Lettere Al Futuro

16 giugno 2008

Quando la mamma è malata anche il figlio diventa fragile

Filed under: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 15:47

Il sole sta perdendo tutti i raggi”. Da mesi i disegni di Cristina, 6 anni, hanno un tema dominante: il sole malato. In parallelo al peggioramento della mamma, di 36 anni, anche i soli disegnati dalla bambina perdono colore . Ma soprattutto perdono raggi. Perché il “suo” sole, la mamma, è malata. La signora ha un tumore molto aggressivo del collo dell’utero causato da un Papillomavirus oncogeno. Una conizzazione sei mesi prima aveva fatto sperare che un trattamento conservativo potesse essere sufficiente di sradicare il male. Invece il tumore ha galoppato. Non ha nemmeno potuto essere operata.

È stata scelta la radioterapia, pesantissima per lei. Nonostante sia una donna coraggiosa, la debolezza estrema l’ha tenuta a letto per due mesi. Ora si sta riprendendo lentamente, ma gli esami dicono che il tumore non è stato eradicato completamente.

Come vive una bambina il tumore della mamma? Come lo può vivere un bambino? Si parla ancora poco dell’impatto del tumore sulla psiche dei pazienti, e pochissimo dell’effetto che una malattia aggressiva dei genitori ha sui figli, specie se piccoli, soprattutto se colpisce la madre. I bambini sentono le atmosfere di casa, con le loro sensibilissime antenne. Sentono l’ansia, la tristezza, la preoccupazione, la disperazione. Scrutano i visi preoccupati, le voci che diventano sommesse quando parlano di quella cosa. Poi la mamma sparisce, per giorni, a volte per settimane. Non sempre viene detto che la mamma è in ospedale. Molti scelgono la bugia del viaggio. Soprattutto se è necessario un ricovero in un ospedale lontano, non sempre il bambino può vederla. Oppure sono i parenti a ritenere che sia meglio non farlo. Lo pensano in buona fede, soprattutto se le cure sono pesanti, se deve fare la chemioterapia, o se un trapianto di midollo suggerisce di tenere il bambino lontano da lei dopo l’irradiazione completa. Il bambino allora si scontra con l’assenza. Forse mitigata dalla sua voce al telefono. Ma è un’assenza pesante. “Perché mi ha abbandonato?” pensa il bambino. Per lui, o per lei, l’assenza della mamma coincide con la sensazione più atroce per un piccolo: l’esser stato, appunto, abbandonato. A questa sensazione il bambino può rispondere in molti modi: deprimendosi a sua volta. Può allora esprimere il suo dolore con sintomi gastrointestinali (coliche e “mal di pancia”). Rifiutando il cibo. Oppure con insonnia e incubi. Con un aumento dell’ansia e dell’irritabilità. O dell’aggressività, per attrarre l’attenzione. Per sentire di essere ancora importante per qualcuno. Per protestare contro quest’abbandono inspiegabile. E se la mamma torna, può accoglierla sottraendosi al suo abbraccio. Voltando il visetto corrucciato. Oppure, soprattutto se bimba, può diventare buonissima. “Forse la mamma è andata via perché sono stata cattiva. Ma se sto buonissima forse la mamma torna”. La bambina diventa giudiziosa, “si comporta come una grande”. E se la mamma torna, tra un ciclo di cure e l’altro, la bambina diventa simbolicamente la mamma. Le sue antenne diventano ancora più sottili. Cerca di non disturbare in alcun modo, di essere brava brava, ma spia con spasmodica attenzione ogni segno di malessere. “Mamma perché sei così pallida? Mamma perché sei sempre stanca?”. “Sei triste? Se ti racconto una storia sei meno triste?”. Se la mamma guarisce, la ferita dell’abbandono può essere gradualmente lenita dalla ritrovata presenza. Ma se sono necessari ricoveri ripetuti, come succede se la malattia è aggressiva o recidivante, il dolore resta incistato. La paura di perderla cresce in modo esponenziale. Pervade ogni pensiero, in modo tanto più disturbante quanto più il bambino le è legato. E quanto meno la famiglia (il padre, i nonni) riescono ad essere adeguati sostituti affettivi. “Se vado all’asilo, pensa il bambino, e spesso non lo dice, e poi quando torno la mamma è andata di nuovo via?”. Oppure: “Chissà se la trovo quando torno da scuola”. Il terrore di non trovarla più può allora scatenare ansie tremende, e veri e propri attacchi di panico. La possibilità di perderla per sempre può paralizzare la capacità di apprendere del bambino, divorando la sua serenità.

