Lettere Al Futuro

25 gennaio 2009

Il paese dei bambini che non sapevano piangere

Filed under: Lettere — mt70 @ 19:56

C’era una volta, lontano da qui, un luogo meraviglioso, pieno di sole, di fiori, di mamme sorridenti, papà forti e bambini felici. In questo posto splendente il sole irraggiava ogni giorno, in un cielo senza nuvole, lo srotolarsi di ore serene, organizzate, perfette, durante le quali nessuno provava preoccupazione, disagio o dolore.

Da molti anni gli adulti avevano trovato il modo di saziare ogni necessità ancora prima che chicchessia potesse arrivare a formularla, e perciò, ogni giorno, in questo mondo perfetto, tutti si svegliavano in una casetta pulita, trovavano la loro bella colazione pronta e indossavano vestiti fragranti di bucato, e tutto questo senza che nessuno dovesse faticare e sudare, ognuno pensava a ciò che desiderava, ed oplà, era già lì!

Ovviamente nessuno desiderava cose come patatine fritte a colazione, o il non andare a scuola, perché il vero desiderio di tutti era che tutti fossero felici, e da stato deciso che la felicità consistesse nell’ordine, nella normalità e nell’uguaglianza, parola desueta e da molto tempo sostituita con omologazione; le mamme e i papà si recavano al lavoro, un lavoro studiato per loro da quando erano piccoli per renderli felici e realizzati, i bambini si recavano a scuola, una scuola immensamente migliore di quella che conoscete, senza insegnanti imperfetti che potevano commettere errori, con invece un bel monitor che spiegava la lezione in modo impeccabile, approvato, studiato, e perfettamente uguale ogni mattina, cosicché tutti potessero conoscere la verità alla stessa maniera, senza sfumature ed ambiguità.

Quando, raramente, un bambino o un adulto si facevano male, non sentivano dolore, perché nel cibo speciali sostanze evitavano questo spiacevole, inutile ed imperfetto inconveniente: essi si recavano, sereni, al primo centro diagnostico, dove venivano riparati nel più breve tempo possibile. Tutto era pulito, lindo, allegro, era il più bel posto del mondo!

Un pomeriggio i bambini tornarono a casa dopo essere stati a scuola , e ognuno di loro non trovò i propri genitori in casa; non che ne avessero bisogno per avere la merenda, o per essere lavati, perché grazie alla loro perfettissima ed organizzatissima società facevano tutto da soli, quanto poi alla nostra strana abitudine per la quale i genitori chiedono ai loro bambini come è andata la loro giornata, da tempo in quel paese così avanzato era stato deciso che fosse una consuetudine superflua, visto e considerato che la risposta per tutti inevitabilmente non poteva che essere ogni giorno“ felicemente e perfettamente”, ma i bambini sapevano, perché lo avevano imparato a scuola, che ci sarebbero dovuti essere, perché così era stato deciso che fosse normale.

Quella sera, comunque, ogni bambino mangiò il proprio cibo buono, si infilò il suo pigiamino pulito, e si mise sotto la sua copertina calda, senza farsi tante domande, perché farsi domande era qualcosa che da tempo era stato deciso essere una cosa inutile, e una gran perdita di tempo.

La mattina successiva si svegliarono, mangiarono la loro buona colazione, si infilarono i loro vestitini puliti, e si recarono a scuola, annotando il fatto che i loro genitori ancora non erano presenti, e che questo non rientrava nella normalità che da tempo era stata decisa.

A scuola, durante il test mattutino di normalità e felicità, a cui ognuno, adulto e bambino veniva sottoposto ogni giorno, tutti i bambini alla domanda: “ Nella vostra casa è tutto normale?” per la prima volta da innumerevoli anni, la risposta non fu un “si!” unanime ma un coro di “no!”: tutti bambini si guardarono tra di loro stupiti nello scoprire che quello che era successo nella propria casa, era successo ad ognuno di loro, e per la prima volta decisero di rivolgersi la parola:

“Anche la tua mamma ed il tuo papà non c’erano a casa ieri pomeriggio?”

“ E’ successo anche a me!”

“ Io mi sono svegliato e non li ho trovati neanche stamattina!”

