Lettere Al Futuro

10 Maggio 2008

Come di consueto, la seconda domenica di maggio è dedicata alla ricorrenza della Festa della Mamma.

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foto by Adriano 2006

 

Come di consueto, la seconda domenica di maggio è dedicata alla ricorrenza della Festa della Mamma.
La festa ha radici molto antiche, legate al culto delle divinità della fertilità, che veniva ricordata proprio nel periodo di passaggio dall’inverno alla primavera, quando il mondo contadino cominciava a raccogliere i frutti della terra risvegliatasi dal letargo.

A togliere i connotati di festa religiosa, contribuì Julia Ward Howe, attivista pacifista e abolizionista della schiavitù che nel 1870 propose di fatto l’istituzione del Mother’s Day (Giorno della madre), come momento di riflessione contro la guerra, che nel ‘14 con Wilson divenne espressione pubblica di amore e gratitudine per le madri e speranza per la pace.   ( tratto da Disabili.com)

dedicata a tutte le MAMME la poesia ” Mia Madre….Pensando ” di Elia Bacchiega

Raccoglievi fiori

come doglie di parto

preghiere senza fede,

trovavi coraggio

nei lembi consulti di povertà

scavando sangue dal granito

unghie,mani sporche

di terra antica

nel dolore

che ripetutamente trovavi.

Irriconoscente

ti ho amata a modo mio

cieco dal calore lontano

e lunga scia di perdoni

che madre e figlio comprendono.

E’ rimasto nel tavolo

solo traccie di farina e sudore

il silenzio dei tuoi pensieri

l’urlo delleragioni

i pianti che nessuno sentiva

e mio padre a guardare.

Le poesie sono queste

mai dette,mai scritte

rime imprigionate nei ricordi

senza un violino che suona.

Nei rimasti fiori da cogliere

capisco perchè

non ti ho mai sentito cantare…..

 poesia tratta da (  Elia Bacchiega - “Quando i sogni diventano parole ” Veniglia Editrice

“Angeli senza ali, e vestiti da infermiere “

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 foto by Manuela 2006

da “Il Gazzettino ” di sabato 10/05/2008 - cronaca di Vicenza

 

10-mag
Angeli senza ali. Gli unici che in realtà
incontriamo durante questa vita. Angeli che,
pur privi di pennute propaggini, volano fino a
toccare lo stesso la nostra intimità. Come gli
alpini che fino a domani si radunano a Bassano,
capaci di riempire il mondo della loro generosità.
Come i poeti a cui lo sciopero delle Ferrovie
ieri ha impedito di donare i propri versi ai
viaggiatori della stazione di Vicenza, secondo
quanto previsto da un festival itinerante. Implumi cherubini
come Michela, Clara e Caterina, infermiere del reparto di
ginecologia all’ospedale San Bortolo.
Ha in mente soprattutto loro, assieme ai dottori Bordin e
Tomaini che l’hanno operata, la signora Antonella Paiusco, 31
anni, commessa, sposata con Federico Gazzetta, impiegato.
Allettata nella sua casa di Laghetto, così spiega il perché:
«Tutto comincia una settimana fa quando, incinta da poche
settimane, vado a fare l’ecografia prevista. È la mia prima
gravidanza, figuratevi l’eccitazione prima e la disperazione
subito dopo, quando mi dicono che il bimbo non si trova
nell’utero, che rischio di restarci e che bisogna ricoverarmi in
ospedale». Il sogno si tramuta così nell’incubo
di un intervento per gravidanza extrauterina,
con asportazione del feto, oltre che della tuba a
cui si era aggrappato. «Mi sveglio in reparto e
mi sento morire - ricorda la signora Paiusco -
perché il mio letto è nelle stanze dove sono
ricoverate altre donne che hanno abortito,
mentre dall’altra ala del reparto arrivano i
pianti dei neonati portati alle loro mamme, oppure
a dormire nella nursery. I medici mi assicurano
che una sola tuba è sufficiente per rimanere ancora
incinta, ma non riesco a trovare pace. Come se non bastasse,
vedo arrivare ragazze che chiedono la pillola del giorno dopo,
spaventate di una cosa che a me darebbe solo un’immensa
gioia, e allora mi ripeto che nulla di tutto ciò ha senso».
Poi, quando è notte, un po’ di pace in realtà arriva: «Sono le
carezze di queste infermiere, che si fermavano sempre ad
ascoltare, incoraggiandomi a parlare, a piangere, a sfogare
tutto il mio dolore. Erano come lo zucchero che ci vuole per
bere un buon caffé». Verità e silenzi da donna a donna. Battiti
di cuori così forti da diventare ali. Vita.
Stefano Ferrio            
               
