Lettere Al Futuro

27 aprile 2008

Storie di piccole donne

Filed under: SalaLetture — pcdazero @ 15:49
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Clara

Era una sera di settembre ed una piccola donna pensava alla sua amica Clara, sperava che quella sera andasse in piscina con lei, l’acqua era come la rugiada e tutto diventava gioioso e giocondo come quando si era bambini. Purtroppo anche quella sera Clara telefonò per dire che non stava molto bene e non sarebbe andata.

Clara le mancava molto, lei riusciva sempre a capirla ed a volte le faceva scoprire nuovi modi di osservare i problemi, tanto che le difficoltà non erano più insuperabili ma tutto sembrava semplice e raggiungibile senza paura. Il giorno dopo pensò di andare a trovare Clara, la sua casa era piacevole, calda ed avvolgente con i colori luminosi del giallo del grano maturo, le chiese come stava, ma Clara invece di rispondere fece un sorriso incredulo e gli occhi le s’illuminarono dicendo che non sarebbe più venuta in piscina, allora la piccola donna si fece coraggio e balbettando chiese se aspettava un bambino, Clara rispose di sì nascondendo con le mani un sorriso, quasi con la paura che non fosse vero che fosse ancora un sogno. Le due amiche si abbracciarono emozionate e la casa di Clara piano piano divenne un piccolo mondo incantato in attesa di accogliere il suo bambino, era veramente felice, la vita le stava facendo un prezioso regalo inaspettato.

Una sera arrivò una telefonata inquietante, Clara era in ospedale, stava male, molti pensieri si accavallavano nella mente della piccola donna, cercava di convincersi che era solo un malessere passeggero, tutto sarebbe andato bene, non poteva andare male, non alla sua cara amica. Appena entrò in ospedale vide Leo con la mamma di Clara, comprese che qualcosa era successo, chiese a Leo di Clara, lui rispose con un “insomma”, ma quando chiese del bambino, Leo riuscì solo a dire che era “andato”, la voce gli si spense e non riuscì a pronunciare nessun’altra parola. Un’infermiera la fece entrare da Clara e rimase con lei fino al momento del parto.

Il suo viso era spento, senza espressione e senza lacrime, iniziò a raccontare ogni dettaglio della sua triste storia di mamma, la voce senza vibrazioni di tono cercava di contenere i sentimenti come volesse chiudere la porta alla realtà che la aspettava. Stava partorendo un bambino che non avrebbe mai conosciuto, abbracciato, cullato, non avrebbe mai accarezzato i suoi occhi ed il suo volto che tanto aveva immaginato. Il bambino si era addormentato per sempre mentre lei lo portava nel grembo materno, mancavano solo tre mesi e mezzo alla nascita, ma se n’era andato prima. Nessuno se lo sapeva spiegare, Clara non trovò una risposta. Non poteva dare un senso a quello che le era accaduto, semplicemente apparteneva ad uno dei misteri della vita.

Clara tornò a casa con nel cuore conficcata una spada di ghiaccio che ogni mattina puntuale ritrovava al risveglio e la accompagnava tutto il giorno, la notte era diventata un appuntamento ambito, per alcune ore s’illudeva di non sentirla più, scivolando nell’oblio del sonno. I giorni passavano e la piccola donna vicino a Clara si sentiva in colpa ed impotente, non riusciva a rassicurarla e le parole non servivano a niente, avrebbe voluto abbracciarla stretta stretta e possedere una bacchetta magica per cancellare il suo gran dolore. Non le era neppure stata concessa la memoria, non poteva ritrovare i gesti ed i sorrisi del suo bambino nei ricordi.

La piccola Clara cercò a lungo nel suo cuore e là dove la speranza sembrava spenta per sempre, trovò una piccola luce ed iniziò la difficile risalita dal buio. Quando riuscì a salutare il suo bambino ed a lasciarlo andare a giocare felice con piccoli angeli dai boccoli d’oro, il suo cuore si riaprì e fece spazio ad una nuova vita. Un giorno di fine febbraio, mentre le vispe mascherine danzavano tra stelle filanti e coriandoli, arrivò Aurora che dipinse il cielo di Clara e Leo di orizzonti dorati. Una nuova vita iniziò dal coraggio di accettare la perdita e ritrovare la speranza in un mondo di dolore e di gioia.

