Lettere Al Futuro

30 settembre 2010

Da “Il giovane Holden a …. Le ragazze con l’asinello”

Giorni fa mia figlia mi ha stupito annunciandomi che non credeva più all’idea di dedicarsi alla biologia marina ed al mondo animale, scelta che da anni mi sbandierava come unica soluzione possibile per evadere da una società che le sembrava troppo lontana, difficile da capire e così inutile da cambiare. La sua scelta è ora  di immergersi nella studio della storia antica, dall’antropologia per riuscire a carpire i segreti ancora non svelati di una evoluzione che ci ha portati fino ai giorni nostri, ad una società che  purtroppo, anche per noi adulti, risulta  irrazionale e tragica. Ecco, mi son detta, questa sarà la nuova generazione che cercherà  le proprie verità partendo dal passato, magari in isolamento, scelte molto lontane dalle precedenti generazioni quelle delle rivolte degli anni ’50 , del ’68 e del ’78, che cercarono in ribellioni collettive e a volte nella violenza,  il crollo della società e la rinascita di un mondo nuovo. E proprio in questi giorni, un amico mi ha raccontato un episodio avvenuto alla fine di gennaio, il racconto di un viaggio, di una  ricerca che non ha tempo, ma che si ripete sempre diversa e sempre uguale.

Le ragazze con l’asinello di Fabio Lombardo

Uscendo dalla stazione di Mestre per avviarmi verso il garage dove tengo la macchina, mi sono trovato di fronte a qualcosa a dir poco inconsueta.Due ragazze, in compagnia di un asinello, camminavano tranquillamente, assolutamente incuranti di quanto le circondava. Erano di circa venti anni e se ne andavano semplicemente in giro per l’Italia, in compagnia del loro fidato amico, a piedi, per conoscere città, luoghi, persone, cose.Guardarle nei loro occhi è stato per me un nuovo respiro. C’era qualcosa di biblico in loro, nei loro occhi sorpresi del mio sorprendermi, nel loro abbigliamento di pantaloni di tela, scarponcini adatti a chi deve molto camminare, giubbotti dotati di strisce rifrangenti per essere visibili al buio.Avevano disposto due zaini sulla schiena del loro asinello, si erano munite di bastoni utili per il loro cammino, ed erano semplicemente andate. Sono stato totalmente preso dalla bellezza della situazione. Cosa c’è, mi sono chiesto, nel cuore di due ventenni che se ne vanno in cerca di briciole di verità, a modo loro, incuranti della fitta ottusità che ci circonda, della sgangheratezza di questo mondo che ci bombarda di “valori” demenziali?

I giornali di ieri davano molto spazio alla scomparsa di Salinger, reso famoso da” Il giovane Holden”, che aveva passato gli ultimi anni della propria vita a nascondersi per tenersi fuori dalle lusinghe della celebrità, avendo perfettamente capito che un uomo che meriti la fama sa che in fondo non ne vale la pena.
Non ho potuto fare a meno di considerare il suo rifiuto della ” realtà ” simile a quello di queste due giovani donne, consapevoli che, in fondo, non abbiamo che la nostra anima e il dovere di mantenerla integra da tutto ciò che ne minaccia la purezza.
Mi sono sentito commosso e felice.
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23 dicembre 2008

Notte di Pace notte d’Amore

Filed under: SalaLetture — adriano49 @ 13:18

dedicato a tutti i collaboratori di ”  Lettere al Futuro ” e a tutte le persone da loro amate e care e agli amici di OkNotizie .Buon Natale e felice Anno Nuovo che sia colmo di salute,serenità e tanto  tanto benessere .   Adriano

RACCONTO DI NATALE

di Dino Buzzati

Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, i1 carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l’arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali. arrosto sembrò sabbia tra i denti.

Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l’inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del Duomo” si chiese don Valentino “la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?” Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata divento entrò un poverello in cenci.

“Che quantità di Dio! ” esclamò sorridendo costui guardandosi intorno- “Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori.

Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale. ”

“E’ di sua eccellenza l’arcivescovo” rispose il prete. “Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.”

“Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!”

“Ti ho detto di no… Puoi andare… Il Duomo è chiuso al pubblico” e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.

Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c’era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso.

Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c’era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.

Don Valentino uscì nella notte, se n’andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l’indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio.

“Buon Natale, reverendo” disse il capofamiglia. “Vuol favorire?”

“Ho fretta, amici” rispose lui. “Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno.”

“Caro il mio don Valentino” fece il capofamiglia. “Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.”

E nell’attimo stesso che l’uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone

Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.

“Ma che cosa fa, reverendo?” gli domandò un contadino. “Vuoi prendersi un malanno con questo freddo?”

“Guarda laggiù figliolo. Non vedi?”

Il contadino guardò senza stupore. “È nostro” disse. “Ogni Natale viene a benedire i nostri campi.”

” Senti ” disse il prete. “Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l’arcivescovo possa almeno fare un Natale decente.”

“Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi.”

“Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì.”

“Ne ho abbastanza di salvare la mia!” ridacchiò il contadino, e nell’attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.

Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell’atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente).

Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all’orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. “Aspettami, o Signore ” supplicava “per colpa mia l’arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!”

Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito?

Finché udì un coro disteso e patetico, voci d’angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.

“Fratello” gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli “abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego.”

Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.

“Buon Natale a te, don Valentino” esclamò l’arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. “Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?”

29 settembre 2008

Le due madri ( di Jonas Lie )

Filed under: SalaLetture — adriano49 @ 16:55

Vai all immagine a grandezza naturale   Jonas Lie (1833-1908)