               

 

 

9 Maggio 2008

Icaro e il suo primo anno alla scuola superiore. La lettera della madre

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 11:34

La vicenda di “Icaro”, un ragazzo tredicenne con disabilità grave iscritto al primo anno del Liceo in Scienze sociali: le buone premesse e le speranze, le delusioni e la lotta con il quotidiano. Le difficoltà di comunicazione, le carenze dell’insegnamento, l’apprendimento che si limita alla pura socializzazione e la “concorrenza” con gli altri studenti della classe

Vorrei raccontare le nostre avventure di genitori di ragazzo disabile grave, iscritto al primo anno di scuola superiore… nonché le avventure dell’interessato nella scuola medesima! Dopo la “scoperta” delle capacità di nostro figlio, disabile motorio grave, che non parla, ma scrive con la tecnica della comunicazione facilitata, e data la sua passione per lo studio e il desiderio più volte espresso di fare un giorno il giornalista e lo scrittore, pensavamo di fargli un regalo bellissimo, iscrivendolo alla scuola superiore: i risultati delle scuole medie erano stati incoraggianti!

Dopo esserci guardati un po’ intorno, abbiamo seguito il consiglio della responsabile del settore H dell’Usp di Pisa, e abbiamo scelto l’istituto E. Montale di Pontedera. Prima liceo delle Scienze sociali: il percorso curricolare sembrava fatto apposta per lui! Siamo andati a parlare con la responsabile del gruppo H della scuola e con la preside, presentando con entusiasmo il nostro meraviglioso figlio, che chiamerò Icaro - lo pseudonimo che lui stesso si è scelto tempo fa. Siamo andati così sicuri di lui e di noi stessi da non fare attenzione ai segnali che da subito avrebbero dovuto metterci in allarme: le pretese difficoltà di strutturare prove adatte per lui, l’invito a “pensarci su” prima di comprare i libri di testo, l’annuncio telefonico in una domenica d’estate che drammaticamente ci avvisava che “la sua classe era stata soppressa” e bisognava spostarlo… e le infinite discussioni telefoniche e per posta elettronica al riguardo, perché ci eravamo impuntati a non volerlo spostare, era stato iscritto per tempo e aveva gli stessi diritti dei suoi compagni normodotati… Non avevamo capito, io per prima, mamma “bislacca” (era così fuori dal mio sentire…) che nostro figlio sarebbe stato gradito, certo, in quella scuola, ma solo “a patto che”.

A patto che mettesse da parte le sue potenzialità e le sue “pretese” di apprendimento, e si adattasse a quello che la scuola poteva essere per lui, un buon parcheggio ben organizzato (c’è perfino il bagno attrezzato a pianterreno!) con persone che “affettuosamente” avrebbero “dosato” la sua “socializzazione” con i compagni normodotati, che, loro, avrebbero studiato e imparato. A lui, studiare e imparare, esprimere il proprio pensiero, non doveva interessare. Con la bellezza di tre insegnanti di sostegno (per via delle tre aree didattiche) per 15 ore la settimana e un’assistente all’autonomia per 12, per un totale di 27 ore - un lusso negato a molti, è vero - apprendere e poter dimostrare quanto appreso non doveva essergli concesso: lui, come ai tempi della materna, sarebbe andato a scuola per socializzare. Il famigerato “percorso differenziato”, che consente la frequenza della scuola, sì, ma “in un altro modo”. Soprattutto, quasi esclusivamente, socializzante. Ma che spreco di risorse, quattro persone con relative specializzazioni, quasi esclusivamente per socializzare!