Che cosa si può fare per ridurre il dolore dell’assenza? Per far sì che la malattia grave della mamma non segni per sempre anche il piccolo? Innanzitutto è essenziale dire al bambino che la mamma è un po’ malata, per esempio che ha male alla pancia, che si deve curare, e che guarirà. Anche un bambino di tre anni può capire questo. Questa sincerità sul problema di fondo dà per lo meno una risposta onesta ai molti dubbi del piccolo, alle sue preoccupazioni, al suo timore di essere lui, o lei, la causa dell’assenza della mamma. Poi è essenziale che il bambino possa contare su un adulto che si prenda cura di lui in modo stabile. Il padre è importante, ma di necessità sta fuori casa molte ore per il lavoro, oltre ad andare a trovare la moglie o la compagna in ospedale. L’ideale è poter contare su una nonna che possa letteralmente trasferirsi a casa loro per tutto il tempo necessario (la casa è una tana protettiva, oggi ancora più di ieri). Così da garantire al bambino una presenza affettuosa e costante, il mantenimento delle piccole e grandi liturgie della colazione, del pranzo, della correzione dei compiti, se va a scuola, dell’addormentamento. Che spesso è un momento di grande ansia per i bambini, soprattutto se la loro angoscia comincia ad attivare incubi notturni sinistri e pesanti. Stare con il bambino nella cameretta, una mezz’ora prima del sonno, per raccontargli una fiaba, fargli una carezza sui capelli, o ascoltare le sue confidenze nella penombra, è essenziale per non farlo sentire solo. Per fargli sentire un conforto dolce che parla al suo cuore, e lo calma.E’ importante incoraggiare il bambino a disegnare, perché questo gli/le dà modo di esprimere le sue paure, in parte liberandosene, soprattutto se può raccontare ad un adulto sensibile che cosa rappresentano i suoi disegni. Può essere prezioso regalargli un piccolo animale (un gattino, un cagnolino) che diventi il suo compagno di giochi, soprattutto se il bambino è figlio unico. Un animale che sarà il confidente, l’oggetto d’amore “transizionale”, l’antistress e l’antipanico nei momenti di tristezza più segreta. Un animale da coccolare e rispettare in famiglia, e certamente da non abbandonare d’estate. Un secondo abbandono, da parte degli adulti, anche dell’animale preferito può essere devastante per una psiche già ferita. Di certo è essenziale intuire con sensibilità che cosa sta vivendo il bambino. E cercare di essere presenti – il padre, i nonni, una zia – perché ci possa essere ancora una certezza affettiva che gli faccia sentire di essere prezioso per qualcuno. E sono i nonni, con il loro aiuto, a poter minimizzare anche l’impatto che la malattia della donna ha sulla coppia, specie se giovane. Molti studi rivelano che la coppia può attraversare una crisi irreparabile, quando un marito giovane, oltre al lavoro, deve affrontare tutto il carico della famiglia con figli piccoli, mentre la moglie è in ospedale per cure lunghe. E quando lei torna a casa, e magari sta meglio, lui non regge più. E se ne va, o scarica l’aggressività sul bambino. Alcuni restano, e sono mariti e padri stupendi. Ma sono una minoranza.Ecco perché è essenziale che la famiglia d’origine faccia quadrato, non solo per aiutare la donna malata, ma anche per alleviare il peso di questo dramma sui bambini, anche aiutando il marito nella cura dei piccoli. Possibilità concreta nelle famiglie tradizionali, in cui i figli abitano vicini ai genitori dell’uno o dell’altro, più difficile se si sono spostati per lavoro e vivono lontani. Dietro una mamma malata, c’è una famiglia in grave difficoltà. Non dimentichiamolo. E cerchiamo di essere presenti, con gesti concreti e con il cuore

 

di Alessandra Graziottin – ” Il Gazzettino ” di lunedì 16/06/2008- cronaca nazionale

 

 

 

 

 

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15 giugno 2008

” Genitori ko agli scrutini ” con la reintroduzione dei debiti da “recuperare” entro l’estate, pena la bocciatura

Filed under: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 10:27

 

15giugno

Tanti over 40 vicentini che all’epoca

credevano di avere dato un taglio secco non solo

ai brufoli e alle insonnie d’amore, ma anche ai

patemi derivati da scrutini ed esami a settembre,

si sono dovuti ricredere. La reintroduzione

dei debiti da “recuperare” entro l’estate, pena

la bocciatura, ha provocato un coinvolgimento

più diretto e brutale dei genitori nei casi dei loro figli.

Fino all’anno scorso una procedura speciale riguardava

solo i bocciati, che in teoria andavano informati via

lettera prima dell’esposizione dei quadri (encomiabile quella

di cui si dà notizia in questa stessa pagina, scritta dal preside

dell’istituto Rossi). Adesso, visto che ai respinti si aggiungono

i neo-rimandati, la comunicazione dovuta per legge implica

nuovi problemi di comunicazione, che ogni scuola affronta a

suo modo. Questo spiega ad esempio le migliaia di padri e

madri convocati ieri mattina all’istituto Boscardin, dove, dopo

code angoscianti, ognuno apprendeva della sorte riservata

al proprio erede. Ma dà ragione anche delle lettere inviate

casa per casa ai genitori di un altro istituto, e del “rinvio in

segreteria” escogitato per quanti, al posto dei voti, vedevano

una lunga striscia bianca con accanto la dicitura

“sospeso”. L’aggiornato ritorno all’antico voluto

dal ministro Fioroni prevede infatti che sia

l’intero consiglio di classe a rimandare il giudizio

globale sull’alunno, anche se deve recuperare

una sola materia con il 5.

Per molti ex scolari è stato uno choc. Non si

trattava solo di percorrere trent’anni dopo il

tragitto casa-scuola con l’identica bocca impastata

di allora ma, una volta giunti davanti ai

quadri, anche di preparare con orrore il proprio

dito a scorrere in verticale e orizzontale le righe del quadro di

classe, fino a trovare la temuta “sentenza”. Alla fine per qualcuno

il coinvolgimento è stato così traumatico che non sapeva

se chiamare al telefono il proprio figlio, oppure la propria

mamma, con cui giustificarsi del 4 rimediato in latino.