Un giorno l’aquila, di ritorno da una caccia mattutina, ratta volava
sopra a deserti di pietra verso la casa del suo piccino, con una renna
neonata negli artigli.
Quando si abbassò verso il nido, sbatacchiò violentemente le ali e
un grido selvaggio e stridulo echeggiò nella conca rocciosa, ripetuto da
mille echi.
I rami robusti che formavano il letto del nido pendevano dalle sporgenze 
della parete di roccia con lunghi filamenti di borraccina sudicia,
sanguinosa e piena di penne.
Il nido era spogliato e distrutto, e il piccino, che aveva giornalmente
provato le sue ali e misurato il becco e gli artigli a pezzi di preda sempre
più grossi, era scomparso.
Allora l’aquila madre si levò in alto, sempre più in alto, finché l’eco
del suo grido non risonò più nella solitudine delle rocce.
Incrociava in giro, spiando. Improvvisamente vi fu uno sbuffare e un
sibilare sulle teste di due cacciatori che venivano dal profondo del bosco.
Uno di loro portava sulla schiena, in un canestro di vimini, un giovane 
aquilotto prigioniero.
E mentre i due uomini di balza in balza discendevano la lunga strada
verso uno dei più alti cascinali, l’aquila madre si librava alta nell’aria,
vigilando diffidente.
Attraverso gli squarci delle nubi essa aveva scorto col suo sguardo
acuto che all’arrivo nel cascinale i piccoli e i grandi si erano riuniti in-
torno al canestro di vimini.
Tutto il giorno incrociò lassù. Quando calò il crepuscolo, l’aquila di-
scese a mezzo, sino al fumo del comignolo della casa. E la gente udì
nell’oscurità della sera uno strano e terribile grido sopra il tetto.
La mattina presto — appena cominciò a diffondersi una luce dorata
di sole — essa rivolò in alto, con lo sguardo acuto fisso giù sul cascinale.
Scorse i figli più grandi del contadino, che davanti alla porta di casa
spaccavan la legna con la scure e segavano assicelle, mentre i bambini
stavano li ritti a guardare.
Più tardi nella mattinata, portarono fuori nel cortile una gabbia,
attraverso le cui fessure l’aquila madre poteva nettamente distinguere
il piccino che svolazzava e picchiava col becco senza tregua, per liberarsi.
La gabbia rimase là abbandonata, senza che alcuno si facesse più
vedere.
Intanto il sole saliva più alto, sempre più alto in quel caldo meriggio.
L’aquila madre roteava e incrociava sempre lassù dietro le nubi e
osservava ogni movimento del piccino, il quale voltava in su il becco
adunco e sibilava e stringeva disperatamente le sbarre con i suoi artigli.
Quando s’avvicinò la sera, i fanciulli cominciarono a correre in su
e in giù fra la porta di casa e la gabbia e alla fine si misero a girare tutti
allegramente nel cortile.
Uscirono anche alcuni adulti e si posero ai lavori consueti.
L’aria era tepida e tranquilla, e la giovane moglie del cacciatore ave-
va posato la sua creaturina presso il lavatoio, mentre sciacquava un po’
di biancheria alla fonte.
Sul tetto del granaio si dondolavano alcune allegre gazze che ave-
vano il nido sul salice vicino all’ingresso della casa, e giù nel piazzale
del cortile saltellavano alcuni passerotti, beccando i semi sparsi.
Improvvisamente l’aria fu attraversata da un’ombra scura e nel silenzio 
echeggiò uno strido e s’udì un potente sbattere d’ali.
Quando la donna si voltò frettolosamente, un’aquila gigantesca s’innalzava 
dal lavatoio.
La povera madre saltò su, ghiacciata dallo spavento, tenendo ancora
in mano i panni fradici.
L’uccello di rapina aveva il bambino fra gli artigli. Con lo sguardo
fisso ella potè seguirlo per un istante nella salita e veder l’aria sfumare
azzurra fra la terra e il suo figlioletto.
Un’angoscia selvaggia e folle la ispirò.
Si precipitò alla gabbia, ne strappò l’aquilotto e con le due braccia
l’alzò quanto potè, lamentandosi e gridando, senza badare che le beccava 
e le martellava a sangue la testa e il viso.
L’aquila madre si librò un istante tranquilla nell’aria, e la donna,
con gli occhi abbarbagliati, ogni volta che l’uccello sbatteva le ali per
mantenersi in alto, vedeva penzolare fra gli artigli, come un verme, il
bambino in fasce.
A un tratto le parve che l’aquila si abbassasse e, senza neppure re-
spirare, segui con gli occhi l’uccello di rapina che dolcemente scese sul
prato e quivi, sull’erba, posò il bambino.
La donna, allora, lasciò andare l’aquilotto e, come fuor di sé, vacillante, 
corse dal suo bambino.
I due istinti materni, stretti dall’angoscia, si erano compresi a vicenda.
Ma quando l’aquila madre ebbe lasciata la sua preda e si alzò di
nuovo, dalla casa echeggiò un colpo di fucile. E la fiera potente precipitò
inanimata, con le ali largamente spiegate, sul lavatoio, mentre la giovane
aquila liberata s’innalzava con un volo breve e rapido sopra la cima del
bosco.

31 maggio 2008

” una notizia inaspettata ” racconto di Viviana Segantin

Filed under: SalaLetture — adriano49 @ 21:29

 

UNA NOTIZIA INASPETTATA di V.Segantin

 