Sono una mamma bislacca, siamo due genitori e un figlio pieni di pretese: e così ci siamo ribellati: nostro figlio vuole studiare e imparare, e noi vogliamo che possa farlo, e che sia messo nelle condizioni di poter esprimere quello che ha ricavato dallo studio e dall’apprendimento, utilizzando le sue modalità di comunicazione. Che però le insegnanti di sostegno non desiderano, o non sono motivate, o non ritengono che sia il caso di apprendere. O non hanno tempo di apprendere.

Siamo ormai ad aprile avanzato, e quel poco che si è ottenuto è stato grazie alla caparbietà di nostro figlio, convinto dei propri diritti e appassionato dello studio; alla nostra continua, estenuante battaglia contro l’ignoranza, la discriminazione, e, ci pare, anche qualche dispetto; e alla prudente buona volontà dell’assistente all’autonomia, che avendo anche compiti di intervento nella relazione e comunicazione, cautamente, è riuscita ad avvicinarsi a nostro figlio e, in parte, al suo modo di comunicare. Ma attenzione che la scuola non sempre la utilizza per la comunicazione e la relazione, almeno con gli insegnanti; così, a volte, l’assistente si trova a dover fare da “testimone” alle verifiche a cui il giovane Icaro deve arrangiarsi a rispondere, magari senza che l’insegnante (anche di sostegno), oltre a non conoscere a tutt’oggi le sue modalità di comunicazione, abbia la più pallida idea di come si strutturi una prova equipollente diretta ad un ragazzo con la sua patologia.

In sostanza, se nostro figlio ha un modo speciale di comunicare, affar suo: pare che nessuno sia obbligato ad impararlo, tanto meno le insegnanti di sostegno. È lui che deve adattarsi alle modalità di comunicazione delle insegnanti, e non viceversa. E dargli un assistente alla comunicazione a orario pieno? Mah… I competenti (!) uffici, dalla dirigente scolastica in su, non hanno ancora deciso se gli spetta. E intanto che decidono, (non si sa per quale anno scolastico, ormai), Icaro deve fare lo slalom tra le difficoltà d’ogni genere che gli vengono messe davanti. Per il resto, noi genitori siamo stati accusati di tutto: compreso il fatto di esercitare su nostro figlio “pressioni psicologiche” tali da mandarlo a scuola stanco e provocargli (noi?) atteggiamenti di rifiuto (a qual fine non si sa). In compenso, a casa ci attiviamo a turno per aiutarlo nello studio, rispiegandogli le materie scolastiche (che per fortuna tra tutti e due riusciamo per ora ad affrontare tutte: diritto allo studio sì, ma solo con genitori istruiti…) e facendogli fare compiti ed esercitazioni… oltre ai numerosi esercizi riabilitativi per aiutarlo a migliorare ancora la qualità della vita.

C’è una circolare del lontano 1988 che dice che “l’integrazione scolastica degli alunni con handicap (….) non può (…) limitarsi alla semplice “socializzazione in presenza, ma deve garantire, di regola, apprendimenti globalmente rapportabili all’insegnamento impartito a tutti gli alunni di quel determinato indirizzo di studi”. Significativo quanto messo invece per iscritto dalla preside della scuola frequentata da Icaro, vent’anni dopo: “Accanto al diritto di ** di veder riconosciuti “quegli aspetti relativi all’accoglienza, al rispetto, all’attenzione, alla partecipazione che devono essere adeguati alle singole situazioni personali…” la scuola, quale titolare del processo insegnamento apprendimento, deve difendere anche per la salvaguardia del diritto ad apprendere degli altri 25 ragazzi della prima…. e delle rispettive loro individualità”. Insomma, gli altri 25 ragazzi hanno diritto ad apprendere, ad essere seguiti individualmente. Icaro ha diritto a tante cose, giustissime per carità, ma ad apprendere non sembra… anzi… a leggere bene, sembrerebbe che la sua presenza, certamente a causa dei suoi bislacchi e invadenti genitori e alla loro passione per le battaglie contro i mulini a vento, sia piuttosto un ostacolo al diritto allo studio degli altri… Ma allora, esiste davvero, nelle scuole superiori, la pretesa “integrazione” scolastica del “disabile”?