Voto altissimo rimedia invece il Cabernet Sauvignon di Fuedo

Principi di Butera. Il rosso prodotto nella tenuta siciliana

della famiglia Zonin vince il Premio Internazionale del Vino

2008 assegnato dall’Associazione Italiana Sommelier per il

miglior rapporto qualità-prezzi

da ” Il Gazzettino ” cronaca di Vicenza di dom. 15/06/2008

 

 

 

 

14 giugno 2008

Di cosa parliamo quando diciamo buono o cattivo, giusto o sbagliato?Alcuni valori sono universali, altri dipendono dalla latitudine

Filed under: DemocraziaAlFuturo — adriano49 @ 11:04

   Oltre i confini  di Kwame Anthony Appiah.

Ci sono molto tipi di conflitti sui valori, perché il nostro vocabolario morale è estremamente vario. Alcuni termini – per esempio “buono” e “cattivo” – esprimono approvazione o disapprovazione, ma niente di veramente specifico: una buona cena, un buon argomento, una donna buona. I filosofi li definiscono “concetti sottili”.
Gran parte del nostro vocabolario morale, invece, è molto più “spesso”. Quando usiamo il concetto di maleducazione, per esempio, presupponiamo che la persona che stiamo criticando non tenga nella giusta considerazione i sentimenti degli altri.

I concetti sottili sembrano essere universali. Ogni società ha delle parole che corrispondono a concetti sottili come giusto e sbagliato. Ma anche concetti spessi come quello di maleducazione si trovano più o meno ovunque.

Ci sono invece concetti che sono specifici di determinate società. Per esempio: in tutto il mondo le persone hanno le loro idee su quali responsabilità bisogna assumere nei confronti dei figli. Ma chi sono i figli?

Io sono cresciuto in due società, che avevano idee molto diverse sulla famiglia: in Ghana, il paese d’origine di mio padre, tra gli ashanti, e in Gran Bretagna, il paese di mia madre. Per il popolo ashanti la concezione della famiglia corrisponde a quella che gli antropologi chiamano famiglia matrilineare.

Tradizionalmente il fratello della madre, cioè lo zio materno, assume un ruolo che in una famiglia inglese sarebbe quello del padre. È responsabile del bambino insieme alla madre, deve assicurarsi che sia nutrito, vestito ed educato. Ovviamente anche i padri si occupano dei figli, ma i loro compiti sono molto meno impegnativi, e somigliano piuttosto a quelli di uno zio inglese.

Si tratta di modi diversi di organizzare la vita familiare. E se un modo sembra più adatto dell’altro dipende in gran parte da come si è stati abituati. La cosa importante è che una società stabilisca delle responsabilità nei confronti dei bambini in un modo che funziona: sarebbe assurdo sostenere che esiste un solo modo giusto di farlo e che gli altri sono sbagliati.

Una volta capito il sistema, è facile essere d’accordo senza dover rinunciare ai propri valori fondamentali. In questo caso ci troviamo di fronte a un valore sottile (crescere bene i propri figli), ma il modo in cui questo valore si esprime e si traduce in pratica è profondamente legato alle abitudini locali.

Ci sono poi alcuni valori locali che non sempre hanno un equivalente in altre società. Mio padre, per esempio, non mangerebbe mai animali uccisi nella foresta. Una volta in Gran Bretagna ha mangiato per sbaglio della carne di cervo e gli è venuto uno sfogo sulla pelle. Ma se qualcuno gli avesse chiesto perché non mangiava carne di animali selvatici, non avrebbe mai detto di essere allergico.

Avrebbe detto – se avesse pensato di dovere delle spiegazioni – che per lui era akyiwadee. Etimologicamente akyiwadee significa “una cosa a cui volti le spalle”. Lo tradurremmo probabilmente con tabù, una parola che viene dall’isola di Tonga, in Polinesia, dove si riferiva alle cose che persone di determinati gruppi evitavano rigorosamente.

C’è un altro modo ancora di non essere d’accordo sui valori. Anche se condividiamo un linguaggio di valori, e anche se concordiamo su come applicarlo a casi particolari, possiamo non essere d’accordo sul peso da dare ai singoli valori. L’onore era molto importante per i gentiluomini europei di fine ottocento; ma erano importanti anche gli insegnamenti della chiesa, che condannava il duello.

Così, mentre in Francia la maggior parte delle persone teneva particolarmente all’onore, in Gran Bretagna ascoltavano di più la chiesa. In entrambi i paesi, però, si pensava che l’onore e la religione fossero importanti.

Riassumendo, ci sono almeno tre fonti di disaccordo sui valori. Possiamo non condividere un vocabolario valutativo, possiamo dare a uno stesso vocabolario interpretazioni diverse, oppure possiamo dare un peso diverso agli stessi valori. Questi problemi sembrano emergere soprattutto quando la discussione coinvolge persone provenienti da società diverse.

Si potrebbe quindi pensare che le conversazioni interculturali sui valori siano destinate a concludersi nel disaccordo, o addirittura che possano infiammare il conflitto invece di favorire la comprensione reciproca.