Alessandra,o meglio Ale come la chiamavano gli amici, era una ragazza allegra,spigliata,che viveve con gioia piena i suoi diciotto anni. Un caschetto di capelli biondi e lisci,contornava un viso grazioso dal quale spiccavano due occhi azzurri e particolarmente espressivi, che non le permettevano di celare nessun pensiero e nessun sentimento.Per il suo carattere aperto e la sua  personalità un po’ bizzarri in compagnia era sempre la benvoluta:ci sapeva proprio fare con tutti,tanto che era riuscita ad intrappolare persino Luca,lo sfuggevolissimo bello del gruppo. Luca era fermamente contrario a qualsiasi tipo di convezione, di costrizioni di legame. Egli stava sempre bene con la sua ragazza,ma vista la sua naturale indole esibizionista, aveva bisogno dei suoi spazi per potersi mettere inevidenza con persone diverse ed in svariate occasioni. Voleva la sua libertà e lei lo aveva capito; aveva fatto il suo gioco e, proprio non imponendogli regole ed obblighi, era riuscita ad averlo tutto per sèormai gia’ da un anno.L’equilibrio era perfetto,l’accordo implicitamente raggiunto: le cose tra i duesembravano andare per il meglio. Eppure, da qualche giorno, il viso di Ale aveva perso quellarassicurante serenità da cui era stato sempre caratterizzato; quel naturale sorriso gioioso eraimprovvisamente sparito. Qualcosa la preoccupava, un pensiero la assaliva, ma non trovava il coraggio  per rivelare tutto a luca; sapeva che lo avrebbe perso nel momento in cui gli avrebbe detto che aspettava un bambino. Alle cinque in punto come di consueto, sentì un ronzio lontano che, mentre si avvicinava e si si faceva più intenso,la ragazza riconobbe come la moto del suo Luca. Ale sentì un brivido gelido percorrere il suo corpo: gli avrebbe spiegato ogni cosa, non poteva fingere che tutto proseguisse  nella normalità. Due colpi di claxson per annunciarsi, e la porta venne aperta con un’inusuale titubanza, che comunque non venneassolutamente notata dal ragazzo che entrò con due balzi veloci. Ma non appena fu in casa, Luca avvertì un’aria particolarmente tesa che lo infastidì immediatamente; lui non era tipo da grandi misteri e complicati segreti. Ale, superata l’iniziale incertezza, arrivò subito al punto e gli diedela notizia tutta d’un fiato. La reazione purtroppo fu quella prevista: lui restò immobile fissandola senza espressione, quasi paralizzato da una gelata improvvisa che impediva al suo corpo di muoversi,alla sua mente di pensare, ai suoi sentimenti di fuoriuscire:Dopo qualche secondo vissuto un questo stato vegetale Luca venne ‘risvegliato’ da una vampata improvvisa  di calore comunicatasi a tutto il suo corpo, che Ale potè scorgere dall’improvviso rossore apparso sul suo viso. Anche i suoi pensieri sembrarono ‘ scongelati’ visto che fu molto abile e tempestivo nel togliersi d’impaccio: egli annunciò un impegno dimenticato, di importanza quasi vitale, e sene andò congedandosi con un frettoloso  ed alquanto insignificante saluto. Ale sapeva che non l’avrebbe più rivisto;probabilmente lui non l’amava abbastanza e non sarebbe mai stato disposto ad ufficializzare a tal punto il loro legame. L’insoddisfazione e l’amara delusione diedero sfogo ad un pianto disperato, accompagnato da un singhiozzo isterico che sembrava soffocarla.Quel leggero velo di trucco, che aveva accuratamente sfumato sul suo viso era ormai una macchia confusa che le andava a sottolineare ancora maggiormente le profonde occhiaie provocate dal pianto. I suoi pensieri  si accavallavano, le immagini si intrecciavano vorticosamente, nella sua mente,i ricordi si scontravano violentemente con la crudele realtà. In questo turbine di senzazioni, nervosamente si accovacciava su se stessa non capendo ciò che le stava accadendo e sperando che tutto fosse solo un brutto incubo. Poi la spossatezza e lo sfinimento della disperazione la calarono in uno stato di apparente calma. I suoi muscoli si rilassarono ed iniziò ad accarezzarsi dolcemente la pancia: certo, lo avrebbe tenuto! era l’unica parte del suo Luca che nessuno avrebbe potuto toglierle mai;sarebbe stato suo per sempre, gli avrebbe voluto bene,tanto da pareggiare tutto l’amore che non avrebbe potuto dare al suo ragazzo. E tra questi pensieri che si facevano sempre più confusi, subentrò lentamente uno stato di leggerotorpore, che si fece più profondo e la coinvolse in un sonno agitato e spossante interrotto bruscamente  da due colpi di claxson. Quasi automaticamente, come di consueto dopo quel suono, si precipitò alla porta senza ben capire ciò che stava succedendo. Incredula scorse davanti a se’ un enorme mazzo di rose rosse, dietro il quale spuntavano seminascosti due occhioni verdi più dolci che mai: era il suo Luca. ” Per la mammina più bella del mondo” le disse sfiorandole delicatamente il viso sciupato, e sistemandole dietro un orecchio i capelli scomposti ed ancora umidi per le lacrime che li avevano inzuppati.

Viviana Segantin rodigina ” figlia d’arte” (padre scrittore madre creatrice di artistici gioielli),laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne,giornalista e copywriter,da anni scrive racconti e ha partecipato a vari concorsi letterari ricevendone premi e riconoscimenti. Notizie tratte dal libro di A.Masiero –       Per altre notizie dell’autrice V.Segantin  ( http://www.vivianasegantin.it/ )

“AL TOCCO DELLA PAROLA” – Panda Edizioni

22 maggio 2008

LA NUOVA DESTRA

Filed under: SalaLetture — annuska62 @ 22:42

LA NUOVA DESTRA

Non ce l’abbiamo con i neri e gli africani

solo non vogliamo che ci rubino il lavoro.

Non ce l’abbiamo con gli omossessuali,

solo non vogliamo che ci contamino col loro morbo.

Questa e’ una Destra nuova che vuole battersi per

per il rispetto della civilta’ e della democrazia.

Non ce l’abbiamo con gli zingari

solo che non vogliamo che mettano in  pericolo

la nostra comunita’.

Non ce l’abbiamo con gli extracomunitari

solo non vogliamo che occupino le nostre case.

Questa è una Destra nuova che vuole mettersi

dalla parte del cittadino e del lavoratore.

La pelle, la lingua,  la razza non c’entra.

E SE NON CAPITE QUESTO SIETE DEGLI EBREI!

Corrado Guzzanti (1992)

PS.

Volevamo cambiare il mondo

 e invece

 Il mondo ha cambiato quartiere.

27 aprile 2008

Storie di piccole donne

Filed under: SalaLetture — pcdazero @ 15:49
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Clara

Era una sera di settembre ed una piccola donna pensava alla sua amica Clara, sperava che quella sera andasse in piscina con lei, l’acqua era come la rugiada e tutto diventava gioioso e giocondo come quando si era bambini. Purtroppo anche quella sera Clara telefonò per dire che non stava molto bene e non sarebbe andata.

Clara le mancava molto, lei riusciva sempre a capirla ed a volte le faceva scoprire nuovi modi di osservare i problemi, tanto che le difficoltà non erano più insuperabili ma tutto sembrava semplice e raggiungibile senza paura. Il giorno dopo pensò di andare a trovare Clara, la sua casa era piacevole, calda ed avvolgente con i colori luminosi del giallo del grano maturo, le chiese come stava, ma Clara invece di rispondere fece un sorriso incredulo e gli occhi le s’illuminarono dicendo che non sarebbe più venuta in piscina, allora la piccola donna si fece coraggio e balbettando chiese se aspettava un bambino, Clara rispose di sì nascondendo con le mani un sorriso, quasi con la paura che non fosse vero che fosse ancora un sogno. Le due amiche si abbracciarono emozionate e la casa di Clara piano piano divenne un piccolo mondo incantato in attesa di accogliere il suo bambino, era veramente felice, la vita le stava facendo un prezioso regalo inaspettato.

Una sera arrivò una telefonata inquietante, Clara era in ospedale, stava male, molti pensieri si accavallavano nella mente della piccola donna, cercava di convincersi che era solo un malessere passeggero, tutto sarebbe andato bene, non poteva andare male, non alla sua cara amica. Appena entrò in ospedale vide Leo con la mamma di Clara, comprese che qualcosa era successo, chiese a Leo di Clara, lui rispose con un “insomma”, ma quando chiese del bambino, Leo riuscì solo a dire che era “andato”, la voce gli si spense e non riuscì a pronunciare nessun’altra parola. Un’infermiera la fece entrare da Clara e rimase con lei fino al momento del parto.