Si resero conto per la prima volta che esisteva la possibilità che qualcosa non fosse “normale”, anche se non se ne preoccuparono, perché preoccuparsi sarebbe stato oltre che non normale, anche qualcosa di completamente sconosciuto al loro modo di vivere.

Quel pomeriggio comunque tornarono a casa, ebbero il loro cibo buono, si infilarono i loro pigiamini puliti e dormirono sotto le loro calde copertine, soddisfatti del fatto che, nella loro città perfetta, si stava benissimo anche senza mamma e papà, e che fosse probabile che quella fosse una nuova forma di normalità decisa da qualcuno, lo stesso che aveva deciso tutto il resto.

Andarono avanti così per giorni, frequentando la scuola, mangiando il loro cibo buono, indossando i loro vestitini puliti e dormendo sotto le loro copertine calde.

Non mancava loro proprio nulla.

Una mattina a scuola, un bambino disse a voce alta, sconvolgendo l’ordinato svolgimento della lezione:

“Io mi sento strano”.

Tutti si girarono verso di lui, esterrefatti per la situazione di disordine e di totale disubbidienza a tutte le regole da loro imparate a scuola che il bambino aveva creato.

Essendo però bambini, e perciò non completamente ancora educati alla normalità, decisero di seguire la curiosità di sapere in cosa consistesse la sua stranezza, anche perchè avevano letto a scuola della stranezza, intesa come stato di allontanamento dalla normalità, e dalla felicità, ma non avevano mai potuto vedere qualcuno, o qualcosa, strani…

“Cosa vuol dire strano”? ,azzardò una bambina lì vicino.

“Stamattina mi sono svegliato con una parola nella testa, una parola che non riesco ad allontanare dai miei pensieri, e che mi provoca qualcosa dentro, qualcosa che non conosco, che non so definire, se non come strano”.

La bambina chiese ancora: “ Qual è questa parola”?

“E’ la parola perché. Mi chiedo perché ogni giorno mi sveglio, mi alzo, mi infilo i miei vestitini puliti, mangio la mia buona colazione, mi chiedo perché vado a scuola, perché torno a casa, perché dormo sotto le mie copertine calde, perché?”

Un “Ohhhhhhhh” di indignazione e di meraviglia risuonò nella sala della scuola.

“Come perché! Perché è stato deciso così!”

“Si! Così è normale, così è stato deciso, così siamo felici!”

E allora il bambino disse qualcosa di ancora più sconvolgente: “Io non mi sento felice, non mi sento normale, non mi basta più quello che ho, e non so come chiamare lo stato in cui mi trovo, so solo che è differente da come ero prima, e che voglio qualcos’altro, anche se non so cos’è.”

Il silenzio sostituì il borbottio di prima, in effetti anche solo cercare di comprendere cosa stesse cercando di dire il bambino metteva a dura prova tutte le loro certezze, tutto il loro modo di vivere,tutto il loro mondo.

Uno dei bambini più grandi allora disse: “ Andiamo alla Biblioteca, ci hanno insegnato che lì c’è il fondamento della nostra società, forse troveremo una risposta.; anche restando qui, la nostra vita non sarebbe comunque più come quella di prima , non riusciremmo più a dimenticare le parole che abbiamo appena sentito. Inoltre, ve lo devo confessare, anche io comincio a sentirmi così.”

Misero ai voti la cosa, e dopo essersi trovati tutti d’accordo, velocemente si avviarono verso la Biblioteca. Nessuno lo voleva dire a voce alta, ma la stranezza ormai stava contagiando tutti, e quel “perché” batteva nelle tempie dei bambini con un ritmo sempre più martellante, noi potremmo usare la parola angosciante, ma in quel meraviglioso paese tutto ciò che aveva a che fare con il dolore era stato dimenticato da tanto tempo, anzi, per la precisione, la parola angoscia era stata cancellata.

Arrivarono alla Biblioteca, un edificio maestoso, enorme, in cui erano contenuti tutti i libri che nessuno usava più, perché tutto ciò che era necessario sapere era stato deciso, ed insegnato attraverso i monitor.

Infatti la Biblioteca era un luogo accessibile solo a pochissime persone, autorizzate, che avevano dimostrato di essere normali e felici più di tutti gli altri, e che dovevano vegliare affinché tutto ciò che era contenuto nei libri e che era stato deciso essere inutile e dannoso perché allontanava dalla felicità, non fosse conosciuto e non turbasse la meravigliosa quotidianità del loro paese perfetto. Insomma la biblioteca era un luogo proibito, e già il fatto che i bambini avessero deciso di andarci era “strano”. Tutto ormai tendeva alla stranezza, addirittura quel giorno c’era una nuvola in cielo.