Ma è un’idea sbagliata, per almeno tre motivi. Primo, in molti casi possiamo essere d’accordo su cosa fare, anche se non concordiamo sul perché. Le vittime delle alluvioni in Birmania hanno bisogno di aiuto, siamo tutti d’accordo. Ma possiamo trovare decine di ragioni diverse sul perché.

Secondo, nelle discussioni sui valori esageriamo il ruolo della ragione. Noi non decidiamo di aiutare le vittime dell’alluvione per ragioni teoretiche: semplicemente le vediamo, proviamo empatia e agiamo di conseguenza. E terzo e ultimo punto, la maggior parte dei conflitti non nasce da una contrapposizione di valori. Quando le persone non sono d’accordo sul matrimonio omosessuale, non è tanto perché hanno differenze morali, ma perché non concordano sulla volontà divina.

Capire questi meccanismi è importante se vogliamo affrontare le tante questioni che oggi attraversano le società e minacciano la pace. Provare a fare chiarezza in questo ambito è il compito del filosofo.

 da Internazionale, 13 giugno 2008 – Kwame Anthony Appiah

 

 

 

13 giugno 2008

“Salute donna”: «Oltre a sconfiggere la malattia è anche possibile uscirne più forti»

Filed under: 1 — adriano49 @ 07:07

Il tumore al seno colpisce tra 500 e 600 donne trevigiane ogni anno: tanti sono i nuovi casi registrati nella nostra provincia. Uno dei dati più alti del Veneto dove si calcola che la patologia coinvolga almeno 40 mila persone con un’incidenza tra le più elevate del mondo. Secondo gli esperti ciò è dovuto allo stile di vita, ai fattori di inquinamento ambientale ma anche alle massicce campagne di screening che portano alla luce un fenomeno sommerso non più ignorabile, dal momento che una donna su 9 deve farne i conti, nel corso della sua esistenza. La malattia, però, per quanto terribile, può rivelarsi un motore rivoluzionario senza pari, in grado di travolgere e stravolgere la vita. Non sempre lasciando strascichi negativi.

Il tumore si può combattere e vincere ritrovandosi alla fine rafforzati. Lo dimostrano persone come Annamaria Mancuso, presidente dell’associazione “Salute Donna” che ieri mattina ha presentato in una conferenza a Palazzo Rinaldi il manifesto “Breast friends for life”: amiche di seno per la vita; una campagna internazionale attuata in 19 paesi del mondo, con il sostegno di Roche, per ribadire che “il tumore al seno può essere sconfitto attraverso informazione, diagnosi precoce, adesione alla terapia, supporto pratico e psicologico.

“Il nostro obiettivo – spiega Mancuso – è quello di raccogliere ento l’anno almeno 10 mila firme in tutta Italia”. Parlamentari, attrici, scienziate, imprenditrici hanno già aderito al manifesto che sta girando l’Italia insieme ad una intensa mostra fotografica: nel capolugoo della Marca si può ammirare fino a domenica 15 giugno in piazza Indipendenza. Ritratte dal fotografo Rankin oltre 50 donne famose tra cui Deborah Compagnoni, Marina Salamon, Margherita Buy posano insieme ad amiche, sorelle o madri operate al seno. Anche la stilista Laura Biagiotti ha aderito donando una maglietta con il logo della campagna che a Treviso ha trovato sostegno, tra gli altri, nell’Associazione donne medico, Lega contro i tumori, Advar, Movimento casalinghe, Usl 9.

La provincia di Treviso risulta all’avanguardia sia sul fronte sanitario sia nel volontariato e l’adesione agli screening mammografici è tra i più alti d’Italia, mentre il Centro senologico diretto da Laura Dapporto funge da riferimento importante per centinaia di donne. Ora l’obiettivo consiste nel fare un passo in più nella tutela della donna rivoluzionando l’organizzazione e istituendo la “Breast unity”: un centro di riferimento a 360 gradi che eviti i disagi di spostamento per la donna colpita da tumore al seno facendo al contrario ruotare tutto intorno a lei. Un progetto di cui discuteranno a breve i dirigenti dell’Usl 9. L’assistenza del resto non può esulare da più ambiti compreso quello psicologico. Lo ha sottolineato il nuovo primario di Oncologia dell’Ospedale Ca’ Foncello, precisando che l’obiettivo consiste nell’accogliere il malato “in quanto persona”, con i suoi dubbi, le sue speranze, le paure.

Laura  Simeoni  ( Il Gazzettino – cronaca di Treviso del 12/06/2008 )

Linfomi al seno, esperimento Sant’Anna – Torino

 

 Sono 3800 ogni anno le donne piemontesi che si ammalano di tumore al seno: circa 800 non sopravvivono, e fra le altre c’è un rischio del 20% che il male possa ripresentarsi nei cinque anni dopo l’intervento chirurgico. Ridurre la probabilità di recidiva agendo con un farmaco, la metformina, sulle alterazioni del metabolismo, che raddoppiano le probabilità che il tumore si ripresenti, è lo scopo del nuovo studio del dipartimento di Ginecologia endocrinologica del Sant’Anna: le donne operate di tumore al seno possono scoprire con un semplice esame del sangue quanto sono esposte al ripresentarsi del male, e decidere di seguire gratuitamente la terapia. La metformina agisce sulle alterazioni del metabolismo – dovute, fra l’altro, a uno stile di vita sedentario e ad un’alimentazione troppo ricca di zuccheri e grassi – che sono segnalate da un livello alto di testosterone nel sangue, e quindi rilevabili con un semplice prelievo.
Alla terapia hanno già preso parte 40 donne; i ricercatori del Sant’Anna ne cercano altre 210, residenti nel Torinese, ad almeno 6 mesi dall’intervento. Alla Ginecologia endocrinologica del Sant’Anna (011/3131650) si può prenotare un esame del testosterone nel sangue, e capire quanto si è a rischio.