E mi viene da pensare che i limiti per nostro figlio non siano tanto dovuti al suo handicap, quanto alla “dura realtà” della scuola che evidentemente intende prepararlo alla “dura realtà” sociale, in cui i diritti saranno anche uguali per tutti, l’importante è che non ci si infilino dentro anche i “diversi”….. (Rossella Monaco)

Tratto da  ” SuperAbile.it   del 28/04/2008

8 Maggio 2008

30 ANNI DELLA LEGGE BASAGLIA, CHE CHIUSE I MANICOMI

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 13:13

da ” Famiglia Cristiana ” online nr°19

VIA DEI MATTI NUMERO ZERO

 
 

 

Via dei matti numero zero. Trieste, parco di San Giovanni. Fu qui che lo psichiatra veneziano realizzò la sua “utopia”:

rendere ai malati di mente i loro diritti di persone. Un modello che in seguito è stato copiato da tutto il mondo.Gli spaventapasseri piantati sull’erba del parco non spaventano nessuno. Proprio come i “matti” ciondolanti che lungo la strada incrociano studenti di Geologia e poche automobili che scendono in centro.Quei manichini variopinti disseminati un po’ ovunque sono l’ultima produzione della Sartoria Sociale Lister, dove operano volontari e “borsisti”, cioè utenti dei Servizi di salute mentale con contratto di lavoro. Il laboratorio artigianale, aperto 10 anni fa, sta all’ex “Padiglione M”. Poco più in là si aprono gli ambienti insonorizzati di “RadioFragola”, e le sedi delle cooperative sociali. Uscendo dall’edificio, ti puoi imbattere negli avventori del vicino storico bar-trattoria “Il posto delle fragole”, o incontrare i liceali che studiano sloveno.Siamo al San Giovanni, nella “casa senza chiavi” di Trieste. In questa verdissima città-giardino, immersa in un parco di 21 ettari, inaugurata proprio un secolo fa come “frenocomio civico”, negli anni ’70 scoppiava una vera e propria rivoluzione destinata a scardinare i cancelli della psichiatria. Proprio qui lo psichiatra veneziano Franco Basaglia, dal 1971, realizzò quella rivoluzione che avrebbe portato, nel maggio 1978, alla stesura della legge 180, da tutti conosciuta come “Legge Basaglia”, la fine dei manicomi e l’avvio di nuovi percorsi terapeutici, trasformando gli “internati” in cittadini.
«Qui accadde qualcosa che ha cambiato la nostra storia e che trascende di molto i dettati di una legge. Anzi, sono certo che se Basaglia fosse ancora vivo, se la prenderebbe non poco con chi ha chiamato così la 180. Una cosa è certa: in quegli anni, qui a Trieste, si ruppe per la prima volta e in modo non più riparabile il paradigma del manicomio e della secolare pratica psichiatrica. È cambiato il modo di vedere “la follia”».Esordisce così Giuseppe Dell’Acqua, “Peppe” per tutti, che dirige il dipartimento di Salute mentale di Trieste e vive in città da 35 anni, da quando Basaglia volle con sé quel giovane specializzato in psichiatria a Parma che avrebbe lavorato con lui per quasi 10 anni.