I bambini si sentivano sperduti di fronte a quelle pareti infinite coperte di libri, e non sapevano proprio cosa, e dove, cercare.

Uno di loro pensò bene di dirigersi verso una parete con una scritta : “STORIE PER BAMBINI”.

Chissà, forse lì c’era di qualcosa di utile.

C’erano tante storie che parlavano di bambini senza mamme e papà, ed in ognuna di quelle storie i bambini erano tristi…una parola che non conoscevano, e che ricorreva in molti libri…era tutto molto difficile per loro, però dopo aver letto tanti libri, avevano capito tre cose; i bambini senza genitori sono tristi…quindi forse la loro stranezza si chiamava tristezza, perché anche loro erano senza genitori…e poi avevano letto che i genitori cacciavano via la tristezza “consolando” i bambini, un’altra parola sconosciuta di cui non comprendevano il significato, sapevano solo che la consolazione funziona solo se qualcuno ti vuole bene…ma arrivati a questo punto il libro sarebbe potuto anche essere stato scritto in arabo, e la loro comprensione sarebbe stata la stessa; infine che, anche se non capivano perché, era necessario cercare, e trovare, le loro mamme e i loro papà perché loro avevano questa capacità di far sparire la tristezza.

In realtà nei libri c’era anche scritto che i bambini tristi piangono, ma che cosa volesse dire piangere non l’aveva capito proprio nessuno, ed era in assoluto la cosa più oscura tra tutte quelle che avevano letto.

Cominciarono a chiedersi per la prima volta dove potessero trovarsi i loro genitori, ma non si domandarono perché non lo avessero fatto prima.

La loro tristezza aumentava, e non vedevano l’ora che qualcuno potesse dare loro un po’ di sollievo, perché non erano abituati a chiedersi il perché delle cose, né a sentire così forte il bisogno di qualcosa.

Al centro della loro città c’era un palazzo nel quale gli adulti ogni giorno si riunivano per ripetere a voce alta quanto fossero felici, e decisero di andare lì per cercarli.

Si incamminarono per i viali della città, in silenzio, con tante domande in testa, e non si accorsero che per la prima volta nella loro vita avevano fame, si sentivano stanchi, e sentivano anche freddo, perché si stava facendo sera; non se ne accorsero perché , da quella mattina, provavano anche un altro tipo di fame, di freddo e di stanchezza, una fame più forte e un freddo più intenso di quelli che si possono placare con cibo buono e copertine calde, e una stanchezza che non va via dormendo, ma solo ricevendo risposte.

Entrarono nel palazzo e si diressero verso l’aula magna, e nel silenzio più assoluto ne aprirono la grande porta, davanti a loro un spettacolo inaspettato, incredibile, e scintillante: centinaia e centinaia di bozzoli , apparentemente di cristallo, pendevano dalle pareti, e in questi bozzoli traslucidi, c’erano i loro genitori, che dormivano.

Dopo un primo momento di stupore, ognuno si diresse verso i propri, e facendosi aiutare dai compagni, li staccò dalle pareti, e li poggiarono a terra.

Così facendo scoprirono che i bozzoli non erano di cristallo ma di ghiaccio, e infatti erano freddissimi, anzi tutta la stanza era freddissima. I bambini cominciarono a battere le manine sui bozzoli per chiamare i loro genitori:

“Mamma, papà!”

“Svegliatevi!”

“Uscite di lì!”

“Dovete aiutarci!”

“Dovete consolarci!”

“Siamo tristi!”

“Voi DOVETE farlo!!!”

Non ricevettero risposta, le mamme e i papà non si mossero, e i bambini non sapevano cosa fare, si sentivano assalire dal grande freddo della stanza, e dal grande freddo della disperazione. Chi li avrebbe aiutati, chi li avrebbe consolati? Perché non potevano smettere di chiedersi perché ? Non riuscivano a comprendere che un loro desiderio non fosse esaudito immediatamente, il loro non era forse un meraviglioso perfetto paese?