 

di Irene Soave – ( Leggo ondine – cronaca di Torino )

 

 

 

 

12 giugno 2008

IN RICORDO DEGLI OPERARI MORTI SUL LAVORO

Filed under: 1 — annuska62 @ 23:47

OGGI HO VOLUTO PARTECIPARE ALL’OSCURAMENTO PROPOSTO DAL BLOG DI GUERRILLARADIO IN MEMORIA DEI MORTI SUL LAVORO, VISTO CHE IN QUESTO BLOG SIAMO IN MOLTI HO DECISO DI OSCURARE IL MIO POST E DI VIVERE QUESTO MOMENTO NEL SILENZIO PIU’ PROFONDO.

POST OSCURATO- POSTO OSCURATO-POST OSCURATO- POST OSCURATO -POST OSCURATO-

11 giugno 2008

E LA LINGUA PUO’ ESSERE UN MEMBRO SENZA DISCIPLINA….

Filed under: Poesie — annuska62 @ 23:32

 BASTA CON GLI OMICIDI BIANCHI . Anche oggi in Sicilia 6 operai hanno perso la vita.

 Chi mai potra’ risarcire le nostre vite?  ALLORA AMMAZZATECI TUTTI!

 

 

Durkas Giustine

Non ero amata dagli abitanti del villaggio,

e tutto perchè parlavo chiaro,

e affrontavo quelli che mi offendevano

con palese rimostranza , non nascondendo nè nutrendo

segreti dolori e risentimenti.

Quell’atto del ragazzo spartano è molto elogiato,

che nascose il lupo sotto il suo mantello,

lasciandosi divorare, senza una protesta.

Più coraggioso, io credo, è strapparsi il lupo di dosso

e combatterlo apertamente, anche per la strada,

tra polvere e urla di dolore.

E la lingua può essere un membro senza disciplina –

ma il silenzio avvelena l’anima.

Condannatemi se volete – io sono soddisfatta

 

E.L.MASTER ANTOLOGIA DI SPOON RIVER

In che mondo viviamo? “Ho una brutta sensazione… Vi prego, smentitemi”

Filed under: DemocraziaAlFuturo — adriano49 @ 09:33

Ho la sensazione di vivere in un brutto mondo. Da dieci anni conduco una trasmissione radiofonica che si chiama ‘Indignato speciale’. Da quasi un anno curo in tv una rubrica con lo stesso titolo. In esse, di volta in volta, si dà voce a un cittadino o una cittadina che propongono la loro indignazione su un tema, una esperienza vissuta, un rapporto difficile con le istituzioni, fatti di cronaca di cui sono stati protagonisti. E si cerca anche di sollecitare risposte da parte delle stesse istituzioni: il ministro della Salute, della Giustizia, un sindacato, un’associazione di consumatori, un ente locale… Posso dire, senza il timore di apparire presuntuoso, che ormai ho nel mio computer uno spaccato realistico della società italiana. E devo ammettere che più che indignato mi ritrovo a essere pessimista. Perché? Faccio qualche esempio. Tempo fa abbiamo dato voce ad una signora siciliana, madre di una ragazza di 28 anni. La donna, con molta dignità, raccontava che sua figlia, un metro e settanta per sessanta chili, un casco salvavita in testa per evitare traumi a seguito di crisi epilettiche, era in realtà una neonata di pochi mesi.
All’età di circa 4 mesi, aveva sottoposto la figlia al vaccino antipolio. Purtroppo qualcosa andò male e lo sviluppo mentale rimase completamente bloccato. «È bello accudire una neonata, ma quando questa creatura cresce e diventa adulta nel fisico ma resta tale nello sviluppo mentale, avete idea di che vita d’inferno io conduca?».
Il problema riguarda circa 300 famiglie in Italia e da alcuni anni una legge prevede una forma di risarcimento economico per aiutare questi genitori.
La signora vorrebbe utilizzare il denaro che le spetta per migliorare la casa in cui vive con la figlia e renderla più adatta alle esigenze di un handicap davvero insostenibile. Dove sta l’indignazione? Nel fatto che quei soldi la signora li aspetta ancora oggi, le sono arrivati solo pochi euro di acconto, inutili al momento. La legge c’è, mancano, come spesso accade, i fondi.
E sappiamo bene che per finanziare altre cose peraltro importanti, tipo abbassare le tasse o togliere l’Ici sulla prima casa, i governi pescano un po’ ovunque per far quadrare i conti.
Ebbene, ho ricevuto un gran numero di mail di persone indignate non per il dramma che vive questa donna, ma perché essendo siciliana, come tutti al Sud ‘pretende’ l’aiuto dello Stato.
Insomma è accusata – e io, che le ho dato voce, con lei – di privilegiare ancora una volta l’assistenzialismo passivo del nostro Meridione. Altro esempio: un uomo di Torino, ex bidello in una scuola pubblica, costretto a lasciare il lavoro per una grave malattia depressiva, chiede e ottiene una pensione di invalidità. Poco più di 400 euro mensili che non gli bastano certo per vivere, pagandone 500 di solo affitto. L’uomo è aiutato dalla Caritas e dalla generosità di qualche amico, si cura e guarisce, certificati medici alla mano. Chiede di rinunciare alla pensione e di tornare a lavorare. Niente da fare, la burocrazia è andata avanti, lui ha ottenuto la pensione, non può più tornare indietro. Segnalo alle istituzioni questa incongruenza, facendo notare quante pensioni fasulle vengono ogni giorno concesse a falsi invalidi, peraltro con certificati medici che dimostrano quanto meno un certo lassismo da parte della classe medica.
Apriti cielo! Molte mail di indignati perché quest’uomo sarà stato sicuramente un furbo, uno di quei fannulloni che oggi tutti vogliono cacciare, senza mai chiedersi se, per caso, ne fanno parte.
Conclusione amara: viviamo sempre più in una società dove l’egoismo la fa da padrone. E rischiamo di perdere quei valori di carità e compassione che pure sono da sempre caratteristica importante del nostro popolo. Una visione pessimistica la mia? Può essere. Mi auguro presto di essere, in più di un modo, smentito. ( Da Avvenire – Andrea Pamparana ) – e da SuperAbile giugno 2008