Il diritto a non avere vergogna
 
«La 180 non è solo la chiusura dei manicomi, è molto di più: è la restituzione dei diritti dei cittadini ai malati mentali. È un’inversione culturale: non si parte più dalla malattia, ma dal malato. E questa conquista ha contagiato tutto il mondo della psichiatria, a livello mondiale. Se oggi si denunciano le situazioni d’abbandono in cui versano i pazienti o le loro famiglie, lo si può fare proprio perché la 180 ha affermato il diritto a non avere più vergogna della malattia mentale e a chiedere aiuto e cura».
Alla porta del parco campeggia ancora la statua blu in legno e cartapesta di “Marco Cavallo”, che fu il simbolo di quella rivoluzione, che raccolse “i bisogni radicali e ineludibili” degli internati al San Giovanni. Sfilando nel marzo del 1973 per le vie della città, con 700 tra operatori e ospiti del manicomio, urlò in faccia ai triestini e all’intero Paese che recludere i “folli” violandone i corpi era una violenza insopportabile.Basaglia capì che l’azione terapeutica aveva a che fare anzitutto con la restituzione della dignità della persona», dice Dell’Acqua. «Così, prima che fosse scritta, la 180 a Trieste veniva già applicata: i cancelli del manicomio, che contava 1.200 pazienti, vengono aperti dal 1972. In quell’anno nasce la prima cooperativa sociale, che ha tra i suoi soci persone provenienti dalla malattia mentale e dal disagio sociale. E intanto la città entra al San Giovanni, e lo fa con clamore». Il direttore ricorda lo storico concerto dentro queste mura del grande jazzista Ornette Coleman, nel 1974, seguito da una lunga serie di spettacoli e performance che ospitarono nel parco artisti come Gino Paoli, Giorgio Gaslini e Demetrio Stratos, il leader degli Area.

Ma, soprattutto, iniziò a funzionare il “modello triestino”, oggi studiato in tutto il mondo, la “presa in cura” della comunità e l’intervento nel territorio.

«I primi due centri di Salute mentale aperti nel territorio risalgono ancora al 1975. Aperti 24 ore su 24, senza grate, né contenimenti. Qui nessuno è mai stato legato al letto», ricorda Dell’Acqua.

I centri oggi sono cinque e in ciascuno lavora un gruppo di 35 persone. Invece il Servizio di diagnosi e cura dell’ospedale civile, il “Pronto soccorso psichiatrico”, tanto per capirci, assomiglia molto di più a un appartamento arredato da una giovane coppia che a un reparto ospedaliero e, per 242 mila residenti nella Provincia di Trieste, bastano soltanto i suoi sei posti letto, uno psichiatra e 14 infermieri. 

«Siamo forse l’unica città che non ha nemmeno un ospite in ospedale psichiatrico giudiziario, e contiamo sei Tso (Trattamenti sanitari obbligatori) per 100 mila abitanti, contro i 150 degli anni ’70». I suicidi, intanto, sono drasticamente diminuiti. E a Trieste gli “spaventapasseri” non mettono più paura

. Alberto Laggia

3 500 000 di adulti hanno sofferto di un disturbo mentale negli ultimi 12 mesi

2 500 000 hanno avuto un disturbo d’ansia

1 500 000 un disturbo affettivo

50 000 undisturbo da sostanze alcoliche

8 500 000 di adulti hanno sofferto di qualche disturbo mentale nel corso della loro vita.

330/340 000 i pazienti con disturbi psichici ricoverati in ospedale

12 500 000 che fanno uso giornaliero di  prodotti psicofarmaci

9,1 % gli adolescenti ( 10%14 anni è affetto a disturbi psichici)

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7 Maggio 2008

Mara Carfagna Ministra alle Pari Opportunita’. Lettrici e autrici di Lettere vi sentite rappresentate da lei?

Archiviato in: 1 — Audrey @ 22:30
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Oggi è stata resa nota la lista dei Ministri del nuovo Governo Berlusconi.

A Mara Carfagna è stato destinato il Dicastero delle Pari Opportunità, anzi per essere precise la dicitura esatta è “per la realizzazione delle Pari opportunità tra uomo e donna”.

Voglio chiedere alle donne che frequentano questo blog (sia come autrici che come lettrici) vi sentite rappresentate da Mara Carfagna, nel vostro progetto individuale e sociale di vita, per raggiungere una piena parità di dignità e di possibilità con la parte maschile della società?