Il suo viso era spento, senza espressione e senza lacrime, iniziò a raccontare ogni dettaglio della sua triste storia di mamma, la voce senza vibrazioni di tono cercava di contenere i sentimenti come volesse chiudere la porta alla realtà che la aspettava. Stava partorendo un bambino che non avrebbe mai conosciuto, abbracciato, cullato, non avrebbe mai accarezzato i suoi occhi ed il suo volto che tanto aveva immaginato. Il bambino si era addormentato per sempre mentre lei lo portava nel grembo materno, mancavano solo tre mesi e mezzo alla nascita, ma se n’era andato prima. Nessuno se lo sapeva spiegare, Clara non trovò una risposta. Non poteva dare un senso a quello che le era accaduto, semplicemente apparteneva ad uno dei misteri della vita.

Clara tornò a casa con nel cuore conficcata una spada di ghiaccio che ogni mattina puntuale ritrovava al risveglio e la accompagnava tutto il giorno, la notte era diventata un appuntamento ambito, per alcune ore s’illudeva di non sentirla più, scivolando nell’oblio del sonno. I giorni passavano e la piccola donna vicino a Clara si sentiva in colpa ed impotente, non riusciva a rassicurarla e le parole non servivano a niente, avrebbe voluto abbracciarla stretta stretta e possedere una bacchetta magica per cancellare il suo gran dolore. Non le era neppure stata concessa la memoria, non poteva ritrovare i gesti ed i sorrisi del suo bambino nei ricordi.

La piccola Clara cercò a lungo nel suo cuore e là dove la speranza sembrava spenta per sempre, trovò una piccola luce ed iniziò la difficile risalita dal buio. Quando riuscì a salutare il suo bambino ed a lasciarlo andare a giocare felice con piccoli angeli dai boccoli d’oro, il suo cuore si riaprì e fece spazio ad una nuova vita. Un giorno di fine febbraio, mentre le vispe mascherine danzavano tra stelle filanti e coriandoli, arrivò Aurora che dipinse il cielo di Clara e Leo di orizzonti dorati. Una nuova vita iniziò dal coraggio di accettare la perdita e ritrovare la speranza in un mondo di dolore e di gioia.

Nada

La prima volta che vide Nada le sembrò un elfo uscito dai giardini di Kensington, continuava a lavorare veloce senza fermarsi, sorridendo a tutti con grande pazienza. Aiutava tutti, specialmente chi ormai il peso degli anni aveva reso solo e fragile, dimenticando molte volte se stessa, per lei essere utile agli altri era vitale. Ma nel blu profondo dei suoi grandi occhi, nascondeva una profonda tristezza.

Un giorno iniziò a raccontarle la sua storia, storia di dolore, di annientamento, d’identità calpestata. Non era un elfo che si divertiva con Peter Pan e le fate nei giardini di Kensington, ma una piccola donna con tanti sogni traditi. Anche lei, come tante ragazze, era cresciuta aspettando il principe azzurro che la portasse all’altare ed in un giorno di festa incontrò il suo principe che volava su una moto e Nada s’immerse nei suoi occhi, sentì il cuore salpare come una barca nel vento con palpiti d’oro e sogni innocenti fino all’altare. Ma i fiori d’arancio presto appassirono ed insieme ai fiori anche i suoi sogni s’infransero negli scogli della realtà.

Il bel cavaliere non era un principe con un cuore gentile, ma un uomo infelice e pieno di rabbia che per sentirsi importante iniziò a maltrattare Nada, a trafiggerla di offese. Invece di augurarle il buon giorno al mattino, le lanciava la speranza che venisse investita mentre andava al lavoro. La casa dove aveva immaginato bambini giocare con il sorriso del cavaliere che tanto l’aveva incantata, si trasformò in una prigione di violente discussioni ed oggetti volanti che atterravano frantumandosi.

Le promesse sincere di non tuffarsi nell’alcool, ma di trovare un lavoro, puntualmente venivano dimenticate. Nada sentiva che lui aveva bisogno d’aiuto e sperava con il suo amore di salvarlo, in fondo le voleva bene e non poteva vivere senza di lei. Puntualmente dimenticò se stessa per dimostrargli che lo avrebbe reso felice, si caricò il peso di pagare tutti i conti della casa, di soddisfare i regali che lui chiedeva piagnucolando come un bambino, di sopportare le sue ire improvvise, la lapidazione continua di ricatti e squalifiche. Un giorno sostenne che voleva uccidere un bambino, semplicemente perché sventolava la bandiera della squadra di calcio avversaria alla sua.

Nada con il timore di guardare dietro la facciata, iniziò a chiedersi chi era veramente quell’uomo, tutto in lei voleva mentire preferiva continuare a vedere il principe che volava con la moto ed amava solo lei. Ma il cavaliere invece prese il volo per andare oltre Oceano e quando Nada lo chiamò per sentire com’era andato il viaggio verso la sua terra natia che tanto rimpiangeva, le rispose una voce di donna ed all’improvviso comprese che lui non aveva bisogno del suo amore, non era lei che lo doveva salvare. Piano piano nel cuore di Nada si sciolsero i legami di dipendenza ed i sensi di colpa, iniziò a nascere l’amore per se stessa e scelse la solitudine, difficile ed amara nei primi tempi, ma ricucire la propria vita significò riavere la propria vita.

Una sera, con ancora le ceneri del suo dolore nell’anima, andò ad una cena ed incontrò un uomo che non aveva niente di magico, ma semplicemente era un uomo che sapeva amare, capire e vivere la vita insieme con una piccola donna.

Cecilia

Cecilia aveva la musica che come un ruscello le scorreva incessantemente nell’anima ed una vita vissuta in paesi lontani, prima di conoscere l’isola da dove avevano avuto origine le sue radici. Il paese che la vide nascere si affacciava sulla Porta delle Lagrime e guardava il Mar Rosso ed il Mare Arabico, ma un giorno dovette lasciarlo con l’unica colpa d’essere straniera. Cecilia approdò poi nel Transvaal dove tutto luccicava di diamanti ed oro e del colore dell’apartheid.

Gli uomini non erano tutti uguali sotto lo stesso cielo ma erano distinti per colore e così appartenevano al colore della ricchezza o a quello della povertà. Quando dopo un tormentato cammino, attraverso un rovesciamento di Stato anche i bianchi dovettero accettare che non esisteva solo il colore della neve, Cecilia dovette abbandonare tutto ancora una volta. Ogni paese che aveva dovuto salutare per lei era stato un abbandono forzato, intriso di arrivederci sapendo che non ci sarebbe mai stato un ritorno, ma il distacco da chi amava e da tutto ciò di cui si era circondata. La musica cresceva con lei e leniva il dolore delle separazioni che la vita le regalava, il suo talento la fece accogliere in un’orchestra sinfonica, dove suonava tra il profumo delle zagare e l‘arte barocca, cullata dalle onde del Mediterraneo.

