Lettere Al Futuro

14 giugno 2008

Di cosa parliamo quando diciamo buono o cattivo, giusto o sbagliato?Alcuni valori sono universali, altri dipendono dalla latitudine

Filed under: DemocraziaAlFuturo — adriano49 @ 11:04

   Oltre i confini  di Kwame Anthony Appiah.

Ci sono molto tipi di conflitti sui valori, perché il nostro vocabolario morale è estremamente vario. Alcuni termini – per esempio “buono” e “cattivo” – esprimono approvazione o disapprovazione, ma niente di veramente specifico: una buona cena, un buon argomento, una donna buona. I filosofi li definiscono “concetti sottili”.
Gran parte del nostro vocabolario morale, invece, è molto più “spesso”. Quando usiamo il concetto di maleducazione, per esempio, presupponiamo che la persona che stiamo criticando non tenga nella giusta considerazione i sentimenti degli altri.

I concetti sottili sembrano essere universali. Ogni società ha delle parole che corrispondono a concetti sottili come giusto e sbagliato. Ma anche concetti spessi come quello di maleducazione si trovano più o meno ovunque.

Ci sono invece concetti che sono specifici di determinate società. Per esempio: in tutto il mondo le persone hanno le loro idee su quali responsabilità bisogna assumere nei confronti dei figli. Ma chi sono i figli?

Io sono cresciuto in due società, che avevano idee molto diverse sulla famiglia: in Ghana, il paese d’origine di mio padre, tra gli ashanti, e in Gran Bretagna, il paese di mia madre. Per il popolo ashanti la concezione della famiglia corrisponde a quella che gli antropologi chiamano famiglia matrilineare.

Tradizionalmente il fratello della madre, cioè lo zio materno, assume un ruolo che in una famiglia inglese sarebbe quello del padre. È responsabile del bambino insieme alla madre, deve assicurarsi che sia nutrito, vestito ed educato. Ovviamente anche i padri si occupano dei figli, ma i loro compiti sono molto meno impegnativi, e somigliano piuttosto a quelli di uno zio inglese.

Si tratta di modi diversi di organizzare la vita familiare. E se un modo sembra più adatto dell’altro dipende in gran parte da come si è stati abituati. La cosa importante è che una società stabilisca delle responsabilità nei confronti dei bambini in un modo che funziona: sarebbe assurdo sostenere che esiste un solo modo giusto di farlo e che gli altri sono sbagliati.

Una volta capito il sistema, è facile essere d’accordo senza dover rinunciare ai propri valori fondamentali. In questo caso ci troviamo di fronte a un valore sottile (crescere bene i propri figli), ma il modo in cui questo valore si esprime e si traduce in pratica è profondamente legato alle abitudini locali.

Ci sono poi alcuni valori locali che non sempre hanno un equivalente in altre società. Mio padre, per esempio, non mangerebbe mai animali uccisi nella foresta. Una volta in Gran Bretagna ha mangiato per sbaglio della carne di cervo e gli è venuto uno sfogo sulla pelle. Ma se qualcuno gli avesse chiesto perché non mangiava carne di animali selvatici, non avrebbe mai detto di essere allergico.

Avrebbe detto – se avesse pensato di dovere delle spiegazioni – che per lui era akyiwadee. Etimologicamente akyiwadee significa “una cosa a cui volti le spalle”. Lo tradurremmo probabilmente con tabù, una parola che viene dall’isola di Tonga, in Polinesia, dove si riferiva alle cose che persone di determinati gruppi evitavano rigorosamente.

C’è un altro modo ancora di non essere d’accordo sui valori. Anche se condividiamo un linguaggio di valori, e anche se concordiamo su come applicarlo a casi particolari, possiamo non essere d’accordo sul peso da dare ai singoli valori. L’onore era molto importante per i gentiluomini europei di fine ottocento; ma erano importanti anche gli insegnamenti della chiesa, che condannava il duello.

Così, mentre in Francia la maggior parte delle persone teneva particolarmente all’onore, in Gran Bretagna ascoltavano di più la chiesa. In entrambi i paesi, però, si pensava che l’onore e la religione fossero importanti.

Riassumendo, ci sono almeno tre fonti di disaccordo sui valori. Possiamo non condividere un vocabolario valutativo, possiamo dare a uno stesso vocabolario interpretazioni diverse, oppure possiamo dare un peso diverso agli stessi valori. Questi problemi sembrano emergere soprattutto quando la discussione coinvolge persone provenienti da società diverse.

Si potrebbe quindi pensare che le conversazioni interculturali sui valori siano destinate a concludersi nel disaccordo, o addirittura che possano infiammare il conflitto invece di favorire la comprensione reciproca.

Ma è un’idea sbagliata, per almeno tre motivi. Primo, in molti casi possiamo essere d’accordo su cosa fare, anche se non concordiamo sul perché. Le vittime delle alluvioni in Birmania hanno bisogno di aiuto, siamo tutti d’accordo. Ma possiamo trovare decine di ragioni diverse sul perché.

Secondo, nelle discussioni sui valori esageriamo il ruolo della ragione. Noi non decidiamo di aiutare le vittime dell’alluvione per ragioni teoretiche: semplicemente le vediamo, proviamo empatia e agiamo di conseguenza. E terzo e ultimo punto, la maggior parte dei conflitti non nasce da una contrapposizione di valori. Quando le persone non sono d’accordo sul matrimonio omosessuale, non è tanto perché hanno differenze morali, ma perché non concordano sulla volontà divina.

Capire questi meccanismi è importante se vogliamo affrontare le tante questioni che oggi attraversano le società e minacciano la pace. Provare a fare chiarezza in questo ambito è il compito del filosofo.

 da Internazionale, 13 giugno 2008 – Kwame Anthony Appiah

 

 

 

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