Io voglio chiarire una cosa: la mia domanda (di cui non nascondo l’intento provocatorio e addirittura polemico) non nasce da un giudizio morale sulla Carfagna.

A me personalmente non interessa che questa fino all’altro ieri tentasse (peraltro con scarsi risultati)  di ballare, di mostrare le sue parti intime davanti al fotografo o di dare spettacolo in generale. Non è questo il punto.

Il punto è che questa donna non presenta all’interno del suo curriculum personale e professionale un solo atto a favore dello sviluppo della presenza femminile nella società. L’unico momento di notorietà sui giornali, nel corso della passata legislatura, l’ha avuto per la querelle tra Berlusconi e la moglie, in cui è stata coinvolta indirettamente con la Yespica, a causa dei complimenti ricevuti.

Io come donna italiana, cittadina di un paese che nell’Unione Europea viene come realizzazione delle P.O. solo prima di Malta, avrei gradito, sperato, auspicato che si volesse dare la giusta dignità a questo Dicastero.

Cosa ci possiamo aspettare da un personaggio di tale “levatura” politica quando verranno affrontati nodi cruciali per le donne, come la probabile revisione della 194, la procreazione assistita, le leggi a favore dell’imprenditoria e dell’occupazione femminile, le unioni civili?

Sinceramente a questo punto avrei preferito che avessero abrogato il Ministero.

Chi muore (Ode alla vita) poesia di Pablo Neruda

Archiviato in: Poesie — adriano49 @ 07:07

foto by Adriano 2004

da ” Non Solo Aforismi -Parole per pensare

 

 

 

 

 Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia, chi non rischia
e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce
.

Lentamente muore chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce
il nero su bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore 
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, 
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza,
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, 
chi non ascolta musica,chi non trova la grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, 
chi non si lascia aiutare.
Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi 
della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto 
prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce .
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivi
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore 
del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà 
al raggiungimento di una splendida felicità.
   

 

 

6 Maggio 2008

Una signora di 41 anni, sposata con un uomo cieco, dal quale ha già avuto 2 figli, è incinta al 5° mese di un bimbo a cui è stata diagnosticata la sindrome di Down.

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 08:48

foto by Adriano 2006

Notizia tratta da ” DISABILI.COM -FORUM “

Storie di persone coraggiose, che dicono “si” alla vita, anche quando i presupposti sono complessi. E che cercano di rimboccarsi le maniche, anche quando non sanno nemmeno più a quale porta bussare.
Una signora di 41 anni, sposata con un uomo cieco, dal quale ha già avuto 2 figli, è incinta al 5° mese di un bimbo a cui è stata diagnosticata la sindrome di Down.

Ha deciso di rivolgersi al tg di Italia 1 per cercare un qualsiasi lavoro, che le permetta di contribuire al bilancio familiare e di accudire al meglio il bimbo.
Il marito è in attesa di ricevere la pensione, lei lavorava come collaboratrice domestica, ma per via della gravidanza ha dovuto lasciare il posto.
Vivono in un appartamento in affitto l’unica entrata certa sono i 250 euro di contributo erogati dal Comune. In attesa di un lavoro vero e proprio, si mantengono con il ricavato di lavoretti saltuari.

Sulla televesione negli ultimi tempi, i dibattiti si sprecano: tv di scarsa qualità, tv trash, tv urlata e chi più ne ha, più ne metta.
A volte, come in questo caso, sembra si riappropri della sua funzione educativa e di servizio al cittadino, almeno nel divulgare e -speriamo- nell’aiutare persone, storie e situazioni che sembrano ad un punto morto.

Cosa ne pensate? Cosa suggerireste a questa donna?
Nel caso vi trovaste in una situazione senza via d’uscita, vi rivolgereste ai media?
Si evince che il Comune è a conoscenza della situazione in cui versa questa famiglia, chi altro potrebbe/dovrebbe intervenire per aiutarli? se volete intervenire sul forumper dire la vostra opinione :Redazione Disabili.com
www.disabili.com
on-line dal 1999!
insieme oltre le barriere!