Un giorno trovò un amore sincero che sapeva cogliere la dolcezza della musica del suo cuore ed arricchirla del lato più spirituale della vita, imparò a distinguere la luce che illuminava l’essenza delle persone. Lei aveva sempre un gesto di comprensione e sosteneva che tristezza e la disperazione vengono da Dio, come la forza umana in tutta la sua bellezza. Ma un’altra sofferenza stava aspettando la piccola donna, scoprì che il suo corpo non era più immutabile, la malattia si era insinuata dentro e non sapeva dove il pericolo poteva portarla. Cecilia non si pensò mai come essere debole ma forte, seppe ascoltare chi già aveva attraversato il male che lasciava l’incertezza del futuro e ne fece tesoro, affrontò la lunga strada che l’aspettava con serenità.

Si sentì amata e confortata da vecchi e nuovi affetti che non sapeva di avere, trasformò la sua esperienza dolorosa in un cammino di crescita e comprensione verso chi ogni giorno incontrava. Questa crescita non bastò per lei, il suo corpo iniziava appena appena a sentirsi libero dalla sofferenza quando la colpì la notizia devastante che anche il suo papà si ritrovava a combattere con lo stesso male. Cecilia raccolse le sue forze e volò nell’isola dove i suoi genitori avevano ritrovato le radici di una beata infanzia. Aiutò la mamma ad accompagnare il padre nel tormento della malattia, ma per lui non c’era speranza, il suo cammino si stata concludendo ed avrebbe lasciato questa vita per una nuova vita.

Un’altra separazione aspettava Cecilia, ma per lei la vita era in ogni caso immensa ed aiutò il padre ad accogliere con coraggio il suo tramonto ed a prendere coscienza dell’infinito. Cecilia ha sempre saputo che chi ci lascia lo ritroviamo comunque nei nostri gesti nelle nostre parole: questo è il segreto della memoria, così non ci sentiamo mai soli.

Dora

Lo squillo del telefono la sorprese e si chiese chi poteva essere a quell’ora tarda della sera, corse a rispondere e sentì la voce dolcissima di Dora. Lei iniziò subito a scusarsi per non averla chiamata prima, purtroppo come sempre aveva molti impegni. Ora all’improvviso era arrivata Natasha, un dono dall’Ucraina. Natasha, come tanti bambini che vivono in orfanotrofio, aveva fatto un lungo viaggio per vivere un’estate da sogno con una signora Italiana che l’aveva richiesta. Lei era felice, finalmente si sentiva desiderata ma la signora, appena fece la sua conoscenza, si spaventò e chiese aiuto a Dora. Non comprese che la durezza e l’ostinazione della bambina erano una difesa verso il mondo, lei non era protetta da una mamma o da un papà, era sola, senza sicurezze, senza amore.

Dora, piuttosto di vedere Natasha ancora una volta soffrire, decise di occuparsi anche lei della bambina. Avrebbe tanto voluto avere dei figli, ma non sempre nella vita i desideri si realizzano. Forse per la piccola donna questa era l’unica opportunità di essere mamma per un’estate.

Non la sorprese più di tanto la scelta di Dora, conosceva profondamente la sua capacità di essere avvolgente e calorosa, come il fuoco del camino che ti accoglie dopo una giornata difficile e fredda. Dora la invitò a conoscere Natasha la sera successiva ed appena entrò nel cortile della sua casa, la trovò sulla porta ad attenderla, come se avesse paura che la sua amica non volesse conoscere una bambina venuta dall’orfanotrofio. Lei sorrise e disse tranquillizzando Dora: “assolutamente no”, anche lei si sentiva sempre orfana e rifiutata, era come un marchio indelebile che nascondeva come un segreto nel profondo del suo cuore.

Subito chiese a Dora la storia di Natasha. Purtroppo la bambina parlava un Italiano stentato, e lei non sapeva molto della sua vita, aveva compreso che i genitori la picchiavano, in quanto annegavano i loro problemi nel vino ed il fratello più grande aveva chiamato la polizia, così i due bambini più piccoli, Natasha ed Alioscia, erano stati allontanati ed assegnati a due orfanotrofi diversi. Purtroppo nessuno si preoccupò di loro, i bambini furono divisi -se fossero rimasti insieme almeno un pezzettino della loro famiglia avrebbero potuto ritrovarla l’uno nell’altra.

All’improvviso sentirono un bussare incessante alla porta e Natasha entrò come il vento frizzante ed allegro dell’estate. Lei la salutò e si presentò con un sorriso ed alla vista del suo bellissimo visetto dolce e caparbio, dove l’anima si rifletteva in due occhi di mare e cielo, con sua grande sorpresa non riuscì a trattenere le lacrime. Dora cercò di giustificarla con la bambina, spiegando che la sua amica era semplicemente commossa per aver fatto la sua conoscenza. Non riusciva a calmare il dolore, non capiva perché la vita fosse così ingiusta, una bambina di otto anni aveva il diritto di avere una mamma, come poteva essere abbandonata. Si chiedeva perché tanti bambini sono costretti a vivere senza quel legame più importante della vita, da dove cresce l’essenza dell’anima e la capacità di amare senza paura. A poco a poco si avvicinò a Natasha ed incominciò ad accarezzarla, era un piccolo cucciolo che voleva vivere appartenendo a qualcuno, sentirsi importante e protetta, non dover più essere una bambina aggressiva, solo per conquistarsi un giocattolo per un’ora.

Chissà se coccolare la bambina sarebbe stato un allargare la sua ferita di orfana, ma poi comprese che forse questo breve affetto si sarebbe trasformato in un caro ricordo che le avrebbe riscaldato il cuore nei momenti più tristi.

Dora, con la tenerezza, le carezze, la complicità e l’affetto riuscì ad essere per un’estate come l’acqua nel cuore assetato di Natasha. La bambina con lo sguardo impietrito e senza far trapelare la sua disperazione, dovette ripartire, la sua vacanza d’amore era finita e per Dora, dopo essere stata madre, si preparava il dolore più devastante della vita, doveva dire addio alla sua mamma.