10 giugno 2008

da ricordare ” 10 Giugno 1924 – 10 Giugno 2008 delitto G.Matteotti “

Filed under: DemocraziaAlFuturo — adriano49 @ 08:26

Nato da una famiglia benestante ma di modesta estrazione, Matteotti frequentò adolescente il Ginnasio di Rovigo, dove era compagno di classe del suo futuro avversario politico cattolico Umberto Merlin.

Si laureò in giurisprudenza all’Università di Bologna nel 1907 ed entrò in contatto con i movimenti socialisti, dei quali divenne ben presto una figura di spicco. Durante la prima guerra mondiale si dimostrò un convinto sostenitore della neutralità italiana e questa sua posizione gli costò l’internamento in Sicilia. Nel 1918 nacque suo figlio Giancarlo, che seguì le orme del padre dedicandosi anche lui all’attività politica.

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919, in rappresentanza della circoscrizione FerraraRovigo. Fu rieletto nel 1921 e nel 1924. Nell’ottobre del 1922 divenne segretario del Partito Socialista Unitario.

Il 30 maggio 1924 Matteotti prese la parola alla camera per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile. Mentre dai banchi fascisti si levavano urla e risate, Matteotti incalzava con un discorso che sarebbe rimasto famoso: «Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni.»

Matteotti continuò, elencando tutte le illegalità e gli abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni. Nel discorso viene pronunciata la profetica frase «Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai.». Al termine del discorso, dopo le congratulazioni dei suoi compagni, rispose loro dicendo: «Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.».

Il 10 giugno fu rapito a Roma. Il suo corpo fu ritrovato in stato di decomposizione il 16 agosto alla macchia della Quartarella, un bosco nel comune di Riano a 25 km da Roma.

Il rapimento e l’omicidio :

A tutt’oggi il rapimento e il successivo assassinio di Matteotti presentano numerosi lati oscuri. Per quanto è stato possibile ricostruire – pur permanendo aspetti lacunosi – la meccanica dovrebbe essere stata la seguente: alle ore 16.00 del 10 giugno Matteotti uscì di casa a piedi per dirigersi verso Montecitorio prendendo per il lungotevere Arnaldo da Brescia. Sotto i platani era ferma un’auto con a bordo alcuni membri della polizia politica: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo, i quali, appena videro passare il parlamentare socialista, scesero dall’auto, gli balzarono addosso e lo caricarono velocemente a bordo.

Matteotti riuscì nelle fasi convulse della lotta a gettare in terra la tessera da parlamentare, nella speranza che qualcuno vedendola potesse lanciare l’allarme. In macchina nel frattempo i sicari fascisti avrebbero sottoposto Matteotti ad un pestaggio. Giuseppe Viola, dopo qualche tempo, estrasse un coltello e colpì la vittima sotto l’ascella e al torace uccidendola.

Per sbarazzarsi del corpo i cinque girovagarono per la campagna romana fino a raggiungere, verso sera, la macchia della Quartarella, a 25 km da Roma. Qui, servendosi del cric dell’auto, seppellirono il cadavere piegato in due.

Targa commemorativa a Civitavecchia (RM)

Targa commemorativa a Civitavecchia (RM)

Quasi tutti gli storici sono concordi nell’affermare che non fu Mussolini a dare l’ordine di uccidere Matteotti[citazione necessaria]. Pare che il futuro Duce rientrato a palazzo Chigi dopo il famoso discorso del deputato socialista si sia rivolto a Giovanni Marinelli (capo della polizia segreta fascista) urlandogli: “Cosa fa questa Ceka? Cosa fa Dumini? Quell’uomo dopo quel discorso non dovrebbe più circolare…”. Questo sarebbe bastato a Marinelli per ordinare al suo sicario Dumini di uccidere Matteotti. Fu lo stesso Marinelli ad ammetterlo a Cianetti e Pareschi vent’anni più tardi quando si trovò con loro e gli altri traditori del 25 luglio 1943 nel carcere di Verona per essere processato.