5 Maggio 2008

” Lettera ad un figlio ” di Rudyard Kipling

Archiviato in: DemocraziaAlFuturo — adriano49 @ 18:36

foto by Adriano 2004 

Non Solo Aforismi  -   Parole per Pensare 

 

 

 

 

 

 

Se puoi vedere distrutto il lavoro di tutta la tua vita
e senza dire una parola ricominciare,
se puoi perdere i guadagni di cento partite
senza un gesto e senza un sospiro di rammarico,
se puoi essere un amante perfetto
senza che l’amore ti renda pazzo,
se puoi essere forte senza cessare di essere tenero
e sentendoti odiato non odiare, pure lottando e difendendoti.

Se tu sai meditare, osservare, conoscere,
senza essere uno scettico o un demolitore,
sognare senza che il sogno diventi il tuo padrone,
pensare senza essere soltanto un pensatore,
se puoi essere sempre coraggioso e mai imprudente,
se tu sai essere buono e saggio
senza diventare ne moralista, ne pedante.

Se puoi incontrare il Trionfo e la Disfatta
e ricevere i due mentitori con fronte eguale,
se puoi conservare il tuo coraggio e il tuo sangue freddo
quando tutti lo perdono.

Allora i Re, gli Dei, la Fortuna e la Vittoria
saranno per sempre tuoi sommessi schiavi
e, ciò che vale meglio dei Re e della Gloria,
Tu sarai un uomo.

 
 

 

 

 

” Un figlio non deve nascere per caso ” di A.Graziottin

Archiviato in: PuntoD'Incontro — adriano49 @ 14:32

foto by Alex 2007

da ” Il Gazzettino ” di lunedì 05/05/2008 cronaca Nazionale

” Che contraccezione usa?” -Niente - ” E se capita un figlio? ” -Se capita ….siamo contenti!Fantastico.In questi tempi di guerriglia su pillole del giorno dopo e aborti,questa disponibilità d’altri tempi suona positiva.Tuttavia,proprio perchè siamo nell’anno di grazia 2008,il “se capita” andrebbe rivisto con un’attenzione maggiore alla prevenzione,anche in caso di gravidanza desiderate. Per ottimizzare le possibilità che il bambino sia sano,riducendo molti rischi oggi prevedibili ed evitare problemi gravi che trasformano la gioia di un figlio in dolore e solitudine quotidiani.Per esempio,ogni donna che consideri di avere un figlio,dovrebbe utilizzareogni giorno un supplemento di acido folico( 0,4 mg al dì).Questo consentirebbe di prevenire due grandi complicanze,l’una di tipo malformativo,l’altra legata alla grande prematurità:due problemi non da poco.Quanto prima bisognerebbeassumere l’acido folico,per scongiurare questi rischi?In generale, i ginecologi più attenti raccomandano di assumerlo almeno tre mesi prima del concepimento. Con questa precauzione c’è un’ottima riduzione dei “difetti del tubo neurale”. Normalmente, il tubo neurale, che dà origine al cranio e alla colonna vertebrale, si chiude entro 30 giorni dal concepimento (tra il 17esimo e il 29esimo giorno tipicamente), quando la donna spesso non sa ancora di essere incinta. Ecco perché l’acido folico va assunto prima del concepimento! I difetti del tubo neurale (Neural-Tube Defects, NTD) nei neonati includono la spina bifida, la lesione più frequente, anencefalia, craniorachischisi, ed encefalocele. Queste malformazioni possono colpire circa 1 neonato su 1000, negli USA, un po’ meno in Italia. Sono responsabili di gravi conseguenze, tra cui la possibile paralisi degli arti inferiori e problemi di continenza urinaria, nel caso di spina bifida, e variabile deficit intellettivo, se interessano il cranio. Le cause di difetto del tubo neurale sono molteplici: fattori genetici, malattie che comportano un alterato assorbimento di nutrienti, quali la celiachia, e anomalie cromosomiche, oltre a farmaci, specie gli antifolati e gli anti-epilettici, e i tossici ambientali.