All’improvviso si ammalò e rapidamente scivolò nel coma profondo, la paura allagò il cuore di Dora e come la speranza di specchiarsi ancora negli occhi della mamma si assottigliava, il dolore acuto le paralizzava l’anima. Una domenica mattina, la piccola donna andò dalla sua amica, entrò in giardino senza parlare, l’estate stava finendo, per lei era iniziata con l’essere madre e finiva con il perdere la madre. Le disse che non riusciva a pensare, si sentiva un’ombra, ora aveva solo suo fratello ed un padre padrone che solo la sua mamma riusciva a controllare. Non sentiva niente era agghiacciata, aveva fatto l’errore di credere che una mamma potesse morire a novant’ anni.

L’amore della madre è sempre gratuito, non averlo più è perdere sé stessi, le radici, la sicurezza, la consolazione, la terra, il cielo stellato, la madre è l’inizio e la fine di tutto.

© Gianella Galuppo

13 aprile 2008

Il suo Piccolo Principe

Filed under: SalaLetture — pcdazero @ 17:20

  bambini al tramonto

Aveva quarantasette anni ed aveva appena finito di leggere la favola del “Piccolo Principe”. Quando si è grandi non si leggono più le favole, un vero peccato. Da bambina leggeva anche i libri dei grandi, ma solo perché ogni libro era un rifugio per non sentirsi sola. A sei anni, impari a leggere ed il mondo ti si apre davanti e cominci a camminarvi da solo, ti ritrovi all’improvviso a scuola, con una maestra grassa e vecchia con la bacchetta in mano, pronta a fartela sentire se sbagli le lettere dell’alfabeto.

   Anche lei fino a sei anni aveva vissuto con il suo Piccolo Principe dai riccioli color della notte, erano felici nel loro piccolo pianeta, lui era Tarzan e lei Jane, lei il leone e lui il cacciatore, lui il tassista e lei la passeggera. Insieme viaggiavano nel loro pianeta a vedere castelli incantati e la casetta di cioccolata, incontravano i sette nani, le fate e Biancaneve, poi andavano al mare a nuotare. Al mare il cielo era blu, così blu che raramente lo ha rivisto così sulla terra, anche la pallina che correva sulle piste di sabbia era blu, vinceva sempre lui ed era molto bravo e bellissimo.

   La portava sempre con sè, prendeva la sua manina e sotto le stelle entravano nel sentiero incantato delle lucciole, inseguivano la loro luce, ma quando credevano d’averle nella manina, misteriosamente svanivano. Nel loro piccolo pianeta avevano i soldatini che facevano la guerra e lui era il generale che vinceva tutte le battaglie. Il suo Piccolo Principe sapeva leggere, le leggeva la favola di “Pinocchio e del Gigante” e lei con il naso all’insù lo ascoltava sperando tanto di avere presto sei anni per andare a scuola, così avrebbe imparato a leggere.

   Era quasi Natale ed ascoltava il suo Piccolo Principe imparare a memoria la poesia “Le ciaramelle” (…suono di culla, suono di mamma, suono del nostro dolce e passato pianger di nulla). Nelle dolci notti del Natale erano pieni di gioia, il loro pianeta sembrava un presepe, la voce della mamma era come una carezza, il papà prendeva in braccio i bambini perchè appendessero le palline sull’albero ed a loro sembravano tanti gioielli. Cercavano di non addormentarsi per vedere la Befana scendere dal camino e tutto brillava nella loro piccola calda casetta.

   Finalmente arrivò il suo sesto compleanno ed iniziò la scuola e lui, il suo Piccolo Principe, partì per la scuola dei grandi e non tornò mai più, se ne andò senza che potesse salutarlo. L’ultima volta che lo vide era un mattino di ottobre senza sole, stava in piedi sopra ad una sedia, indossava i vestiti della festa con la farfallina sul collo della camicia che sembrava in attesa di farlo volare. Aspettava la mamma che lo aiutasse ad indossare la giacchina grigia, profumava di liquirizia, alzò la testa e lo guardò in quegli occhi che cercava tutte le volte che aveva paura, gli chiese se aveva mangiato una liquirizia, ma spalancando la bocca lui disse di no.

   Poi la mamma le spiegò che era stata l’acqua a portarlo via, ma non capiva, lui sapeva nuotare, andavano sempre al mare loro due. Forse se n’era andato perché era cattiva e non era bella come lui. In un attimo il loro piccolo pianeta si congelò, non c’erano più le lucciole, il cielo blu e non correvano più in macchina a vedere fate e castelli, Biancaneve ed i sette nani. Incontrò la solitudine e l’alfabeto ed appena imparò l’alfabeto, fece la conoscenza dei libri che divennero per sempre i suoi amici. Così per un po’ non sentiva freddo e s’illudeva di ritrovare il Piccolo Principe in ogni libro che leggeva.

   Avrebbe voluto essere una stella, ma quando scese sulla terra, i grandi non l’hanno mai vista era come se fosse invisibile avvolta nella nebbia. Non sapeva che i grandi vedono con gli occhi mentre si vede bene solo con il cuore, l’essenziale è invisibile allo sguardo. La mamma un giorno riuscì a vederla ma era troppo tardi, sapeva che sarebbe partita e cercava di prepararla alla sua partenza. Ma cosa si lascia ad una bambina che dovrà vivere sola nel mondo dei grandi? Un’eredità ricca di tristezza e gelo. Quando si è molto tristi si amano i paesi lontani: per consolarsi visitò tanti paesi con i loro oceani e vulcani, i ghiacciai ed i deserti, splendide città con palazzi e templi e di ognuno di essi si porta nel cuore la ricchezza della conoscenza e la bellezza delle loro meraviglie, non bastavano gli occhi per vederli.

   Un giorno una dolce signora le fece capire che il suo Piccolo Principe non l’aveva lasciata perché era brutta e cattiva, ma era dovuto andare in un altro pianeta dove lo aspettava un altro compito o forse degli altri bambini per giocare e la mamma non l’aveva lasciata per andare da lui. Questa è la vita, anche se viverla è perdere quello che siamo stati. Ora quando chiude gli occhi li vede ridere nella loro stella. Ma quelle luci dell’albero, il piccolo presepio, la dolcezza dei sorrisi che facevano risplendere il Natale non li ha più ritrovati sulla terra. Nella terra quasi nessuno guarda con il cuore, e la malinconia a poco a poco scende come nebbia che tutto rende soffuso ed invisibile. Solo nel loro piccolo pianeta lei era una stella che brillava per il suo Piccolo Principe.