La versione tradizionalmente accettata, per cui Matteotti sarebbe stato ucciso a causa del discorso di denuncia tenuto alla Camera, è stata recentemente messa in discussione dalle ricerche di Mauro Canali e di altri[citazione necessaria], che fanno risalire direttamente a Mussolini l’ordine di assassinare il deputato socialista. Secondo queste ricostruzioni il capo del fascismo intendeva impedire che Matteotti denunciasse alla Camera un grave caso di corruzione che avrebbe riguardato lo stesso Mussolini (oltre a diversi gerarchi fascisti ed esponenti dei Savoia), il quale, pochi mesi prima, avrebbe concesso alla società petrolifera americana Sinclair Oil (al tempo una controllata della Standard Oil), in cambio di tangenti, l’esclusiva per la ricerca e lo sfruttamento di tutti i giacimenti petroliferi presenti nel sottosuolo italiano e in quello delle colonie. In alternativa la Sinclair chiedeva di tenere nascosto agli italiani il ritrovamento di giacimenti in Libia, in modo che essi non entrassero in concorrenza con i propri.

Il corpo di Matteotti fu ritrovato dal cane di un guardiacaccia il 16 agosto. Dal 16 marzo al 24 marzo 1926 si tenne a Chieti il processo contro i suoi assassini che si concluse con 3 assoluzioni (per Panzeri, che non partecipò attivamente al rapimento, Malacria e Viola) e tre condanne a cinque anni, undici mesi e venti giorni di carcere per Dumini, Volpi e Poveromo.

Mussolini, in un noto discorso[1] tenuto alla Camera il 3 gennaio 1925, respinse l’accusa di essere mandante dell’omicidio, sfidando i deputati a tradurlo davanti alla Suprema Corte in forza dell’articolo 47 dello Statuto Albertino. ( tratto da wikipedia )

«Trasmettere ai giovani le idee di Matteotti è l’obiettivo da centrare  con successo ricorda Giancarlo Moschin, assessore alle politiche sociali di Palazzo Nodari ( comune di Rovigo) . L’assessore Moschin ha ricordato la figura dello statista con parole commosse. «Era un pacifista. Un europeista convinto che cercava l’Europa mentre l’Italia scivolava nel fascismo. Era un riformista che attraversava istituzioni e sindacati con idee e valori sempre attuali. Era un giurista e un amministratore attento, che oggi negli scritti lasciati indica ancora i passi verso il buon governo. Matteotti, a 84 anni di distanza (fu rapito il 10 giugno 1924, ndr), è il maestro di vita di una scuola politica che non c’è più. Ma resta nel pensiero che non è morto con lui».

 
   

9 giugno 2008

Attenzione agli amori estivi –

Filed under: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 16:37

L’estate ardente presenta il suo conto salato in autunno. I medici lo sanno per evidenza clinica professionale. L’Istituto Superiore di Sanità lo conferma dal punto di vista epidemiologico: ogni anno il bollettino delle infezioni sessuali mostra che la frequenza si impenna sul finir dell’estate e continua con un’onda lunga fino ad ottobre e oltre.Felici e innamorati, trasgressivi e appassionati, oppure solo casuali, gli amori estivi hanno una caratteristica comune: sarà il chiaro di luna, sarà l’allegria alcolica, o l’ebbrezza calda della pelle dorata, o l’esaltazione dei sensi scappati alla routine e al grigiore invernale, fatto sta che d’estate uomini e donne tendono a non proteggersi dal rischio di malattie sessuali

Attenzione
O comunque sono molto meno attenti all’autoprotezione rispetto agli altri periodi dell’anno. Forse pensando che l’amore sia un talismano, che la felicità sia uno scudo, che una volta non basti per prendere qualcosa di brutto, uomini e donne si consentono di vivere un’emozione spensierata
.. O comunque sono molto meno attenti all’autoprotezione rispetto agli altri periodi dell’anno. Forse pensando che l’amore sia un talismano, che la felicità sia uno scudo, che una volta non basti per prendere qualcosa di brutto, uomini e donne si consentono di vivere un’emozione spensierata senza “se” e senza “ma”. E tendono a dimenticare che la situazione di rischio è oggi critica e che anche “la persona che conosco e di cui mi fido”, come dicono in tanti a propria scusa, può trasmettere una malattia anche grave.