La prevenzione conta moltissimo. Già nel 1991 uno studio pubblicato dal Medical Research Council inglese su Lancet dimostrò che la supplementazione di acido folico prima della gravidanza e nelle sue fasi precoci riduce significativamente il rischio di difetti del tubo neurale nei neonati. Secondo quello studio, infatti, l’assunzione di 0,4 mg al giorno di acido folico, prima della gravidanza, aveva comportato una riduzione dell’83\% dei difetti del tubo neurale. E’ l’unico caso in cui possiamo drasticamente ridurre un rischio malformativo con una vitamina! Purtroppo il suo uso prima della gravidanza è invece ancora limitatissimo. Ecco perché ne riparlo.

Ci sono altri vantaggi nell’uso preventivo dell’acido folico? Sì: una ricerca appena presentata dal Dr Radek Bukowski al 28° Convegno americano di Medicina Materno-fetale indica come l’acido folico possa ridurre i parti prematuri precoci, quelli che compaiono tra la 20° e la 28° settimana di gravidanza, che si associano ai maggiori rischi per la salute del bambino proprio per questa grave prematurità. La riduzione di questo rischio è di ben il 70\% nelle donne che hanno assunto l’acido folico per un anno prima del concepimento, mentre i parti prematuri tra la 28° e la 32° vengono ridotti del 50\%. L’effetto protettivo è dunque ottimale se l’assunzione è ben più lunga, per circa un anno, prima del concepimento. Ultima notizia: alcuni dati preliminari indicano che assumere questa vitamina quando si cerca un figlio potrebbe migliorare anche la fertilità dell’uomo.Ma non è solo questione di vitamine. Fare gli esami preconcezionali (che così si chiamano perché andrebbero fatti prima del concepimento) a entrambi i partner può aiutarci a cogliere quelle situazioni di rischio che vanno corrette prima. Per esempio, la negatività del test della rosolia deve indurre a vaccinare la futura mamma (assumendo per tre mesi un contraccettivo ormonale) così da evitare che una rosolia contratta in gravidanza, magari silenziosamente, possa provocare danni malformativi gravi al bambino. Ugualmente, la ricerca della toxoplasmosi e del cytomegalovirus ci diranno se siamo in condizioni di recettività (e allora il test andrà ripetuto più volte in gravidanza, per diagnosticare immediatamente l’eventuale infezione così da curarla tempestivamente). Per non parlare di possibili positività alla sifilide (ricomparsa baldanzosamente anche in Italia) o dell’HIV.

Il “se capita” dovrebbe dunque appartenere al passato. Pensarci prima è un segno di responsabilità e di amore verso il bambino che verrà.    Alessandra Graziottin

 

 

4 Maggio 2008

” E NON CHIEDERE NULLA ” - “MEMORIA ” - poesie di David Maria Turoldo

Archiviato in: Poesie — adriano49 @ 11:09

E NON CHIEDERE NULLA

 

Ora invece la terra
si fa sempre più orrenda:
 
il tempo è malato
i fanciulli non giocano più
le ragazze non hanno
più occhi
che splendono a sera.
 
E anche gli amori
non si cantano più,
le speranze non hanno più voce,
i morti doppiamente morti
al freddo di queste liturgie:
 
ognuno torna alla sua casa
sempre più solo.
 
Tempo è di tornare poveri
per ritrovare il sapore del pane,
per reggere alla luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva.
E la gente, l’umile gente
abbia ancora chi l’ascolta,
e trovino udienza le preghiere.
 
E non chiedere nulla.

 

MEMORIA
 
È la memoria una distesa
di campi assopiti
e i ricordi in essa
chiomati di nebbia e di sole.
 
Respira
una pianura
rotta solo
dagli eguali ciuffi di sterpi:
 
in essa
unico albero verde
la mia serenità.
 
 
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