra con molti tentacoli e piuttosto una bestia dalle mille teste e con ogni testa munita di mille tentacoli annodati fra di loro. Mafia non è solo Sicilia, mafia sono tutte le collusione politiche, economiche e criminali atte a delinquere per scopi personali di arricchimento e aumento del potere.

    Purtroppo parlare dell’Italia come un paese mafioso è parlare di un luogo comune che non possiamo in alcun modo rigettare.

    Da nord a sud la mafia è il potere che fa girare gli affari e la politica e tutti quelli che sanno e tacciono sono dei collusi.

    Commento di rossaura — 4 giugno 2008 @ 12:45 | Rispondi

    • Sono d’accordo. Ma quanto detto soprattutto nel primo punto: “La mafia non è un fenomeno metafisico: va inquisita, va isolata, va combattura, va estirpata”, è quanto meno utopico, purtroppo.

      Utopico perchè è il sistema intero ad essere “marcio” e corrotto, utopico perchè anche se si rinnovasse la classe politica prima o poi la mafia ci entrerebbe comunque.

      Commento di asadwhisperinthewind — 30 ottobre 2009 @ 23:22 | Rispondi

  3. Mi ricordo i giorni della loro morte, la sensazione di un dolore profondo che toccava
    la mia coscienza, mi ricordo la sensazione di sconfitta che mi afflisse e che mi affligge ancora.Spero che il libro di Ayala ci restituisca un’immagine più umana della loro figura, che purtroppo è diventata un mito per molti di noi.

    Commento di annuska62 — 5 giugno 2008 @ 19:16 | Rispondi


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