Nada

La prima volta che vide Nada le sembrò un elfo uscito dai giardini di Kensington, continuava a lavorare veloce senza fermarsi, sorridendo a tutti con grande pazienza. Aiutava tutti, specialmente chi ormai il peso degli anni aveva reso solo e fragile, dimenticando molte volte se stessa, per lei essere utile agli altri era vitale. Ma nel blu profondo dei suoi grandi occhi, nascondeva una profonda tristezza.

Un giorno iniziò a raccontarle la sua storia, storia di dolore, di annientamento, d’identità calpestata. Non era un elfo che si divertiva con Peter Pan e le fate nei giardini di Kensington, ma una piccola donna con tanti sogni traditi. Anche lei, come tante ragazze, era cresciuta aspettando il principe azzurro che la portasse all’altare ed in un giorno di festa incontrò il suo principe che volava su una moto e Nada s’immerse nei suoi occhi, sentì il cuore salpare come una barca nel vento con palpiti d’oro e sogni innocenti fino all’altare. Ma i fiori d’arancio presto appassirono ed insieme ai fiori anche i suoi sogni s’infransero negli scogli della realtà.

Il bel cavaliere non era un principe con un cuore gentile, ma un uomo infelice e pieno di rabbia che per sentirsi importante iniziò a maltrattare Nada, a trafiggerla di offese. Invece di augurarle il buon giorno al mattino, le lanciava la speranza che venisse investita mentre andava al lavoro. La casa dove aveva immaginato bambini giocare con il sorriso del cavaliere che tanto l’aveva incantata, si trasformò in una prigione di violente discussioni ed oggetti volanti che atterravano frantumandosi.

Le promesse sincere di non tuffarsi nell’alcool, ma di trovare un lavoro, puntualmente venivano dimenticate. Nada sentiva che lui aveva bisogno d’aiuto e sperava con il suo amore di salvarlo, in fondo le voleva bene e non poteva vivere senza di lei. Puntualmente dimenticò se stessa per dimostrargli che lo avrebbe reso felice, si caricò il peso di pagare tutti i conti della casa, di soddisfare i regali che lui chiedeva piagnucolando come un bambino, di sopportare le sue ire improvvise, la lapidazione continua di ricatti e squalifiche. Un giorno sostenne che voleva uccidere un bambino, semplicemente perché sventolava la bandiera della squadra di calcio avversaria alla sua.

Nada con il timore di guardare dietro la facciata, iniziò a chiedersi chi era veramente quell’uomo, tutto in lei voleva mentire preferiva continuare a vedere il principe che volava con la moto ed amava solo lei. Ma il cavaliere invece prese il volo per andare oltre Oceano e quando Nada lo chiamò per sentire com’era andato il viaggio verso la sua terra natia che tanto rimpiangeva, le rispose una voce di donna ed all’improvviso comprese che lui non aveva bisogno del suo amore, non era lei che lo doveva salvare. Piano piano nel cuore di Nada si sciolsero i legami di dipendenza ed i sensi di colpa, iniziò a nascere l’amore per se stessa e scelse la solitudine, difficile ed amara nei primi tempi, ma ricucire la propria vita significò riavere la propria vita.

Una sera, con ancora le ceneri del suo dolore nell’anima, andò ad una cena ed incontrò un uomo che non aveva niente di magico, ma semplicemente era un uomo che sapeva amare, capire e vivere la vita insieme con una piccola donna.

Cecilia

Cecilia aveva la musica che come un ruscello le scorreva incessantemente nell’anima ed una vita vissuta in paesi lontani, prima di conoscere l’isola da dove avevano avuto origine le sue radici. Il paese che la vide nascere si affacciava sulla Porta delle Lagrime e guardava il Mar Rosso ed il Mare Arabico, ma un giorno dovette lasciarlo con l’unica colpa d’essere straniera. Cecilia approdò poi nel Transvaal dove tutto luccicava di diamanti ed oro e del colore dell’apartheid.