© Gianella Galuppo

9 aprile 2008

” La casa della Provvidenza “

Filed under: SalaLetture — adriano49 @ 08:40

    foto by Adriano – Colli Euganei 2006

 

LA CASA DELLA PROVVIDENZA –  di G.A.CIBOTTO

Ne ho visto di luoghi straordinari, ma quello che mi ha più colpito

si trova poco lontano da Padova,in vista dei Colli Euganei

dove si è ritirato in altra stagione il divino Petrarca,che adesso riposa

ad Arquà, davanti alla chiesa.

Vi si trova un istituto dove vengono accolti i bimbi ripudiati

dagli stessi genitori,nonni,parenti,fondato da un prete mio amico

che in vita tutti chiamano monsignore.

A percorrere i vari reparti della casa chiamata della Divina Provvidenza

si scopre l’altra faccia della vita,quella che tutti nascondono,

forse per una viltà congenita,forse per un barlume di saggezza che induce

talora a chiudere gli occhi. Si incontrano addiritura mostri

che a vederli fanno ribrezzo,assistiti da un gruppo di Suore Elisabettine

che li curano da mane a sera piene di amore e di riguardo.

Quando nel dopoguerra l’opera eè sorta,dedicata a S.Antonio da Padova,

ho chiesto al suo fondatore Frasson,non senza un filo d’ironia,

come riuscisse a far quadrare i conti:<< Ci pensa la Provvidenza Divina >>

mi ha risposto con tranquillo abbandono.

Sono rimasto a fissarlo disorientato,tanto più che si era appena lamentato

di non avere più soldi per acquistare biancheria nuova per gli ultimi arrivati.

Stavamo per affrontare un altro tema scottante

quando ha fatto irruzione il portiere ad annunciare l’arrivo di un camion

mandato da un benefattore volutamente anonimo,

carico di lenzuola ed asciugamani.Come ai tempi in cui era mio superiore

al vetusto Collegio << Barbarigo >>, don Frasson mi ha invitato a

recitare in ginocchio una preghiera di ringraziamento alla Madonna,

definita protettrice della casa che ogni anno accoglie nei suoi

padiglioni sempre nuovi ospiti,rifiutati un po’ da tutti.

Dopo averlo salutato con slancio,nel raggiungere l’uscita mi è

venuto spontaneo di chiedermi se,contrariamente a quanto si dice,

non esistano ancora uomini e donne dotati di cuore,che nel loro

animo conoscono ancora la bontà……

 

30 marzo 2008

C’era una Bambola ad Auschwitz

Filed under: SalaLetture — pcdazero @ 00:05
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Da molto tempo aveva un sogno da realizzare, un viaggio in Polonia. Da quando aveva scoperto la storia di Daniella, nonostante fossero trascorsi molti anni, non l’aveva mai dimenticata. Finalmente il suo sogno si avverò e partì con la certezza che ora avrebbe ripercorso il viaggio della giovane vita di Daniella.

Quando arrivò a Cracovia, il cui cuore pulsava nella splendida piazza del mercato, circondata da palazzi colorati che si ergevano verso il cielo, la guardò con occhi incantati da tanta bellezza. Si chiese se in quell’estate del 1939 anche Daniella avesse visto il mondo luminoso come avrebbe dovuto essere per una quattordicenne, alla sua prima escursione con le compagne di classe. Nella piazza del mercato il suo mondo di sogni che il cuore aveva intessuto con i fili d’argento della fantasia, finì per sempre. I soldati tedeschi avevano ordinato agli ebrei di stendersi con la faccia a terra. Improvvisamente la piazza era stata pavimentata di schiene umane e Daniella quando rialzò gli occhi, vide solo terrore e morte. Eppure si riteneva fortunata, il suo diario color porpora con una piastrina di bronzo, le aveva salvato la vita.

Prima di partire per la sua gita tanto desiderata, lo aveva infilato nello zaino che si era caricata sulle spalle e la pallottola aveva sfregiato la piastrina, così la dedica “Alla mia intelligente Daniella, da suo fratello Harry “, fu deturpata per sempre come il resto dei suoi giorni. Continuò la visita della città, cercando il ghetto dove la ragazzina aveva vissuto lavorando nel magazzino degli stracci. Nessuno aveva saputo dire a Daniella da dove venivano quei carichi di vestiti e tanto meno dove erano finite le persone che li avevano indossati.

Il ghetto a Cracovia non esisteva più, era stato cancellato, non aveva ritrovato il luogo dove Daniella invece di andare a scuola e vivere con la gioia della spensieratezza, ogni giorno con la lama di un coltello doveva scucire vestiti che sarebbero stati trasformati in tomaie di zoccoli per chissà chi. La fanciulla ogni volta che vedeva scivolare una lettera od una foto dai vestiti che tagliava pensava ai suoi cari, avrebbe voluto raccoglierli. Ma nessuno poteva toccarli, venivano spazzati via ed ammucchiati in mezzo ai rifiuti. Tanti volti, tante parole, ricordi di momenti felici, tante vite giacevano a terra, per loro era già ieri. Si può cancellare un ghetto dove le vite che ci hanno vissuto sono state private della loro identità e della libertà di esistere. Persone trasformate in ombre terrorizzate giorno e notte con l’incubo di un futuro oscuro. Tutto materialmente si può cancellare, ma non l’essenza di un individuo, essa rimane sempre nella memoria di chi l’ha amato.

Dopo Cracovia continuò il viaggio verso Auschwitz, come vide il famoso cancello, guardò il cielo azzurro, uno stormo di uccellini volavano liberi. Sapeva che non era neanche una piccola parte del pianeta Auschwitz esistito, non avrebbe visto l’inferno che aveva rubato la vita a Daniella, non ci sarebbe stata la neve, il gelo che penetrava nelle baracche e nei corpi con ben poco di umano, non avrebbe visto occhi disperati e terrorizzati, scheletri affamati che lavoravano in mezzo al fango. Cercò di congelare i suoi sentimenti e si disse che non avrebbe pianto. Iniziò a camminare nel campo, aveva una sensazione strana, passeggiare in quel pianeta non era facile, tutto era perfettamente in ordine, ma il ricordo della storia di Daniella continuava a farsi sentire.

Quando entrò nella prima baracca e vide le cuccette di legno, pensò alla prima volta che vi entrò la fanciulla con il numero di matricola tatuato sul petto. Non sentiva il dolore della bruciatura, poiché la vita era sospesa come un filo di lana negli occhi gelidi delle sorveglianti. Forse una di quelle cuccette era la stessa dove in mezzo alla paglia sporca giaceva Renya. Una vecchia con la bocca spalancata, dai denti enormi a cui Daniella regalò la sua pagnotta. Quando Daniella protese le braccia verso la povera Renya per asciugarle le lacrime ed imboccarla, le chiese da dove veniva e quanti anni aveva. La vecchia Renya rispose che non aveva ancora finito la scuola superiore aveva, la stessa età di Daniella. Cosa avevano provato tutte quelle giovani ragazze quando si guardavano in viso, vedevano solo scheletri, dei vecchi scheletri. Dov’erano andati i loro capelli di seta, le guance rosee come una pesca ed occhi sognanti una vita splendente ancora da scoprire. Avrebbe voluto non ricordare, non pensare, ma ormai era entrata e continuò il percorso, anche se le sue gambe volevano uscire e gli occhi guardare il sole e la vita.