Dopo molte ore di richieste, di tentativi, di prove, erano esausti, provati oltre ogni limite.

Il bambino che per primo si era sentito triste, era il più triste di tutti, ma aveva improvvisamente assunto un atteggiamento determinato e risoluto, come di chi ha finalmente chiare le cose; si avvicinò verso gli involucri di ghiaccio che contenevano i suoi genitori e li abbracciò:

“ Voi non mi potete consolare, ma io voglio consolare voi, perché ora ho capito, il ghiaccio che vi avvolge è lo stesso freddo che sento io, la stessa tristezza moltiplicata per mille volte, ora capisco ciò che ho letto, e capisco che quello che volevo era piangere, piangere non perché non mi potete aiutare, ma piangere perché vi voglio bene e non lo potete sapere, piangere perché senza una mamma e un papà non voglio cibo buono, non voglio vestitini puliti e copertine calde. Sono triste perché senza qualcuno a cui voler bene non c’è un motivo per svegliarsi, non c’è un motivo per alzarsi, non c’è un motivo per rimanere vivi “

E cominciò a singhiozzare, mentre le sue lacrime cadevano sul ghiaccio e lo scioglievano.

Tutti i bambini fecero lo stesso, cominciarono a piangere un pianto forte, inconsolabile, rumoroso, disordinato , imperfetto, pieno di dolore, anzi pieno di amore.

Perché nessuno aveva insegnato loro ad amare, ma l’Amore era ancora vivo dentro di loro, esseri ancora imperfetti, ancora non completamente istruiti alla normalità, e non aspettava che la gelida diga si incrinasse per uscire fuori, caldo e vivo ed irrefrenabile.

E le lacrime calde inondarono la stanza e sciolsero il ghiaccio, e le mamme e i papà si svegliarono e cominciarono a piangere anche loro, anche se non capivano nulla di ciò che era successo. Tutti si abbracciavano piangendo, tutti ridevano fra le lacrime, tutti erano in balia di emozioni forti e contrastanti, nuove e dolorose; tutti sapevano che la vita di prima era finita e che un’altra sarebbe cominciata, sconosciuta, piena di domande , piena di perché, piena di errori, senza nessuno che avrebbe deciso cosa era bello e cosa era giusto, senza certezze, ma piena di amore.

Quella sera piovve.

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4 commenti »

  1. Sei proprio brava!!!!
    E il messaggio è corretto: la perfezione è senza sentimento… e noi siamo, grandemente imperfetti!, capaci (sì, lo so, non tutti!!!) di grandi emozioni…
    Un abbraccio commosso,Lisa

    Commento di lisa72 — 25 gennaio 2009 @ 20:23 | Rispondi

  2. E’ una favola bellissima che mi ha reso un pò triste e che mi ha messo alcune lacrime agli occhi…. per fortuna io sono una bambina che sapeva piangere e quando posso piango 🙂
    Non so se sarà una storia che piacerà ai bambini, ma sicuramente piace ai genitori, a quelli giusti s’intende, a tutti quelli che mettono l’amore prima di ogni altra cosa. Di amore non c’è mai inflazione e ce n’è sempre grande bisogno a tutte le età, ma questo lo sai e anch’io lo so.
    Grazie Ross

    PS a leggere questa mi verrebbe da stracciare le mie, non c’è paragone. 😉

    Commento di rossaura — 25 gennaio 2009 @ 21:03 | Rispondi

  3. Io ero una bambina molto pensosa, che aveva tanti perchè nella testa: forse non sarà adatta a bambini piccolissimi, ma credo che un bambino di sette, otto anni la potrà apprezzare, è vero che racconta una raltà triste, ma è anche vero che racconta anche come cambiarla la realtà. I bambini hanno bisogno di verità e di sicurezza, ed essere sicuri di avere dentro di se la forza per vincere la disperazione, penso sia un messaggio impeortante.

    Commento di mt70 — 25 gennaio 2009 @ 21:09 | Rispondi

  4. Bravissima Maria Teresa, è decisamente una bella storia. L’idea di una nuova generazione che non si accontenta e si pone dei perche’, mi rassicura moltissimo,ma soprattutto l’idea dei bimbi fautori del proprio futuro, mi lascia piena di speranza.
    Un saluto speranzoso

    Commento di annuska62 — 26 gennaio 2009 @ 20:16 | Rispondi


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