Gli uomini non erano tutti uguali sotto lo stesso cielo ma erano distinti per colore e così appartenevano al colore della ricchezza o a quello della povertà. Quando dopo un tormentato cammino, attraverso un rovesciamento di Stato anche i bianchi dovettero accettare che non esisteva solo il colore della neve, Cecilia dovette abbandonare tutto ancora una volta. Ogni paese che aveva dovuto salutare per lei era stato un abbandono forzato, intriso di arrivederci sapendo che non ci sarebbe mai stato un ritorno, ma il distacco da chi amava e da tutto ciò di cui si era circondata. La musica cresceva con lei e leniva il dolore delle separazioni che la vita le regalava, il suo talento la fece accogliere in un’orchestra sinfonica, dove suonava tra il profumo delle zagare e l‘arte barocca, cullata dalle onde del Mediterraneo.

Un giorno trovò un amore sincero che sapeva cogliere la dolcezza della musica del suo cuore ed arricchirla del lato più spirituale della vita, imparò a distinguere la luce che illuminava l’essenza delle persone. Lei aveva sempre un gesto di comprensione e sosteneva che tristezza e la disperazione vengono da Dio, come la forza umana in tutta la sua bellezza. Ma un’altra sofferenza stava aspettando la piccola donna, scoprì che il suo corpo non era più immutabile, la malattia si era insinuata dentro e non sapeva dove il pericolo poteva portarla. Cecilia non si pensò mai come essere debole ma forte, seppe ascoltare chi già aveva attraversato il male che lasciava l’incertezza del futuro e ne fece tesoro, affrontò la lunga strada che l’aspettava con serenità.

Si sentì amata e confortata da vecchi e nuovi affetti che non sapeva di avere, trasformò la sua esperienza dolorosa in un cammino di crescita e comprensione verso chi ogni giorno incontrava. Questa crescita non bastò per lei, il suo corpo iniziava appena appena a sentirsi libero dalla sofferenza quando la colpì la notizia devastante che anche il suo papà si ritrovava a combattere con lo stesso male. Cecilia raccolse le sue forze e volò nell’isola dove i suoi genitori avevano ritrovato le radici di una beata infanzia. Aiutò la mamma ad accompagnare il padre nel tormento della malattia, ma per lui non c’era speranza, il suo cammino si stata concludendo ed avrebbe lasciato questa vita per una nuova vita.

Un’altra separazione aspettava Cecilia, ma per lei la vita era in ogni caso immensa ed aiutò il padre ad accogliere con coraggio il suo tramonto ed a prendere coscienza dell’infinito. Cecilia ha sempre saputo che chi ci lascia lo ritroviamo comunque nei nostri gesti nelle nostre parole: questo è il segreto della memoria, così non ci sentiamo mai soli.

Dora

Lo squillo del telefono la sorprese e si chiese chi poteva essere a quell’ora tarda della sera, corse a rispondere e sentì la voce dolcissima di Dora. Lei iniziò subito a scusarsi per non averla chiamata prima, purtroppo come sempre aveva molti impegni. Ora all’improvviso era arrivata Natasha, un dono dall’Ucraina. Natasha, come tanti bambini che vivono in orfanotrofio, aveva fatto un lungo viaggio per vivere un’estate da sogno con una signora Italiana che l’aveva richiesta. Lei era felice, finalmente si sentiva desiderata ma la signora, appena fece la sua conoscenza, si spaventò e chiese aiuto a Dora. Non comprese che la durezza e l’ostinazione della bambina erano una difesa verso il mondo, lei non era protetta da una mamma o da un papà, era sola, senza sicurezze, senza amore.

Dora, piuttosto di vedere Natasha ancora una volta soffrire, decise di occuparsi anche lei della bambina. Avrebbe tanto voluto avere dei figli, ma non sempre nella vita i desideri si realizzano. Forse per la piccola donna questa era l’unica opportunità di essere mamma per un’estate.