Arrivò alla baracca chiamata “Istituto d’Igiene e di Ricerche scientifiche”, ma non era accessibile al pubblico. Chiuse gli occhi e le sembrò di vedere Daniella nel momento del suo risveglio dentro ad una gabbia, legata ad una sbarra di ferro con le ginocchia alzate e dolori lancinanti nella parte inferiore della spina dorsale. Intorno a sé tante gabbie con tante giovani donne, dove i loro organi femminili erano usati nelle più impensabili e spaventose sperimentazioni. A loro veniva strappato il dono di essere madre per amore. Daniella fu destinata alla “Divisione della gioia”, le cui baracche erano dipinte di rosa con i fiori rossi e le tendine ed erano chiamate “la casa delle bambole”. Nella “casa delle bambole”, i corpi delle ragazze erano ben sorvegliati per mantenerli sani ed integri. Se un soldato tedesco non era soddisfatto del “trattenimento”, il destino delle fanciulle era segnato e dalla “casa delle bambole” svanivano come farfalle che volavano per un breve attimo. Continuava ad osservare quei volti appesi ai muri resi tutti uguali, senza capelli, stessi occhi infossati dilaniati dalla paura e dalle loro labbra sembrava uscisse una domanda “perché tutto questo? Quando finirà?”

Dalle loro valigie con gli indirizzi ancora scritti sopra, dai loro occhiali ammucchiati, dai loro capelli tagliati, era come se delle voci sussurrassero le loro storie, chi erano stati, cosa facevano chi avevano amato. Ogni creatura finita in quell’inferno non poteva più amare, ridere, correre, cantare con gioia e libertà, erano diventati nullità. Non riusciva più a trattenere le lacrime, cercò di stringere il cuore in una morsa di indifferenza, si chiedeva in nome di cosa era avvenuto l’annientamento di tutti quegli esseri.

Quando entrò nella camera a gas, avrebbe voluto gridare, tanto era agghiacciante quella tomba tetra e mostruosa. Chissà quante “bambole” erano entrate in quella tomba ed erano uscite sopra ad un carrello per essere inghiottite dai forni crematori e scomparire per sempre. Non riuscì mai più a dimenticare l’odore forte dei corpi bruciati nonostante gli anni trascorsi, le pareti ne erano ancora impregnate. La piccola Daniella non passò dalla camera a gas, lei scelse di andarsene libera; dopo essere riuscita a rivedere il suo amato fratello Harry, decise di regalare una licenza premio ad una sentinella.

In una notte di luna piena, abbandonò per sempre la “casa delle bambole”, non attese che la cogliesse la morte. Avrebbe portato con sé la sua identità, il suo cuore di adolescente ricco di bellezza, di sogni e dell’amore che aveva ricevuto nella sua famiglia felice. Avrebbe lasciato in regalo alla “casa delle bambole” il suo corpo di “bambola”. Così nella notte una sentinella prese lentamente la mira su quella delicata figura di angelo bianco che camminava sicura, illuminata dalla luce della luna verso il cielo . Ed in cambio di uno sparo, avrebbe ricevuto un encomio perché uccidere, significava avere una licenza premio e magari abbracciare la propria madre, o la propria sposa, accompagnare in chiesa i propri figli. Quando sentì il rumore stridente del carrello scorrere sulle rotaie del forno crematorio, si scosse all’improvviso, si girò per fuggire, ma si fermò, prese coscienza che quel viaggio non l’avrebbe mai più dimenticato.

Da tempo aveva smesso di chiedere al Signore perché succedevano tante crudeltà. Pensava che nella vita tutto ci aiutava a crescere. Quel dolore però era infinito e pesante, non sarebbe mai stato rimosso, chi era l’uomo? Che uomini erano stati? Cosa aveva significato per loro sopraffare ed annientare tante creature? Chissà se dopo tanta devastazione erano riusciti ad amare ancora? Se ne andò da quell’inferno, con il cuore bloccato. Non riuscì a parlare per diverse ore, si asciugò le lacrime di nascosto. Piano piano, le salì una preghiera dall’anima, affinché il Signore non abbandonasse più l’uomo alla mostruosità dell’onnipotenza ed al nulla assoluto del pianeta Auschwitz.

© Gianella Galuppo

2 marzo 2008

Perche’ Sanremo e’ Sanremo ………. Ovvero il male di vivere

Filed under: Canzoni,PuntoD'Incontro,SalaLetture — rossaurashani @ 18:51

IL MALE DI VIVERE

Questa notte come altre notti di tanti anni passati si è concluso il Festival, unico a portare per diritto la effe maiuscola, il Festival di Sanremo.

Oggi colgo l’occasione, visto che non seguo mai questa kermesse canora e i miei gusti musicali sono decisamente di altro tipo, vorrei proporre una riflessione, molto meno leggera e contemporaneamente molto più toccante di una questione che il Festival ci ricorda o almeno ricorda a me: Il male di vivere.

Vi propongo con una certa emozione questo video

Personalmente amo la vita più di me stessa, ma potrei dire che ci vuole poco. Sono sempre priva di difese di fronte al dolore degli altri, perché non posso nulla, o almeno mi sento impotente. Le parole non sono mai sufficienti e la partecipazione e la condivisione è un fatto molto più personale che generale.

La vita che diventa insopportabile a qualcuno è la stessa vita che malgrado tutto io riesco ad amare moltissimo. Quale incongruenza incredibile! Riuscirò mai a capire quale malessere può condurre ad una risoluzione così drastica e definitiva? Eppure questa scelta non è così lontana ed inconcepibile al mio sentire e a quello di molti altri.

Vi ripropongo in questo video la risposta di un grande di fronte a quella morte

Ho avuto un momento di perplessità, se proporre questo post come “Canzoni” oppure come “Puntod’ Incontro” eppure anche ” SalaLetture” non sarebbe stata impropria….. non solo canzonette, non solo momento di riflessione comune, ma anche (scusa Crozza-Veltroni:-) lettura del volto oscuro della vita.

Rossaura

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