Sono tre le cose da sapere quando si parla di malattie sessualmente trasmesse. La prima è che quando una persona è portatrice o infetta di un germe a trasmissione sessuale, in genere ne porta più di uno. Purtroppo. Bisogna quindi monitorare accuratamente chi abbia contratto un’infezione, per il rischio di vederne comparire altre nei mesi successivi.”Non si manifestano tutte subito?” dirà qualcuno. No. Il secondo punto è infatti questo: le malattie sessuali hanno tempi di incubazione molto diversi. Ecco perché potremo avere una prima malattia che si presenta con evidenza subito dopo la vacanza: per esempio, la gonorrea, che nell’uomo causa una secrezione purulenta dai genitali, mentre nella donna dà una vaginite aspecifica, che può passare quasi inosservata. Il medico prescrive un antibiotico, che in genere cura rapidamente la malattia. Tuttavia, dovrebbe prescriverlo anche alla partner, anche occasionale (cosa non semplice). Se si è trattato di un’avventura extraconiugale (o extra coppia stabile) bisognerebbe trattare anche il/la partner traditi, se la coppia stabile non usa il profilattico (cosa difficilissima). Altrimenti è evidente come ci sia il rischio di infettare anche il/la partner sani e ignari. Questo rischio sottolinea quanto l’autoprotezione debba essere fatta non solo per sé, ma anche per un minimo di responsabilità verso il/la partner traditi. Già il tradimento è pesante, ma se poi il fedifrago – o la fedifraga, perché le pari opportunità dilagano – trasmette anche una malattia, magari seria, questo è gravissimo e davvero imperdonabile. Oltretutto, se è stata contratta un’ulteriore malattia, questa può passare inosservata, grazie alla cura antibiotica, e presentarsi poi a distanza di mesi con segni più drammatici, come succede per la sifilide. “Decapitata” dalla cura antibiotica, la Spirocheta, germe maligno responsabile di questa gravissima malattia, scompare dalla lesione primaria e invade l’organismo, causando la più temibile sifilide secondaria, dopo circa due-tre mesi dall’infezione. “Figurati! La sifilide!”. Sì, purtroppo questa malattia, che credevamo debellata dagli anni Cinquanta, grazie alla Penicillina, sta tornando alla grande, proprio per effetto della crescita della prostituzione e della promiscuità. Oppure, indipendentemente dall’uso degli antibiotici, una seconda malattia può comparire a distanza di tempo, specialmente se di tipo virale: è il caso dell’Herpes genitale o del Papillomavirus, oggi in diffusione quasi esponenziale, specie tra i giovani e i giovanissimi.In sintesi, è oggi alto il rischio di infezioni multiple, con tempi di incubazione e di manifestazione molto diversi, anche mesi dopo l’infezione. Il terzo punto è che, contrariamente a quanto si pensi, la maggior parte di queste infezioni non si limita ai genitali: soprattutto se non diagnosticate e non curate in tempo, entrano nel sangue e si localizzano negli organi più diversi, dal fegato alle articolazioni, agli occhi, al cervello.

Il messaggio chiaro è uno solo: proteggetevi, sempre. Perché l’autunno può essere molto amaro. Se il profilattico è usato fin dall’inizio del rapporto, in ogni tipo di rapporto, a maggior ragione se occasionale, l’efficacia di protezione è molto elevata. Ed educate i vostri figli a farlo. Tenendo presente che le raccomandazioni all’uso del profilattico funzionano di più se è un adulto maschio a farle al giovane. Quindi il messaggio educativo è più efficace da padre a figlio, da insegnante (o allenatore) ad allievo, da amico ad amico. Serve un impegno di tutti all’educazione dei maschi, a proteggersi e proteggere. Se la contraccezione, ormonale e non, è stata per anni una “questione di donne”, la protezione dalle malattie sessualmente trasmesse richiede un impegno in prima persona degli uomini. Se sono davvero uomini.    Alessandra Graziottin

da ” Il Gazzettino ” di Lunedì 09/06/2006 cronaca nazionale

 

8 giugno 2008

Lezioni di acquaticità.

Filed under: AngoloRelax — rossaurashani @ 14:09
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Lezioni filosofiche e pratiche per insegnare a galleggiare e nuotare in mare.

Le lezioni si dividono in due parti una dedicata all’insegnamento e l’altra all’apprendimento di qualsiasi genere esso sia. Questo breve manualetto indica i passaggi che servono sia per diventare un bravo insegnante sia per essere un ottimo allievo.

Partiamo con la prima parte dedicata a chi vuole insegnare:

1) Mai insegnare agli altri quello che non sai fare tu. Puoi raccontare tante storie, ma alla fine affondano.

2) Quando insegni a galleggiare ricordati che non stai insegnando niente, stai solo dotando Dumbo di una piuma nera che serve per nuotare.

3) Il coraggio è dentro di noi basta saperlo riconoscere. Da ricordare l’adagio ” Se lo conosci lo eviti”, ma questa è un’altra storia.

4) Tutti sanno insegnare a nuotare quando l’acqua arriva all’ombelico, il numero scende quando l’acqua arriva alla gola.

5) Per insegnare a mettere il viso sott’acqua , ricorda che gli zingari usano la stessa unica parola per naso e branchie e se sono sopravvissuti così a lungo, malgrado le persecuzioni, vorrà ben dire qualcosa.

6) Prima di iniziare bisogna fare una scelta tra mondo subacqueo e mondo superficiale, aiuta a stare meglio sott’acqua.

7) Ci sono alcune musiche che non devi cantare o fischiettare mentre insegni a nuotare (esempio Titanic, Fin che la barca va…., Con le pinne, fucile ed occhiali e Nel blu dipinto di blu. E’ assodato che portano sfiga)

8 ) Se hai un allievo antipatico e scortese, ricordati che ha più probabilità di galleggiare.

9) Se il tuo allievo non impara a galleggiare insegnagli almeno a camminare sul fondo.

10) Sempre meglio farsi pagare le lezioni prima perchè non è detto che  arrivino fino alla fine.

Per la seconda parte , destinata a chi deve imparare a nuotare solo un consiglio:

11) Comportati da vero str..zo almeno avrai la probabilità prevista al punto 8 ) della prima parte.

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