Non la sorprese più di tanto la scelta di Dora, conosceva profondamente la sua capacità di essere avvolgente e calorosa, come il fuoco del camino che ti accoglie dopo una giornata difficile e fredda. Dora la invitò a conoscere Natasha la sera successiva ed appena entrò nel cortile della sua casa, la trovò sulla porta ad attenderla, come se avesse paura che la sua amica non volesse conoscere una bambina venuta dall’orfanotrofio. Lei sorrise e disse tranquillizzando Dora: “assolutamente no”, anche lei si sentiva sempre orfana e rifiutata, era come un marchio indelebile che nascondeva come un segreto nel profondo del suo cuore.

Subito chiese a Dora la storia di Natasha. Purtroppo la bambina parlava un Italiano stentato, e lei non sapeva molto della sua vita, aveva compreso che i genitori la picchiavano, in quanto annegavano i loro problemi nel vino ed il fratello più grande aveva chiamato la polizia, così i due bambini più piccoli, Natasha ed Alioscia, erano stati allontanati ed assegnati a due orfanotrofi diversi. Purtroppo nessuno si preoccupò di loro, i bambini furono divisi -se fossero rimasti insieme almeno un pezzettino della loro famiglia avrebbero potuto ritrovarla l’uno nell’altra.

All’improvviso sentirono un bussare incessante alla porta e Natasha entrò come il vento frizzante ed allegro dell’estate. Lei la salutò e si presentò con un sorriso ed alla vista del suo bellissimo visetto dolce e caparbio, dove l’anima si rifletteva in due occhi di mare e cielo, con sua grande sorpresa non riuscì a trattenere le lacrime. Dora cercò di giustificarla con la bambina, spiegando che la sua amica era semplicemente commossa per aver fatto la sua conoscenza. Non riusciva a calmare il dolore, non capiva perché la vita fosse così ingiusta, una bambina di otto anni aveva il diritto di avere una mamma, come poteva essere abbandonata. Si chiedeva perché tanti bambini sono costretti a vivere senza quel legame più importante della vita, da dove cresce l’essenza dell’anima e la capacità di amare senza paura. A poco a poco si avvicinò a Natasha ed incominciò ad accarezzarla, era un piccolo cucciolo che voleva vivere appartenendo a qualcuno, sentirsi importante e protetta, non dover più essere una bambina aggressiva, solo per conquistarsi un giocattolo per un’ora.

Chissà se coccolare la bambina sarebbe stato un allargare la sua ferita di orfana, ma poi comprese che forse questo breve affetto si sarebbe trasformato in un caro ricordo che le avrebbe riscaldato il cuore nei momenti più tristi.

Dora, con la tenerezza, le carezze, la complicità e l’affetto riuscì ad essere per un’estate come l’acqua nel cuore assetato di Natasha. La bambina con lo sguardo impietrito e senza far trapelare la sua disperazione, dovette ripartire, la sua vacanza d’amore era finita e per Dora, dopo essere stata madre, si preparava il dolore più devastante della vita, doveva dire addio alla sua mamma.

All’improvviso si ammalò e rapidamente scivolò nel coma profondo, la paura allagò il cuore di Dora e come la speranza di specchiarsi ancora negli occhi della mamma si assottigliava, il dolore acuto le paralizzava l’anima. Una domenica mattina, la piccola donna andò dalla sua amica, entrò in giardino senza parlare, l’estate stava finendo, per lei era iniziata con l’essere madre e finiva con il perdere la madre. Le disse che non riusciva a pensare, si sentiva un’ombra, ora aveva solo suo fratello ed un padre padrone che solo la sua mamma riusciva a controllare. Non sentiva niente era agghiacciata, aveva fatto l’errore di credere che una mamma potesse morire a novant’ anni.

L’amore della madre è sempre gratuito, non averlo più è perdere sé stessi, le radici, la sicurezza, la consolazione, la terra, il cielo stellato, la madre è l’inizio e la fine di tutto.

© Gianella Galuppo

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